L’isola che c’è. Per chi la cerca

Hailuoto è un’isola che a molte persone dirà poco o nulla e che le stesse non saprebbero indicare su una mappa. Come me, fino a poche settimane fa, quando infine decidemmo di andarci un giorno partendo da Oulu, Finlandia.

Hailuoto è un’isola a 20 minuti di ferry – naturalmente gratuito, essendo in Finlandia – e adagiata sul golfo di Botnia, la parte più a nord del mar Baltico. Durante il lungo inverno è circondata dal ghiaccio, tanto che ci si può arrivare in motoslitta. A noi, però, in questa stagione ci ha accolto con una giornata dolcemente tiepida.

Ad Hailuoto vivono un migliaio di persone, alcune delle quali devono spostarsi per lavoro con il ferry ogni giorno. Si sta costruendo un ponte, che buona parte di loro però non vorrebbe nonostante la comodità, per non perdere il carattere isolano. In Finlandia, come è noto, silenzio e spazio sono una – per me, meravigliosa – costante. E lo sono ancor di più per chi vive in uno “splendido isolamento”.

Ad Hailuoto, percorrendola tutta in lunghezza per una ventina di chilometri, si arriva al faro di Marjaniemi, sotto il quale si scende a una spiaggia di sabbia umida e sassi quasi lunari. A fianco, il piccolo porto e un gruppetto di casette di legno tutte dipinte di rosso. Davanti a noi, la cornice di un mare calmo, quasi docile. Per fortuna, pochi camper e poche persone in generale. Il silenzio è impagabile, quanto la sensazione dell’infinito.

Ad Hailuoto, di fronte alla scuola elementare, c’è la cattedrale, tipicamente nordica con il tetto spiovente, ma soprattutto c’è qualcosa di inaspettato e che ci ha fatto sobbalzare.

Lungo la strada, parallelo al sentiero percorribile a piedi o in bici, si estende un cimitero completamente immerso nel bosco, separato dal sentiero soltanto da un basso muretto. File e file di tombe, nere oppure grigie, di persone che riposano in mezzo agli abeti e alle betulle. A metà tra Spoon River e Twin Peaks.
Ma non solo. All’inizio del cimitero spiccano, in una piccola radura, alcune file di panche, un altare, una croce, un leggìo. Tutto quanto intagliato in legno. Una chiesa all’aperto dentro il cimitero dentro il bosco. Probabilmente utilizzata per l’ultimo saluto alla persona defunta prima di essere seppellita.

Ad Hailuoto nessuno, a parer mio, potrebbe rimanere indifferente davanti a immagini intrise di misticismo come questa. Non ha alcuna importanza il credere – in qualsiasi forma – o meno.
Sono immagini che, infine, si inseriscono perfettamente nella storia di un paese proiettato verso il futuro, ma ricco di saghe e tradizioni popolari. Tra l’hi-tech e il Kalevala.

Ad Hailuoto non c’è problema di overtourism, ma c’è soltanto da riempirsi gli occhi. Sperando di poterci tornare ancora.

Adriatico, Italia

A giugno ero a Pescara per girare un reportage di lavoro. Andarci in treno, come abbiamo fatto, è sempre bello perché da Rimini in poi si viaggia spesso in riva al mare, già con le prime persone al bagno per l’inizio di stagione. In certi tratti ti sembra quasi di poterle toccare, tanto il treno corre accanto a porzioni di spiaggia. Oppure, immagini chi si sta preparando per una battuta di pesca dentro i capanni sull’acqua che appaiono mentre si sta arrivando ad Ancona.

A fine riprese, è successo un episodio nato come semplice pour parler, ma che mi ha riportato a tempi passati.
Mentre aspettiamo un taxi per andare a fare altre riprese lungomare, un collega che avevamo filmato poche ore prima mi dice che per lui “la dorsale Adriatica è un po’ come fosse l’Italia”.
Ne rimango colpito. Anzitutto, perché è vero.

L’Italia – purtroppo, per certi versi – è lunga e stretta e attraversarla percorrendo l’Adriatico o il Tirreno è un’esperienza che ti fa capire la sua diversità man mano che i chilometri aumentano, in un senso di marcia o nell’altro.
Ma attraversare, davvero, l’Italia lungo la dorsale Adriatica come facevo io da ragazzino per andare da Torino, estremo nord ovest, fino a Otranto, il tacco dello Stivale, per tutti gli anni’80, è qualcosa che avevo riposto in un angolo del mio cervello e che il mio collega ha fatto riaffiorare.

I primi anni andavamo in auto, tagliando l’enorme pianura a fianco della via Emilia, tra stabilimenti di ceramiche, odore di mangime per maiali e autogrill dove potevi trovare improvvisati venditori di orologi d’oro rubati in Svizzera.
Passata la Romagna, iniziavano le colline marchigiane e tratti di strada più in altura. E lungo tutto il percorso, da Rimini fino a Bari, le file di oleandri bianchi e rosa accanto al guard-rail, che resistevano a velocità delle auto, gas di scarico, vento di scirocco. Un serpentone floreale di centinaia di chilometri.
Verso il tramonto si superava il confine tra Molise e Puglia, sfrecciando in mezzo a una piana che a me pareva il deserto, per giungere a Foggia e sostarci per dormire. Faceva sempre un gran caldo: era passato da poco ferragosto e i locali non erano ancora così climatizzati, ma si andava di ventilatori o pale. Ricordo una pizzeria rumorosa, con al centro un televisore ancora in bianco e nero che radunava un gruppo di fan a guardare un varietà sulla Rai, come fossero ancora i tempi di Lascia e raddoppia.
Anche al ritorno ci fermavamo a dormire, a Rimini. Era metà settembre, la stagione era terminata e andavamo alla ricerca di qualche pensione ancora aperta. Odore di ragù troppo cotto e di materassi ormai al capolinea. La mattina del 15 settembre 1982, mentre ci sedemmo per fare colazione, arrivò la signora della pensione a dirci: “È morta Grace di Monaco.”

Qualche anno dopo, iniziammo invece ad andare in treno, con l’auto al seguito, il che significava andare in stazione a Torino parecchio tempo prima della partenza per caricare l’auto sui vagoni, sperando di ritrovarla intera la mattina dopo. Il viaggio era notturno, in cuccette da sei posti, su treni che oggi non esistono più e che ho ritrovato, molti anni dopo, quando viaggiavo sull’Euronight Venezia – Budapest per andare a Zagabria (ne ho scritto qui).
Quando, finalmente, lo scompartimento decideva che fosse terminato il momento delle chiacchiere – che, già da ragazzino, non amavo – e che ci si coricasse in branda, si provava a dormire nonostante i rumori di un Intercity, le fermate notturne e il provare a guardare dal finestrino dove fossimo. Ciò che ricordo bene è lo svegliarsi la mattina presto, verso le sei, con le luci dell’alba e le onde del mare di fronte a te, come stesse per entrarti nello scompartimento. Si era già oltre Pescara e si correva, per modo di dire, verso Vasto per poi osservare all’orizzonte il borgo antico di Termoli.
Il treno terminava a Bari. O meglio: per le auto al seguito, bisognava scendere alla stazione di Bari Parco Sud e attendere, a volte ore, in mezzo al nulla, per poi finalmente vedere arrivare, sbuffando, i vagoni con le auto che avrebbero di nuovo toccato terra per proseguire un viaggio che sarebbe durato, ancora, almeno un paio d’ore, percorrendo quella che all’epoca era una statale stretta e pericolosa, ma che attraversava case bianche senza tetto, uliveti meravigliosi e una terra rossa, come quella dei campi da tennis, che non avevo mai visto prima e che ancora oggi rimane una mia madeleine.

Da Torino a Otranto era, ed è, davvero l’Italia, in un continuum tra due punti tanto diversi quanto ugualmente italiani. Otranto, così all’estremo lembo orientale, così levantina, così proiettata verso la riva opposta dell’Adriatico, aveva, e ha, tutto il mio interesse. Oltre a essere stata la vacanza della mia adolescenza e non solo, perché ci sono poi, più volte, ritornato, anche se appunto in altri tempi e con mezzi di trasporto ben più comodi.
Probabilmente, come spesso accade, se ci tornassi ora ne rimarrei (magari soltanto in parte) deluso. Ma va bene così. Tornando indietro nel tempo, sono stato felice di aver scoperto la sera della prova generale della notte della Taranta a Melpignano, ignorando cosa fosse, ben prima che diventasse un fenomeno di costume. Sono stato felice di aver perlustrato quei chilometri di costa e di dune ben prima dell’avvento degli stabilimenti di massa e dei parcheggi a pagamento. In sostanza, sono stato felice di aver scoperto, a undici anni, il punto estremo di un viaggio che spiega, bene, molti aspetti del nostro Paese.
Adriatico, Italia.

Post scriptum.
Tre brani dei primi anni’80 tra i vari che potevo scegliere:

Culture Club, Miss me blind
Franco Battiato, Summer on a solitary beach
a-ha, The sun always shines on tv

Confini

Da quasi dieci anni mancavo da Trieste, da quando andai ad aspettare e portare a casa chi è insieme a me. Ora ci sono tornato, dopo un breve viaggio in Slovenia del quale magari scriverò un’altra volta. Perché, ora che l’ho rivista e ci ho ricamminato, ho ripassato quanto Trieste sia stata per me importante e quanto io ami questa città di confini, sia superati che ancora presenti e – per chi ha passione per gli intrecci tra Est e Ovest – incredibilmente affascinanti.

Prima di andare a restituire l’auto a noleggio che da Trieste mi ha portato in Slovenia, sono voluto tornare sul mare dopo Muggia, lungo la strada che porta ad Ancarano (Ankaran, in sloveno). Ho posteggiato proprio dove c’è la vecchia dogana italiana ora abbandonata. Pochi passi a piedi e si arriva a un cippo sulla spiaggia, che indica la divisione tra Slovenia e Italia.

Quel luogo, un tempo, segnava un confine di non facile attraversamento, anzi. Un confine tra due mondi, l’ultimo avamposto della lunga cortina di ferro. Il passaggio dall’ex Yugoslavia a piazza Ponterosso, teatro del leggendario mercatino dove a Trieste, negli anni ’70 e ’80, ogni sabato arrivavano frotte di persone dall’Istria, da Fiume, dalla Dalmazia, ma anche dalle più lontane Serbia e Bosnia, per fare incetta di jeans Rifle e di caffè, sperando di non essere fermate dai doganieri al ritorno in patria. C’è il toccante documentario Trieste, Yugoslavia di Alessio Bozzer che lo descrive.

Quel luogo, ora, è un punto di una strada costiera lungo la quale attraversare il confine quando si vuole e anche a piedi o in bici, per una bellissima passeggiata e per osservare le navi al largo o i pescatori sui moli.

Quel luogo, un semplice e spoglio cippo lungo un tratto di mare come qualsiasi altro, è uno dei tasselli delle mie, nostre, storie di confine, che a Trieste (e a Gorizia, con il suo confine addirittura in città, un altro ex muro di Berlino) si intersecano e che oggi mi sono riapparse dal vivo.

Quel luogo è una parte di me, che amo i confini e ho sempre amato oltrepassarli.

Maree

Le maree sono un fenomeno naturale che amo. Non le puoi deturpare con l’intervento umano, ma le puoi soltanto prevedere. Non le puoi sfidare – o almeno, non è consigliabile farlo – ma le puoi soltanto attendere e ammirare. Come in Bretagna, dove grazie all’oceano e alla forma della Manica raggiungono la loro massima estensione.

Girare per i porticcioli di Erquy all’ora di pranzo o di Cancale al tramonto e fotografare scenari apocalittici, composti da barche ancorate sulla sabbia e inclinate di 45 gradi perché c’è bassa marea e l’acqua non arriva fino a lì, ma comparirà più tardi. Allo stesso modo, passeggiare lungo le stupende spiagge della costa di Granito rosa e “camminare sull’acqua” – come nel film di Eytan Fox – per un bagno nell’oceano che prima di arrivarti alle ginocchia ci vogliono centinaia di metri.

Quando invece c’è alta marea, l’acqua arriva di solito con grazia e gradualmente. Oppure, se sei a St-Malo, una delle cittadine più scenografiche ch’io abbia mai visto, nelle giornate di marea molto alta le onde si infrangono contro i bastioni, scatenando la curiosità di mezzo mondo che si dirige qui per fotografare il fenomeno.

Lo stupore di chiunque arriva in Bretagna o in Normandia è, come logico, la differenza del paesaggio nelle poche ore che separano la bassa marea da quella alta. Sempre a St-Malo, quando la marea è bassa puoi andare tranquillamente a piedi alle isolette di fronte alle mura. Una di queste, le Grand Bé, alla sua sommità ospita la tomba di René de Chateaubriand, il quale chiese e ottenne – non senza fatica – di essere sepolto lì, di fronte all’oceano, “per sentire nient’altro che il mare e il vento”. La ricchezza della semplicità.

E quando cammini verso quelle isole stai camminando su una sabbia umida e, in realtà, sei dentro il mare, che però in quel momento si è ritirato più avanti. E allora cammini in mezzo a vongole e altri tesori del mare attaccati alle rocce, e respiri l’odore intenso di alghe, e poi ti volti e vedi le mura di St-Malo e non puoi credere di essere dentro al mare che tornerà più tardi.

È necessario, ancora, meravigliarci per qualcosa di più grande di noi, che non possiamo sintetizzare in migliaia di reel o simulare al computer. La meraviglia delle maree in Bretagna è un esempio perfetto. Andateci e meravigliatevi.

Venezia – Istanbul

Venezia mi ricorda istintivamente Istanbul.
Stessi palazzi addosso al mare,
rossi tramonti che si perdono nel nulla.

Così inizia Venezia-Istanbul di Franco Battiato e così è Istanbul, che vive il mare che la taglia in due – su due continenti diversi – e che puoi attraversare in battello in pochi minuti sentendoti stupidamente unico.
I suoi palazzi addosso al mare sono stupefacenti, come il Dolmabahce, che abbiamo visitato, dove è conservato il letto di morte di Ataturk.
I suoi tramonti sui quartieri più antichi e sulle moschee sono rossi e si perdono nel nulla. E tu, piccolo occidentale, rimani lì a bocca aperta come se osservassi un miraggio.

Istanbul però, a differenza di Venezia, vive la strada e la vive a qualsiasi ora del giorno e della notte.
Una megalopoli di 16 milioni di abitanti che si riversano tra vie dello struscio, caffè, pasticcerie, parchi, piazze (su tutte, naturalmente Taksim), porti e battelli, tram e metropolitana – che funzionano e bene, il Gran Bazar, le moschee.
Un incrocio che non si ferma mai, una danza caotica con un suo ordine, un crogiuolo di forme e stili e modi di vivere, che passano in un secondo dal velo alla minigonna (ringraziamo, sempre, il padre della nazione Ataturk per questi e altri aspetti).
E anche lungo i tre chilometri di passeggio della via Istiklal, il cui selciato è ogni giorno calpestato da milioni di persone, puoi deviare per una via traversa e ritrovarti in un cortile silenzioso con un paio di caffè, sederti, aspettare che qualcuno degli innumerevoli gatti venga a strusciarsi su di te e sentirti per un attimo come Orham Pamuk.

Istanbul è Venezia, è Ravenna, è Roma, è Atene, ma è soprattutto Istanbul.
Impegnativa, sfidante, fascinosa, misteriosa, rumorosa, grandiosa e potrei andare avanti per ore.
Va vista, una volta nella vita.
Anche per poter poi dire – parafrasando il famoso detto su Venezia – che “Istanbul è bella, ma non ci vivrei”.

The border runs in the river

Ci sono luoghi che non si sarebbe mai pensato di raggiungere, se non per averli visti analizzando una carta geografica, guardando cosa vi si può trovare (sempre grazie, Google Maps), iniziando poi a cercare su You Tube video testimonianze e, infine, mettendosi l’obiettivo di arrivarci. Come Grense Jakobselv, all’estremo nord est della Norvegia, molto meno battuta per ovvie ragioni del mainstream Capo Nord, ma altrettanto fascinosa e, volendo, con anche un po’ di brivido.

Per percorrere la stradina lunga 45 chilometri che arriva a Grense Jakobselv bisogna partire da un luogo simbolo, soprattutto per chi come noi ama da sempre le storie di confine: la frontiera Norvegia – Russia a poca distanza da Kirkenes, una cittadina come tante dell’estremo nord norvegese, ma con le insegne delle strade anche in russo, con un monumento alla liberazione dal nazifascismo da parte dell’Armata Rossa e con una frontiera ora sorvegliata come durante la guerra fredda. Il piazzale da dove inizia la “terra di nessuno”, percorribile soltanto dalle (poche) auto che viaggiano nelle due direzioni, è il confine materiale della zona Schengen. Come noto, la Norvegia aderisce al trattato pur non essendo nella UE: infatti, forse qualcuno ricorderà che pochi anni fa carovane di migranti aprirono una via alternativa per arrivare in Occidente salendo lungo la Russia per entrare in area Schengen da Kirkenes, percorrendo migliaia di chilometri in condizioni proibitive. Alla frontiera trovavano persone che davano loro delle biciclette, perché quello spazio tra Russia e Norvegia non può essere attraversato a piedi. Alcuni a Kirkenes vi sono rimasti: li si incontra nelle poche vie del centro, dove tutto inneggia al sostegno all’Ucraina e non potrebbe essere altrimenti. Murmansk è a soli 220 chilometri da qui. Il checkpoint russo, come da copione, non si riesce a vedere a occhio nudo. L’intera zona di confine lambisce un lago immerso nei boschi. Il panorama è meraviglioso, quanto sorvegliato.

Si inizia l’avventura verso Grense Jakobselv, guidando lungo una strada che sale e scende tra acqua, montagne e qualche casetta tipica dall’inconfondibile profumo di legno. Ogni tanto si incrocia qualche auto in direzione opposta, anche una camionetta militare. Stiamo per arrivare in un punto molto particolare, ma per farlo occorrono almeno una trentina di chilometri in piena taiga. Finché appare un enorme cartello a sinistra di un piccolo parcheggio, che avverte che stiamo percorrendo una strada lungo il confine e indica, in norvegese, inglese e russo, tutto quanto non è possibile fare al di là, pena non si sa che cosa. Non troviamo però soldati norvegesi, che a volte presidiano queste aree avvisando, con molta cortesia, persone come noi un poco avventuriere e che cercano storie alla Paolo Rumiz.

Poco più avanti la strada diventa sterrata e pare davvero portare da nessuna parte. Ma non è così. Ancora qualche curva e lo sterrato costeggia quasi a pelo d’acqua un’ansa del fiume Jakobselva, che fino a quel momento quasi non si vedeva e che in quel punto non è più largo di un qualsiasi torrente. Ma in quel punto c’è un palo giallo con la punta nera che indica il territorio norvegese e di fronte, sulla sponda opposta, un palo a strisce rosse e verdi che indica il territorio russo. Il confine, come scritto sul cartello a fianco del palo norvegese, corre nel fiume. The border runs in the river. Di fronte a noi, davvero a pochi metri, la Russia, ma guai ad attraversare quel torrentello o anche soltanto a tirarci un sasso dentro. L’unico rumore è quello dell’acqua. Nessuno si vede, da nessuna delle due sponde, ma certamente qualcuno si diverte a guardare da una telecamera tutte le persone che si fermano, controllandone ogni movimento. Le vite degli altri. O meglio, un frammento di vita spesa in un luogo idilliaco quanto in potenza pericoloso.

La strada sterrata però non termina qui e noi proseguiamo con lei. Dopo qualche chilometro, lo spazio si apre sempre di più fino ad arrivare a una distesa di muschi e mirtilli rossi e, sullo sfondo, il mare di Barents, oceano artico, oggi calmo e blu come il nostro mediterraneo. Rocce lunari e sabbia fine tendente al grigio. Un paio di capanni, alcune auto e camper che, a ragione, passeranno qui qualche giornata. Una targa è russa. Le altre, svizzere e tedesche. E noi, arrivati a 3.600 chilometri da casa fino alla fine del mondo.

Camminiamo tra le rocce e la lunga spiaggia battuta da un vento non fastidioso. C’è il sole, fa anche caldo. Baciati dalla fortuna in un luogo che non dimenticheremo mai e che trasmette tutta la forza di una natura che continuiamo a voler distruggere e che qui, ancora, riesce ad avere la meglio.

Ci fermiamo lungo il piccolo molo protetto da massi. A sinistra, la costa norvegese. A destra sullo sfondo la Russia, dopo la foce del fiume dentro cui corre il confine. Su una cima è ben riconoscibile un osservatorio militare. Al centro di fronte a noi, l’infinito del mare che punta verso il polo nord.

È davvero difficile risalire in auto per lasciare un luogo dove tutto è eccezionale: le distanze, il clima, i confini, la natura. E dove, se di certo non è facile poter vivere, sarebbe però bellissimo poter morire.

Vivo aspettandoti

Il mio omaggio alla festa della Bruna di Matera, a cui assistei il 2 luglio 2015, scritto per l’allora blog Tatami a cura di Sergio Ragone e Daniel Romano. Lo ripropongo oggi, 2 luglio 2023, con la nostalgia unita all’orgoglio di aver frequentato per anni quella che sarebbe diventata capitale europea della cultura 2019 (ne ho scritto qui) e quella che è una delle città più strabilianti del mondo.

“Vivo aspettandoti”

2 luglio 2015

Amo e frequento Matera da anni, la supporto sui social per #Matera2019, ma non ero mai riuscito ad essere in città per la sua festa di cui tutti mi parlavano, che celebra la sua patrona, Maria Santissima della Bruna, ogni 2 luglio da 626 anni. Un misto di devozione, tradizione e pazzia, come riporta una delle tante magliette che indossano i materani durante il “giorno più lungo”, perché inizia all’alba con la messa in S. Francesco e la (prima) processione lungo la città per terminare a notte fonda.

Non parlerò dei dettagli della festa, che potete leggere ad esempio qui se non li conoscete. Parlerò della mia esperienza, perché nel mio percorso di “materanità” (seppure acquisita) non potevo mancare ancora l’appuntamento. E tenterò di spiegare perché un uomo del Nord, che pratica buddismo giapponese da 8 anni, che ama la solitudine e la riservatezza, può appassionarsi a una festa tipicamente del Sud, con una devozione del tutto cattolica, piena di folla che termina il suo percorso in piazza Vittorio Veneto assieme al carro ogni anno più ricco e decorato che, senza più la statua della Bruna deposta nella chiesa che la ospita lungo l’anno, viene assaltato dai più facinorosi per distruggerlo e portarsi a casa un pezzo in segno benaugurante. Vi assicuro che, amando questa città che tanto mi dà e a cui io cerco di dare qualcosa, è possibile: ed è bellissimo.

Ho voluto cominciare dall’inizio, svegliandomi prima dei galli per essere pronto a seguire l’avvio. Ne valeva la pena, già soltanto per passeggiare all’alba nel Sasso Caveoso, senza un rumore né una qualsiasi presenza. E poi, man mano che mi avvicinavo a dove tutto comincia, il brusio aumentava. I bar di via Ridola già aperti per chi come me non era riuscito a fare colazione così presto. Piazza S. Francesco piena di devoti, di turisti, di tutti coloro che “vivono aspettando” il 2 luglio, perché questo è: a Matera si vive aspettando la Bruna, tant’è che in molti considerano la sera del primo luglio, con un sentimento leopardiano, il momento più bello.

La Bruna 2015 è stata la prima dopo la nomina di Matera a capitale europea della cultura e lo si è percepito. Non si è badato a spese con delle luminarie strabilianti. Il percorso della processione è tornato nei Sassi, che è uno dei luoghi più mistici che io conosca: che si sia cattolici, buddisti, atei o quant’altro, soltanto chi non ha nemmeno un briciolo di sensibilità non può percepirlo. E camminare seguendo la scia di persone che scende verso S. Pietro Caveoso con la chiesa dell’Idris a dominare la scena è un’emozione forte. Ma la Bruna è anche follia ed esplosività: ed ecco quindi che la processione ogni tanto si ferma e sono lanciati dei mortaretti come a svegliare la città che dorme e non è in cammino. Fumo, folla, preghiere, cori, in un sole cocente che abbronza la seconda città più antica al mondo.

La mattinata è lunghissima e va dalla vestizione del Generale, che condurrà tutto il reggimento di cavalli che accompagnano la festa, al cammino della statua della Bruna verso la chiesa di Piccianello, che la ospiterà fino al tardo pomeriggio per poi far ritorno in centro. Sono ore di marcia, di pause, di attese. La Madonna, accompagnata da fieri cocchieri, troneggia con la sua parrucca rigogliosa di boccoli ed è per quella giornata più fotografata della Gioconda. Ho visto almeno tre bande musicali che si sono alternate in questa liturgia. Ho visto signore vestite di tutto punto e vecchiette emozionate quando la banda, come cantava Mina, passò. Ho visto tutto l’orgoglio di una città che è sempre stata unica, ben prima di essere protagonista nei media. Una città che fu la prima nel Sud a insorgere contro il nazifascismo. Una città che si vendicò dei soprusi del suo signore, il conte Tramontano, di cui rimane un castello incompiuto e che – secondo la leggenda – promise ai materani che avrebbe fatto realizzare ogni anno un carro più bello per la Bruna e i materani, non fidandosi, decisero di distruggerlo alla fine della festa per obbligarlo a mantenere la promessa.

Ecco: lo “strazzo” (strappo) del carro è questo e molto di più. È qualcosa che probabilmente se non si è nati a Matera non si può capire fino in fondo, come il Palio di Siena che – guarda caso –  si corre il 2 luglio. Le similitudini sono molte: ci sono immagini sacre, ci sono i cavalli, c’è una lunga disputa su quando il carro, finalmente, percorrerà il Corso a discreta velocità per poi essere assaltato in piazza. In quei pochi minuti tutto è concesso e se si è nel posto sbagliato spintoni e qualche screzio sono assicurati. Chi assalta il carro fa di tutto per portarsi via uno dei pezzi che lo compongono, seguito con urla di gioia da una piazza stracolma. Sono cinque minuti di adrenalina pura e di istinti primordiali.

Poi, come in un cambio di scena rapido quasi quanto un cambio d’abito di Arturo Brachetti, il centro di Matera torna come tutte le sere d’estate e non solo: affollato, ma gioioso, con le passeggiate lungo via Ridola, un buon bicchiere di vino nelle tante osterie aperte in questi anni, gli spettacoli di funamboli vicino a Palazzo Lanfranchi, un saluto a un amico che si incontra in giro. Ed io posso ritornare l’uomo del Nord, che pratica buddismo giapponese da 8 anni, che ama la solitudine e la riservatezza, fino al prossimo 2 luglio: ché, ormai, anch’io vivo aspettandolo.

Il belvedere decaduto

L’hotel Belvedere è una delle immagini simbolo del cinema – e non soltanto – da Goldfinger in poi, quando Sean Connery girò una scena del suo James Bond tra l’albergo e il passo della Furka. Svizzera profonda, confine tra cantone Uri e Vallese, una delle strade panoramiche più belle d’Europa e che tocca questo albergo che pare sospeso in mezzo a un tornante e con la vista sul ghiacciaio del Rodano, o meglio su ciò che ne rimane.

La foto dell’hotel Belvedere è su migliaia di pagine Instagram, compresa ora anche la mia, ed è anche la copertina del libro Accidentally Wes Anderson, idea geniale di raccolta di fotografie di paesaggi che potrebbero far parte di un film del regista.

Arrivarci, guidando lungo quei tornanti in piene Alpi, è un’emozione. Poi, però, ci si guarda intorno e si capiscono cose che non sono chiare guardando soltanto una foto .

L’hotel è chiuso da anni e in chiaro stato di abbandono. Esattamente come il ghiacciaio da cui nasce uno dei fiumi più importanti dell’Europa occidentale. A fianco, un parcheggio che nei fine settimana si riempie di auto, moto e autobus, venuti qui – come me – per osservare una meraviglia decaduta.

Le immagini, a volte, mentono. Basta attendere, con pazienza, che nessuno transiti et voilà, hai lo scatto della giornata. Ma quando cerchi dove possa essere il ghiacciaio da cui il belvedere prende il nome non lo trovi, vittima del cambiamento climatico, motivo per il quale anche l’hotel è stato chiuso, non essendo più il punto da cui osservare dalla propria finestra lo spettacolo di una lingua di ghiaccio. Ciò che rimane è un luogo di una indiscutibile bellezza, anche un po’ sinistra, certamente in sofferenza.

Gli svizzeri utilizzano il sistema dei referendum in modo frequente, chiamando a esprimersi le persone dei vari cantoni su molte tematiche e non per sfide muscolari – spesso perse – come accade da noi da almeno trent’anni. E così, recentemente hanno votato sì al referendum per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, promosso da scienziati e ambientalisti proprio per salvare i ghiacciai iconici della Svizzera, che si stanno riducendo drasticamente anno dopo anno. Chissà se basterà.

Euronight Croazia

Dopo nove anni dal suo ingresso nella UE e a pochi giorni dall’adozione dell’Euro, che avverrà a inizio anno, l’8 dicembre 2022 la Croazia è entrata anche in Schengen. Cade un’altra barriera europea, seppure ne rimangano molte altre, ma per me la storia di oggi significa ripercorrerne un’altra iniziata poco più di dieci anni fa.

Andare – spesso – a Zagabria dal 2011 in poi, per me significava intanto viaggiare con un treno che non esiste più: l’Euronight Venezia – Budapest che prendevo a Mestre, arrivando da Milano, alle 21 e 30 per giungere a Zagabria verso le 5 di mattina. Era gestito dalle ferrovie ungheresi, identico ai nostri vecchi treni con cuccetta che si prendevano per andare dal Nord in Puglia o in Sicilia. Con la differenza che nei corridoi del Venezia – Budapest c’erano la cartina magiara e i cartelli di avviso scritti, oltre che in ungherese, in francese, tedesco e russo. Non era molto frequentato, infatti venne purtroppo soppresso pochi anni dopo. Quasi mai lo scompartimento era pieno e riuscivo sempre a prenotare la cuccetta in alto. Qualche ungherese, qualcuno che scendeva o saliva a Lubiana, ogni tanto ragazze o ragazzi di nazionalità diverse, che probabilmente stavano facendo un Interrail. A volte qualche faccia non proprio raccomandabile, ma in fondo era un treno sicuro che affrontavo senza remore, coi tappi nelle orecchie per riuscire a dormire e portafogli e documenti ben stretti.

Alla fine, viaggiavo per tutta la notte su un convoglio rattrappito dagli anni che attraversava tre paesi superando l’ex cortina di ferro: era sufficiente per sentirmi un po’ Paolo Rumiz senza esserlo manco da lontano.

Al ritorno, che prendevo da Zagabria a mezzanotte, spesso capitava che il capotreno mi offrisse di passare dalla cuccetta al vagone letto, senza farmi pagare la differenza. Un piccolo lavandino, una brodaglia con un croissant industriale e il non dover condividere il mio piccolo spazio con nessuno mi facevano comodo, fino al risveglio a Mestre poco prima delle sette, per poi cambiare per Milano e, quasi sempre, andare direttamente in ufficio. L’ho fatto per anni, lo rifarei.

Ma l’Euronight verso Zagabria significava anche venire svegliati poco dopo le tre a Dobova, al confine tra Slovenia e Croazia, per il controllo dei passaporti. Sonno interrotto, per sempre, dal vociare dei controllori sloveni, molto più meticolosi di quelli croati – o almeno a me pareva così – con i loro monocoli che piazzavano sull’occhio per scrutare la filigrana di ogni documento, provocando quell’inutile ansia di essere fermati per qualche sparuto motivo, anche se motivi non ce n’erano. L’attesa inoltre era davvero lunga, almeno tre quarti d’ora se non di più. Restare fermi alla stazione di Dobova nelle prime ore del mattino, specie d’inverno, era un’esperienza che ti faceva capire la differenza che c’era ancora tra Est e Ovest.

E poi finalmente si ripartiva ormai svegli, riconoscendo nel buio la prima stazioncina croata che era Savski Marof. Poco dopo sarebbero spuntati i primi palazzoni della periferia zagabrese. Infine, l’arrivo in stazione poco prima dell’alba e sempre – non si sa perché – al fondo di uno degli ultimi binari, quasi come se Zagabria fosse un qualcosa da evitare. Per me, invece, era l’inizio di un bellissimo fine settimana.

Con Schengen scompare tutto questo ed è giusto così. Schengen è l’ultimo traguardo di un paese che sino al 1989 era nel blocco dell’Est e che poco dopo ha vissuto una guerra. Io ho semplicemente vissuto momenti che ricorderò sempre, durante i miei viaggi su un Euronight.

La voce della Finlandia

Il primo, magnifico, elemento della Finlandia che nota subito chi come me vive in un paese di 60 milioni di abitanti, è lo spazio.

Anche a Helsinki, che racchiude un quinto di tutti gli abitanti di un paese grande come l’Italia: i viali sono ampi, lo stesso i marciapiedi, non c’è alcun rischio di intralciarsi anche quando ci camminano in molti.

Naturalmente, questo spazio si amplifica appena si esce dalla città e si guida lungo le autostrade (gratuite) o le statali. Ci si immerge in una continua distesa di abeti e betulle, in un verde perenne che si intreccia col blu profondo degli immancabili laghi: sono i panorami che Sibelius ha trasformato in musica e che sono ancora rimasti intatti. Non è possibile rimanerne indifferenti, già se si accosta l’auto accanto a un lago e si riescono ad ascoltare soltanto i suoni della natura.

Infatti il secondo, magnifico, elemento della Finlandia è il silenzio. Anche a Helsinki, nonostante il traffico, soprattutto di tram e autobus che passano davvero ogni minuto, c’è una quiete di fondo che trasforma una grande capitale in una delle città più leggere da gustare.

I finlandesi sono in pochi, hanno a disposizione un enorme spazio da vivere e lo sanno occupare, rispettando il silenzio altrui. Ciò non significa che non parlino, anzi. E, soprattutto in questo periodo, hanno le idee molto chiare su cosa preferire e cosa no.

In una nazione fatta di poche città e molti villaggi sparsi dentro un bosco infinito, è facile destare la curiosità locale se ci si ferma in qualunque negozietto di ristoro oppure nelle osterie lungo le strade che attraversano paesi di poche centinaia o migliaia di anime. Troverete persone informate che, in un inglese a volte stentato a volte invece fluente, dicono con chiarezza che hanno già provato cosa significa l’oppressione russa e non la vogliono provare nuovamente. Nonostante l’influenza russa sulla Finlandia, ben percepibile soprattutto nelle città di confine, che da sempre ospitano russi che qui hanno anche seconde case.

Però, ora è il momento di tenere la barra dritta. Nelle osterie di passaggio a Puumala o Ruokolahti come al palazzo presidenziale di Helsinki, sul cui secondo pennone ora sventola la bandiera ucraina accanto a quella nazionale.

Spazio e silenzio non fermano la voce della Finlandia e dei suoi abitanti, che non hanno bisogno di urlare, né di parlarsi gli uni sugli altri per farsi capire. Esattamente l’opposto di noi italiani, che viviamo in uno spazio esiguo e lo inquiniamo anche con l’acustica, siano i rumori che produciamo nelle città o quelli, ancora più dannosi, nei continui talk show.