Euronight Croazia

Dopo nove anni dal suo ingresso nella UE e a pochi giorni dall’adozione dell’Euro, che avverrà a inizio anno, l’8 dicembre 2022 la Croazia è entrata anche in Schengen. Cade un’altra barriera europea, seppure ne rimangano molte altre, ma per me la storia di oggi significa ripercorrerne un’altra iniziata poco più di dieci anni fa.

Andare – spesso – a Zagabria dal 2011 in poi, per me significava intanto viaggiare con un treno che non esiste più: l’Euronight Venezia – Budapest che prendevo a Mestre, arrivando da Milano, alle 21 e 30 per giungere a Zagabria verso le 5 di mattina. Era gestito dalle ferrovie ungheresi, identico ai nostri vecchi treni con cuccetta che si prendevano per andare dal Nord in Puglia o in Sicilia. Con la differenza che nei corridoi del Venezia – Budapest c’erano la cartina magiara e i cartelli di avviso scritti, oltre che in ungherese, in francese, tedesco e russo. Non era molto frequentato, infatti venne purtroppo soppresso pochi anni dopo. Quasi mai lo scompartimento era pieno e riuscivo sempre a prenotare la cuccetta in alto. Qualche ungherese, qualcuno che scendeva o saliva a Lubiana, ogni tanto ragazze o ragazzi di nazionalità diverse, che probabilmente stavano facendo un Interrail. A volte qualche faccia non proprio raccomandabile, ma in fondo era un treno sicuro che affrontavo senza remore, coi tappi nelle orecchie per riuscire a dormire e portafogli e documenti ben stretti.

Alla fine, viaggiavo per tutta la notte su un convoglio rattrappito dagli anni che attraversava tre paesi superando l’ex cortina di ferro: era sufficiente per sentirmi un po’ Paolo Rumiz senza esserlo manco da lontano.

Al ritorno, che prendevo da Zagabria a mezzanotte, spesso capitava che il capotreno mi offrisse di passare dalla cuccetta al vagone letto, senza farmi pagare la differenza. Un piccolo lavandino, una brodaglia con un croissant industriale e il non dover condividere il mio piccolo spazio con nessuno mi facevano comodo, fino al risveglio a Mestre poco prima delle sette, per poi cambiare per Milano e, quasi sempre, andare direttamente in ufficio. L’ho fatto per anni, lo rifarei.

Ma l’Euronight verso Zagabria significava anche venire svegliati poco dopo le tre a Dobova, al confine tra Slovenia e Croazia, per il controllo dei passaporti. Sonno interrotto, per sempre, dal vociare dei controllori sloveni, molto più meticolosi di quelli croati – o almeno a me pareva così – con i loro monocoli che piazzavano sull’occhio per scrutare la filigrana di ogni documento, provocando quell’inutile ansia di essere fermati per qualche sparuto motivo, anche se motivi non ce n’erano. L’attesa inoltre era davvero lunga, almeno tre quarti d’ora se non di più. Restare fermi alla stazione di Dobova nelle prime ore del mattino, specie d’inverno, era un’esperienza che ti faceva capire la differenza che c’era ancora tra Est e Ovest.

E poi finalmente si ripartiva ormai svegli, riconoscendo nel buio la prima stazioncina croata che era Savski Marof. Poco dopo sarebbero spuntati i primi palazzoni della periferia zagabrese. Infine, l’arrivo in stazione poco prima dell’alba e sempre – non si sa perché – al fondo di uno degli ultimi binari, quasi come se Zagabria fosse un qualcosa da evitare. Per me, invece, era l’inizio di un bellissimo fine settimana.

Con Schengen scompare tutto questo ed è giusto così. Schengen è l’ultimo traguardo di un paese che sino al 1989 era nel blocco dell’Est e che poco dopo ha vissuto una guerra. Io ho semplicemente vissuto momenti che ricorderò sempre, durante i miei viaggi su un Euronight.

La voce della Finlandia

Il primo, magnifico, elemento della Finlandia che nota subito chi come me vive in un paese di 60 milioni di abitanti, è lo spazio.

Anche a Helsinki, che racchiude un quinto di tutti gli abitanti di un paese grande come l’Italia: i viali sono ampi, lo stesso i marciapiedi, non c’è alcun rischio di intralciarsi anche quando ci camminano in molti.

Naturalmente, questo spazio si amplifica appena si esce dalla città e si guida lungo le autostrade (gratuite) o le statali. Ci si immerge in una continua distesa di abeti e betulle, in un verde perenne che si intreccia col blu profondo degli immancabili laghi: sono i panorami che Sibelius ha trasformato in musica e che sono ancora rimasti intatti. Non è possibile rimanerne indifferenti, già se si accosta l’auto accanto a un lago e si riescono ad ascoltare soltanto i suoni della natura.

Infatti il secondo, magnifico, elemento della Finlandia è il silenzio. Anche a Helsinki, nonostante il traffico, soprattutto di tram e autobus che passano davvero ogni minuto, c’è una quiete di fondo che trasforma una grande capitale in una delle città più leggere da gustare.

I finlandesi sono in pochi, hanno a disposizione un enorme spazio da vivere e lo sanno occupare, rispettando il silenzio altrui. Ciò non significa che non parlino, anzi. E, soprattutto in questo periodo, hanno le idee molto chiare su cosa preferire e cosa no.

In una nazione fatta di poche città e molti villaggi sparsi dentro un bosco infinito, è facile destare la curiosità locale se ci si ferma in qualunque negozietto di ristoro oppure nelle osterie lungo le strade che attraversano paesi di poche centinaia o migliaia di anime. Troverete persone informate che, in un inglese a volte stentato a volte invece fluente, dicono con chiarezza che hanno già provato cosa significa l’oppressione russa e non la vogliono provare nuovamente. Nonostante l’influenza russa sulla Finlandia, ben percepibile soprattutto nelle città di confine, che da sempre ospitano russi che qui hanno anche seconde case.

Però, ora è il momento di tenere la barra dritta. Nelle osterie di passaggio a Puumala o Ruokolahti come al palazzo presidenziale di Helsinki, sul cui secondo pennone ora sventola la bandiera ucraina accanto a quella nazionale.

Spazio e silenzio non fermano la voce della Finlandia e dei suoi abitanti, che non hanno bisogno di urlare, né di parlarsi gli uni sugli altri per farsi capire. Esattamente l’opposto di noi italiani, che viviamo in uno spazio esiguo e lo inquiniamo anche con l’acustica, siano i rumori che produciamo nelle città o quelli, ancora più dannosi, nei continui talk show.