Non posso lamentarmi.
Sono stato molto amato e molto odiato.
Il mio perdono a tutti meno tre.
Questo il tweet, postumo, che il figlio di Roberto Renga ha pubblicato ieri dal profilo del padre, il quale lo ha voluto e pensato un anno fa per quando ci avrebbe lasciato, purtroppo ieri.
Ne siamo stati colpiti, io per primo che Renga non l’ho, purtroppo, conosciuto di persona. Ne apprezzavo l’indubbia classe giornalistica e l’acume dei tweet, ai quali spesso rispondevo ottenendo sempre da lui un “like”, cosa per niente scontata.
Tre affermazioni secche: l’ultima criptica, che resterà giustamente tale per chi non conosce le tre persone a cui Renga non si è sentito di concedere il perdono. Tre affermazioni che sono un lascito per noi, ma anche l’ultimo suo colpo di classe.
Non sapevo che Renga fosse da tempo malato di cancro, nulla trapelava dai suoi commenti e ieri molte persone, tra le quali io, abbiamo letto quel tweet credendo fosse un brutto scherzo. Invece, no.
Nella forza di quelle ultime parole, pensate per essere pubblicate postume, c’è anche da parte di Renga l’aver deciso di affrontare l’ultimo messaggio su Twitter, il social che lui frequentava e molto bene, senza lasciare nulla al caso.
Il tema dei profili social che continuano a esistere dopo la scomparsa di chi li ha aperti è da tempo oggetto di discussione.
Una minima parte di casi sono quelli relativi a chi, morendo, affida a qualcun altro i propri profili, spesso per scopi nobili: uno su tutti, il profilo Twitter di Francesca Barbieri, alias @Fraintesa, che continua a esistere grazie alle iniziative in sua memoria e a sostegno della ricerca sul cancro, condotte dal suo compagno Andrea Riscassi con incredibile devozione e profondità.
Il resto, è un enorme rumore di vuoto e di infinita sospensione.
Roberto Renga ci aveva pensato e ha deciso a tempo debito l’ultimo tweet, a mo’ di sigillo.
E noi, e io?