Confini / 2

Valicare a piedi un confine tra un paese dell’Unione Europea e uno al di fuori si può, non lontano da dove abito.

Il valico della Roggiana unisce Maslianico, Como, con Vacallo, Canton Ticino. Un confine pedonale, con un cancello, una sbarra e a lato un cammino aperto. Un tempo era un luogo di contrabbando e di agguati, alcuni mortali. Ora, è un passaggio in mezzo a vigneti, sentieri e casette colorate.

La Svizzera, pur non essendo nell’Unione, è parte dello spazio Schengen dal 2008, ma essendo extra UE mantiene le sue dogane, ove sono possibili – ma non frequenti – controlli da parte della nostra finanza o della polizia cantonale. Già soltanto tra Lombardia e Canton Ticino si contano molte dogane: alcune di gran passaggio, altre molto piccole e graziose, difficilmente presidiate nel fine settimana.

Ma il valico pedonale della Roggiana è ancora più particolare, e ha vissuto durante il lockdown un blocco forzato che ha separato per mesi due popolazioni abituate a frequentarsi l’una con l’altra. Così accadeva che coppie, famiglie, amiche e amici si incontrassero ogni sera davanti alla rete fissata a lato del cancello chiuso, per salutarsi, chiacchierare e, a volte, passarsi dalle fessure del cancello oggetti o cibo.

Il valico della Roggiana unisce, anziché dividere, e durante il lockdown ciò che Ticino e Lombardia davano per scontato non lo era più. E fu così che un passaggio pedonale, più riparato e discreto – sebbene, come logico, videosorvegliato – diventò il ritrovo per chi, nel periodo più buio del Covid, non poteva uscire dal proprio comune.

Al valico della Roggiana, dalla parte italiana, c’è una piccola cappella con una statua di una madonnina, a cui il poeta dialettale Giuseppe Marzorati, detto Marzopino, dedicò una poesia. Alcuni versi sono incisi su una targa di fronte alla cappella, e recitano:

Madonina de Rongiana, se de nott te restet sola,
quand te sentet la pedana del spallon con la bricòla
sara i oeucc e fa la nana, madonina de Rongiana!

Sono versi che parlano di storie di contrabbando e di scontri a volte terminati in tragedia. Lo spallone è un facchino che trasporta carichi pesanti a spalla e identifica, in gergo, anche il corriere di contrabbando. La bricòla è lo zaino robusto usato dagli spalloni per trasportare le merci.

Nella sua poesia, il Marzopino prega la madonnina di “chiudere gli occhi e far la nanna” se di notte sentirà i passi dello spallone che trasporta merce di contrabbando.

Tra Svizzera e Italia ci sono moltissime storie di confine, tutte interessanti. E legate a passaggi che ora facciamo a piedi in tranquillità, soltanto per provare la sciocca ebbrezza di essere in un’altra nazione semplicemente camminando a fianco di una sbarra.



(Sempre su questo tema, leggi anche: Confini )

Il belvedere decaduto

L’hotel Belvedere è una delle immagini simbolo del cinema – e non soltanto – da Goldfinger in poi, quando Sean Connery girò una scena del suo James Bond tra l’albergo e il passo della Furka. Svizzera profonda, confine tra cantone Uri e Vallese, una delle strade panoramiche più belle d’Europa e che tocca questo albergo che pare sospeso in mezzo a un tornante e con la vista sul ghiacciaio del Rodano, o meglio su ciò che ne rimane.

La foto dell’hotel Belvedere è su migliaia di pagine Instagram, compresa ora anche la mia, ed è anche la copertina del libro Accidentally Wes Anderson, idea geniale di raccolta di fotografie di paesaggi che potrebbero far parte di un film del regista.

Arrivarci, guidando lungo quei tornanti in piene Alpi, è un’emozione. Poi, però, ci si guarda intorno e si capiscono cose che non sono chiare guardando soltanto una foto .

L’hotel è chiuso da anni e in chiaro stato di abbandono. Esattamente come il ghiacciaio da cui nasce uno dei fiumi più importanti dell’Europa occidentale. A fianco, un parcheggio che nei fine settimana si riempie di auto, moto e autobus, venuti qui – come me – per osservare una meraviglia decaduta.

Le immagini, a volte, mentono. Basta attendere, con pazienza, che nessuno transiti et voilà, hai lo scatto della giornata. Ma quando cerchi dove possa essere il ghiacciaio da cui il belvedere prende il nome non lo trovi, vittima del cambiamento climatico, motivo per il quale anche l’hotel è stato chiuso, non essendo più il punto da cui osservare dalla propria finestra lo spettacolo di una lingua di ghiaccio. Ciò che rimane è un luogo di una indiscutibile bellezza, anche un po’ sinistra, certamente in sofferenza.

Gli svizzeri utilizzano il sistema dei referendum in modo frequente, chiamando a esprimersi le persone dei vari cantoni su molte tematiche e non per sfide muscolari – spesso perse – come accade da noi da almeno trent’anni. E così, recentemente hanno votato sì al referendum per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, promosso da scienziati e ambientalisti proprio per salvare i ghiacciai iconici della Svizzera, che si stanno riducendo drasticamente anno dopo anno. Chissà se basterà.