The nightfly, il “comfort record”

Se ti chiami Donald Fagen, sei uno dei due Steely Dan, sei un compositore raffinato, sei un perfezionista incallito del suono e hai a disposizione alcuni tra i migliori musicisti del pianeta, è facile che il tuo primo disco solista diventi memorabile. Così è The nightfly, uscito il primo ottobre 1982, quarant’anni fa.

Nel 1982 avevo dodici anni, cosa ne potevo sapere di Fagen e degli Steely Dan: troppo da adulti, troppo sofisticati, troppo americani. Anche se mi ricordo il video di New frontier che passava in tv ed era un cartone animato, ma certo non potevo sapere che quel brano fosse cantato da un musicista di razza e che il disco che lo contiene uscì con una pulizia del suono talmente elevata da essere utilizzato per testare gli impianti stereo.

Poi però cresci, ti appassioni alla musica non soltanto mainstream, scopri che il dj Nick “the Nightfly” prese il nome dal disco di Fagen, il quale a sua volta si ispirò a un dj con quel nome che a lui piaceva ascoltare e colleghi tutto, a partire dalla copertina dell’album, una delle più iconiche e riconoscibili, con Fagen ritratto in uno studio radiofonico a trasmettere a notte fonda (l’orologio alla parete segna le quattro e dieci, certamente di mattina) proprio come canta nel brano che dà il nome all’album: un misto di gioia e malinconia da parte di un dj troppo sensibile, che caffè e sigarette d’ordinanza non riescono a mitigare (I’ve got plenty of Java and Chesterfield Kings, but I feel like crying, I wish I had a heart of ice).

Non sarò certo io a ripercorrere i vari brani di The nightfly, anche se voglio citare con piacere l’apertura di I.G.Y. (What a beautiful world), un tuffo nell’America ottimista della fine degli anni’50 condito – come sempre, trattandosi di Fagen – da un testo sarcastico dove il futuro sarebbe stato strepitoso, con un treno sottomarino che avrebbe impiegato novanta minuti da New York a Parigi, e così via. E, ovviamente, New frontier, che tratta la paura della guerra fredda romanzandola con una storia d’amore in un bunker antiatomico. Ascoltandola oggi, si capisce come, purtroppo, siamo di nuovo sempre più vicini a una situazione del genere, e non per ironia o per scherzo.

Musicalmente, The nightfly è infine la continuazione, da parte di Fagen da solo, di Gaucho, che uscì con grandi difficoltà due anni prima e che fu l’ultimo album dei Dan insieme, fino al ritorno in coppia vent’anni dopo (di Gaucho, e soprattutto della sua chiusura con Third world man, ne ho scritto qui). Anche The nightfly è uno squisito passatempo tra il pop e il jazz, costruito in studio da Fagen con mostri sacri come Larry Carlton, i fratelli Brecker, Jeff Porcaro, ma la lista sarebbe molto più lunga. Sta di fatto che sono passati quarant’anni e ne stiamo ancora a parlare, e non soltanto io che non ho alcuna voce in capitolo.

Ciò che posso dire è che The nightfly è un disco certamente da highway americana percorsa di notte, ma anche ascoltandolo guidando a ora tarda nelle nostre autostrade o statali ha lo stesso effetto ovattato, di calore, di protezione. Per me, è uno dei “comfort record” ai quali, prima o poi, torno quando necessario. Ognuno ha i propri, ci mancherebbe: i miei però, modestamente, li ritengo di un certo livello.

Il terzo mondo degli Steely Dan

Third world man è il brano che conclude Gaucho degli Steely Dan e che quindi chiude il loro primo, incredibile, ciclo. Walter Becker e Donald Fagen si separarono, per poi tornare insieme a inizio millennio con Two against nature, titolo più che azzeccato per due geniacci che crearono, tra le altre cose, l’accordo di mu maggiore.

Third world man è la conclusione di un album molto travagliato, uscito nel 1980 con due anni di ritardo, e che peraltro non avrebbe nemmeno dovuto includerla: la storia è nota, il pezzo fu inserito perché un tecnico sfortunato cancellò la registrazione di The second arrangement. Mai come in questo caso da un errore nasce un’opportunità. Se infatti l’inconveniente non ci fosse stato, non avremmo forse mai ascoltato un brano così commovente e con il migliore assolo di un chitarrista stellare come Larry Carlton.

Third world man pare fosse già stato escluso da Aja, l’album più perfetto dei Dan, che incuranti di tutto il caos che stava accadendo nel 1977 si rinchiusero come al solito in sala di registrazione, pretendendo il meglio da se stessi e da un gruppo di musicisti incredibili, dando alle stampe un gioiello in perfetta antitesi con il punk che esplose in quell’anno.

Third world man ha un testo che, come tutti quelli dei Dan, si presta a mille interpretazioni, delle quali loro stessi sono sempre stati i primi a goderne, soprattutto la buonanima di Walter Becker. Ma è giusto così.

Quella frase in italiano È l’era del terzo mondo – a cui perdono volentieri la pronuncia “mando” di Fagen – un po’ tocca, un po’ mi riporta alla frase di Tondelli sui poveri dei quali sarà la terra.

Ma chi è Johnny, il protagonista di Third world man la cui stanza dei giochi è in un bunker riempito di sabbia? Nessuno, infine, lo può sapere con esattezza. Erano anni di piena guerra fredda, questo è da tenere a mente.

E se il terzo mondo dei Dan fosse, semplicemente, una “terza via” tra l’allora Patto di Varsavia e il capitalismo reaganiano di un’America che, spesso, loro da americani hanno preso in giro? Chissà se ad esempio Becker e Fagen sapevano qualcosa sui paesi “non allineati”, magari sì.

Sopra a ogni cosa, però, rimane come sempre la musica. E, per me, Third world man è una ballata quasi funebre, un malinconico elogio a qualcosa che sta per terminare e un interrogativo verso ciò che ci attende e che, come al solito, ci fa paura perché ignoto. Infine, il loro brano che io più associo al ciclo di vita e di morte.