Il silenzio elettorale è forse l’unico aspetto dei molti che compongono il gran circo delle elezioni che non è cambiato da quand’ero bambino, anche se oggi è davvero anacronistico, vivendo i politici – insieme a noi – ventiquattro ore al giorno sui social. Non sono, pertanto, uno che si scandalizza se non lo rispettano, semplicemente perché noi italiani, l’arte del silenzio, non riusciamo proprio a volerla praticare.
Il silenzio da noi non è riflessione, meditazione, immaginazione, ma è attendere il proprio turno per prendere la parola, se per caso si aspetta invece che – spesso – interrompere. Del silenzio noi abbiamo paura: siamo terrorizzati dai vuoti e ci affrettiamo a riempirli, spesso in malo modo. Oppure con maleducazione e totale disinteresse degli altri: prova ne è l’aumento ormai incontrollato delle chiamate in viva voce per strada o sui mezzi pubblici.
Eppure, anche il silenzio è comunicazione. Anche i vuoti sono necessari quanto i pieni. Un concetto che, in musica, mi fa subito pensare a James Blake, che a 23 anni appena pubblicò nel 2011 il suo primo bellissimo album, tra l’elettronica e l’ambient, in cui fa suonare anche i vuoti lasciando in sospeso chi ascolta, dalla cover di Limit to your love alla nenia avvolgente di The wilhelm scream.
Il silenzio, intanto, è ascolto; è saper mettere le giuste pause in un discorso; è capirsi anche senza parlare; è saggezza di non aggiungere altro per non acuire un conflitto. Se tutto ciò non è comunicazione, non so cosa sia.
Personalmente, non ho mai temuto il silenzio, né l’horror vacui, e cerco sempre più spazi ampi e quieti, che trovo ormai quasi soltanto nel mio rapporto con la montagna, una gran signora che pretende rispetto da chi la frequenta (e non sempre lo ottiene). Bisogna camminare un po’, ma ne vale la pena: più si sale, più si allontanano i rumori di fondo, quelli che si annidano nella nostra mente e sono più fastidiosi dei rumori reali. C’è chi crede di poterli coprire non chiudendo mai la bocca: nulla di più sbagliato.