I miei due 16 marzo

Il 16 marzo 1978 le Brigate rosse rapivano Aldo Moro, per mai più restituircelo.

Avevo quasi otto anni e sono cresciuto negli anni di piombo. Ho ancora ben presente quel momento storico, ma come spesso accade il nostro è un paese con la memoria corta (e lo vediamo ancor più oggi), zeppo di miei coetanei o persone più anziane che berciano sui social e sui giornali “quanto si stava bene, quanto eravamo più sicuri” e altre sciocchezze del genere. Evidentemente non si ricordano le sparatorie, i posti di blocco, le rapine per procurarsi una dose di eroina e quant’altro.

Vent’anni prima, il 16 marzo 1958 il presidente della Soka Gakkai Josei Toda affidò a 5 mila giovani buddisti durante una riunione il testimone di kosen rufu, che per chi come me pratica il buddismo giapponese derivato da Nichiren Daishonin è “la rivoluzione umana attraverso il cambiamento di ogni singola persona”. Sembra un concetto molto più enorme di noi, ma infine parte dall’azione quotidiana di incoraggiare la persona che hai davanti a te. Semplice, quanto complesso. Ma questo è.

Questo mio secondo 16 marzo l’ho scoperto molto dopo, quando anch’io ho iniziato a praticare e lo faccio tuttora.

I miei due 16 marzo spesso si intersecano.

Anni fa parlavo con un mio compagno di pratica, più anziano di me, che iniziò da giovane nel 1976. In Italia in quel periodo stava per succedere di tutto, e lui molto candidamente mi disse che il buddismo lo salvò, proprio perché in quegli anni era facilissimo scegliere una compagnia sbagliata e magari terminare la propria vita con un’overdose, come accadde a molti suoi amici. Era un attimo, poteva succedere a chiunque: non era questione di buoni o cattivi.

Questo è il mio secondo, e gioioso, 16 marzo che ogni anno celebriamo.

Il treno di Gianluca

“Io con il cancro non ci sto facendo una battaglia perché non credo che sarei in grado di vincerla, è un avversario molto più forte di me.”

Lo ha detto, come sappiamo, Gianluca Vialli nella docuserie Sogno azzurro, aggiungendo che “il cancro è un compagno di viaggio indesiderato, però non posso farci niente. È salito sul treno con me e io devo andare avanti, viaggiare a testa bassa, senza mollare mai, sperando che un giorno questo ospite indesiderato si stanchi e mi lasci vivere serenamente ancora per tanti anni perché ci sono ancora molte cose che voglio fare”.

Vialli ha sconfitto un tumore al pancreas, forse il più rapido ad attecchire e a non lasciare scampo. È un’esperienza che lo ha cambiato, non solo fisicamente, come tutte le esperienze di chi affronta – e nel suo caso, supera – una grave malattia. Ma nelle sue parole non c’è alcun riferimento a un linguaggio bellico, da condottiero, da sterminatore di truppe nemiche, bensì un atteggiamento quasi di rispetto verso un avversario molto più forte di lui, che affronta senza arrendersi e senza mettersi sul suo piano.

Sono parole che scaldano, sia perché come logico provengono da un campione come Vialli, sia per il tono.

Non siamo per forza sempre disposti ad andare al fronte; non abbiamo sempre la “cazzimma” in ogni situazione; non riusciamo sempre a non guardare in faccia nessuno, o magari non vogliamo proprio farlo. Però, non essere la reincarnazione di Spartaco non significa essere delle persone perdenti, o non saper affrontare problemi che a volte appaiono insormontabili. Vale per la malattia come per il lavoro o gli affetti e così via.

Uno dei significati del Budda, scrive Nichiren Daishonin nel 1200, è quello di nonin, ossia “colui che sopporta perseverando”. Non si tratta quindi di una pazienza passiva, ma della determinazione di andare avanti, senza negare le nostre fragilità, i nostri momenti di buio, le nostre richieste di aiuto. È il concetto che esprime Vialli quando dice che il cancro è salito sul treno con lui e che bisogna continuare il viaggio senza mollare. C’è chi lo chiama resilienza, una parola ormai abusata e che quindi sta diventando irritante. Io lo chiamerei, semplicemente, lo spirito di una donna o un uomo di oggi per provare ad affrontare sfide anche con chi sai essere più forte.

Gli otto venti

L’uomo saggio non si lascia sviare dagli otto venti: prosperità, declino, onore, disonore, lode, biasimo, sofferenza e piacere. Non si esalterà nella prosperità né si lamenterà nel declino.

Così scriveva Nichiren Daishonin, monaco buddista, al suo discepolo Shijo Kingo nel Giappone del XIII secolo, in un gosho (lettera) che a tutt’oggi leggiamo e approfondiamo.

Gli otto venti rappresentano otto forze a cui noi, come individui, rischiamo di piegarci.

A leggerne l’elenco, sembra che quattro di questi venti siano positivi e quattro no: non è così. La lode non è per forza il contrario in positivo del biasimo, come il piacere non lo è della sofferenza.

In realtà, gli otto venti sono “neutri”: tutto dipende da come li affrontiamo, con quale stato d’animo. Certamente, se il nostro atteggiamento è passivo, ci limiteremo a ondeggiare dalla disperazione al settimo cielo, rimanendo con nulla in mano.

A me non è mai interessato granché l’onore, tantomeno il disonore: forse i due venti più giapponesi degli otto, se pensiamo per esempio a Yukio Mishima e al rito dell’harakiri.

Fino a pochi anni fa – ma l’esperienza non si è certo conclusa – avrei detto che la coppia di venti che più mi toccava fosse quella lode – biasimo. Quante volte leggevo un qualcosa che scrivevo o che presentavo, che trovavo – non soltanto io – bello ed efficace, e lo miravo e rimiravo, sentendomene prigioniero. Allo stesso modo, quanto mi pesavano (e mi pesano ancora) le critiche, anche se oggi reagisco diversamente, o ci provo. Cercando anche di ricordarmi quanto mi sia invece facile il “piacere di stare insieme solo per criticare”, come cantava Battiato in Mal d’Africa.

Ora, complice anche l’età che avanza, la coppia di venti che più mi tocca è quella prosperità – declino. La prima l’ho ogni tanto vissuta e a volte mi manca; il secondo ho cominciato ad avvertirlo e mi fa male, anche se a giorni alterni. Ma a 51 anni oggi, credo sia inevitabile svegliarsi contando il tempo che mi rimane, pur ignorando quanto possa ancora essere. Il mio è un pensiero terreno quanto irrazionale, perché resto ingabbiato nel vento e non lo cavalco.

Gli otto venti, però, è anche un bel libro di Silvia Rosselli, figlia di Nello e nipote di Carlo, nata all’inizio della persecuzione politica che terminò con la fine tragica di papà e zio ai quali sono dedicate vie o piazze di ogni città italiana. Nel suo romanzo, ripercorre una fetta importante di storia, ma soprattutto ci apre i suoi ricordi di famiglia, toccando infine anche il buddismo, a cui arrivò in tarda età (ed ecco il perché del titolo). Nelle parole di Rosselli ho trovato una chiarezza e una saggezza che, ancora, sono lontano dal raggiungere. Cercando, ogni giorno che passa, di saper cavalcare gli otto venti.