In nessun luogo andai, per niente ti pensai
e nulla ti mandai per mio ricordo.
Sul bordo m’affacciai d’abissi begli assai
Inizia così Le cose che pensano, il brano di apertura di Don Giovanni di Lucio Battisti, di cui oggi ricorrono gli 80 anni dalla nascita. Era il 1986 e dopo quattro anni di silenzio Battisti, ancora una volta, ci stupiva. Un’introduzione di piano elettrico e un testo di giochi al passato remoto scritto da Pasquale Panella, con cui Battisti firmò i cosiddetti “dischi bianchi” che ancora ai puristi non vanno giù. “Eh però, con Mogol”. Eh però niente: Battisti pensava già avanti, forse fin troppo.
Don Giovanni, il primo dei “dischi bianchi”, ci consegna un Battisti opposto ai canti liberi e alle canzoni del sole cantate in spiaggia con chitarra e falò. E fu così fino a Hegel, il testamento di un Battisti sempre più ermetico e sempre più volutamente solitario, ma non per questo meno autentico.
Battisti è stato quello con Mogol come quello con Panella, quello dei Giardini di marzo come quello di Anima latina, altro capolavoro spesso dimenticato e, all’epoca, scioccamente criticato. Battisti, semplicemente, è stato un rivoluzionario senza esserlo nei modi. Studiava, sperimentava, rischiava e sapeva comporre (e arrangiare). Tra altri 80 anni si parlerà ancora di lui e, forse, sarà accettato anche il periodo con Panella. Perché, sopra a tutto, c’era e ci sarà il musicista Lucio Battisti. Partendo, magari, proprio da Le cose che pensano e che
hanno di te sentimento, esse t’amano e non io.
Come assente rimpiangono te. Son le cose, prolungano te