Venezia – Istanbul

Venezia mi ricorda istintivamente Istanbul.
Stessi palazzi addosso al mare,
rossi tramonti che si perdono nel nulla.

Così inizia Venezia-Istanbul di Franco Battiato e così è Istanbul, che vive il mare che la taglia in due – su due continenti diversi – e che puoi attraversare in battello in pochi minuti sentendoti stupidamente unico.
I suoi palazzi addosso al mare sono stupefacenti, come il Dolmabahce, che abbiamo visitato, dove è conservato il letto di morte di Ataturk.
I suoi tramonti sui quartieri più antichi e sulle moschee sono rossi e si perdono nel nulla. E tu, piccolo occidentale, rimani lì a bocca aperta come se osservassi un miraggio.

Istanbul però, a differenza di Venezia, vive la strada e la vive a qualsiasi ora del giorno e della notte.
Una megalopoli di 16 milioni di abitanti che si riversano tra vie dello struscio, caffè, pasticcerie, parchi, piazze (su tutte, naturalmente Taksim), porti e battelli, tram e metropolitana – che funzionano e bene, il Gran Bazar, le moschee.
Un incrocio che non si ferma mai, una danza caotica con un suo ordine, un crogiuolo di forme e stili e modi di vivere, che passano in un secondo dal velo alla minigonna (ringraziamo, sempre, il padre della nazione Ataturk per questi e altri aspetti).
E anche lungo i tre chilometri di passeggio della via Istiklal, il cui selciato è ogni giorno calpestato da milioni di persone, puoi deviare per una via traversa e ritrovarti in un cortile silenzioso con un paio di caffè, sederti, aspettare che qualcuno degli innumerevoli gatti venga a strusciarsi su di te e sentirti per un attimo come Orham Pamuk.

Istanbul è Venezia, è Ravenna, è Roma, è Atene, ma è soprattutto Istanbul.
Impegnativa, sfidante, fascinosa, misteriosa, rumorosa, grandiosa e potrei andare avanti per ore.
Va vista, una volta nella vita.
Anche per poter poi dire – parafrasando il famoso detto su Venezia – che “Istanbul è bella, ma non ci vivrei”.

No time, no space

Impossibile scegliere un brano solo nel vastissimo, e spesso gigante, repertorio che Franco Battiato ci ha donato, ma mi sono ora reimbattuto in No time, no space, brano che condensa in tre minuti e mezzo tutto ciò che il maestro era e rimarrà.

No time, no space fa parte di Mondi lontanissimi, album del 1985 che contiene, tra le altre perle, la poesia in musica de L’animale, il cui testo contrappone ragione e istinto. Qui, invece, abbiamo il desiderio di andare oltre il tempo e lo spazio, in un brano serrato in cui ci sono tutti i riferimenti di Battiato: la storia “di civiltà sepolte”, la fisica, l’astronomia (“Seguimmo per istinto/le scie delle comete/come avanguardie/di un altro sistema solare”) e, naturalmente, il misticismo.

No time, no space ha una potenza sonora che parte dalle percussioni combinate a tastiere e batteria elettronica – siamo in pieni anni’80, ricordiamolo – e che poi si allarga con il respiro portato dall’orchestra di violini e dall’arpa, dirette dal fido Giusto Pio. In mezzo, un ritornello in inglese – espediente linguistico che spesso Battiato utilizzava – e un controcanto. No time, no space è una spremuta di Franco Battiato condensata in un brano.

Il video, che oggi dopo quasi quarant’anni può magari far sorridere, è anch’esso perfetto. Battiato che indossa le cuffie, scalzo e a gambe incrociate sui suoi amatissimi tappeti orientali; Giusto Pio e l’orchestra; immagini dei dervisci rotanti che danzano. Alla fine, Battiato si toglie le cuffie, si alza, indossa giacca e scarpe e cammina verso l’uscita, mentre i musicisti continuano a suonare. Un’immagine, chissà, forse liberamente ispirata a quella del video di The same old scene dei Roxy Music, di qualche anno prima, con Bryan Ferry che si alza dal pianoforte, spegne la sigaretta e se ne va, lasciando il resto della band a proseguire.

Nel video di No time, no space c’è però un’aggiunta finale e significativa, ossia Battiato che sale le scale e prima di uscire rimane per un momento fisso a osservare la scena che sta abbandonando. “Keep your feelings in memory”, canta nel ritornello. Conserva i tuoi sentimenti nel ricordo: io ora me ne vado, superando il concetto spazio – tempo. E vi lascio qui. E Battiato, dal maggio del 2021, ci ha lasciato qui, in preda a derive autoritarie, divisioni sempre più forti, odio e desiderio di uccidere.

Superare il tempo e lo spazio. Probabilmente, Battiato ci è riuscito. Noi non possiamo che continuare la nostra ricerca verso cosa un giorno diventeremo.

“Keep your feelings in memory
I love you, especially tonight.”

(Franco Battiato, No time, no space, 1985)

Lode all’inviolato

Mi sembrava sciocco e pretenzioso da parte mia scrivere di Franco Battiato appena dopo la sua scomparsa. Ora, mi sento di farlo.

Battiato mi ha accompagnato per quarant’anni di vita: ne avevo undici quando uscì La voce del padrone, di cui consumai la cassetta, per poi scoprire col tempo che non fosse il suo disco migliore, ma “solo” il più venduto (oggi non sarebbe nemmeno nei primi dieci di Spotify, e questo dimostra quanto la musica – almeno quella italiana – sia peggiorata).

Battiato è stato tutto e ha scritto di tutto: dalla sperimentazione al pop alle opere liriche. Ha scritto per donne fantastiche e ha interpretato classici senza guerreggiare con loro, ma semplicemente rendendoli propri. Ci ha fatto volare in territori inesplorati e riflettere sull’esistenza. Penso, soltanto, a L’ombra della luce, che tante volte ho cantato insieme a un mio caro amico durante alcune estati fatte di pochi giorni di buen retiro in val d’Orcia.

Battiato, qualcuno lo rammenta, era anche spiritoso nonostante le apparenze. Ne ho una piccola prova anch’io, l’unica volta che lo vidi in concerto a Torino, fine anni’90. Era il tour de L’imboscata, quindi un contesto più rock, niente tappeti né gambe incrociate, ma balli ed energia. Dopo la fine di un brano, prima che stesse per cominciarne un altro, si levò un grido dalla platea: “Franco, sei bellissimo!” Tutto il palazzetto rise, compreso lui, che rispose: “Questo è sacrosanto e giusto”, mandandoci in orbita.

Sarebbe altrettanto sciocco e pretenzioso fare una classifica dei suoi brani: il suo repertorio è talmente vasto e talmente uno scrigno prezioso che si può soltanto andare a sensazione. Escludendo i più noti, per me ci sono ad esempio capolavori dell’epoca sperimentale come Sequenze e frequenze, che ogni tanto mi ritrovo a cantare; oppure, se penso a un album del livello di Come un cammello in una grondaia, direi che contenga tutto ciò che continuiamo a vivere trent’anni dopo la sua uscita.

Ripensando però a Battiato e a tutta la sua opera, c’è un fil rouge evidente: la Sicilia.

Battiato era fortemente siciliano, seppur emigrato a Milano da giovanissimo. La Sicilia non è soltanto nei suoi testi, da Giubbe rosse a Secondo imbrunire, ma è nel suo pensiero, nel suo stato d’animo, nella sua cultura. L’isola dove tutti arrivarono e lasciarono testimonianze che ancora oggi vediamo, in un crogiuolo di stili e di bellezza. Battiato era questo: un siciliano aperto al mondo, in un continuo dialogo tra culture e con una fortissima dimensione spirituale.

Tra i molti suoi testi che porterò sempre con me, mi piace ricordare un passaggio di Lode all’inviolato, uno dei brani dove è più forte il dualismo tra oscurità e illuminazione, due facce della stessa medaglia che convivono dentro di noi.

E quanti personaggi inutili ho indossato
Io e la mia persona quanti ne ha subiti
Arido è l’inferno

sterile la sua via
Quanti miracoli, disegni e ispirazioni
e poi la sofferenza che ti rende cieco
Nelle cadute c’è il perché della sua assenza
Le nuvole non possono annientare il sole

E allora, sia lode a Franco, l’inviolato.