Il valore del togliere

Sono da qualche giorno positivo al covid. Esperienza per me nuova, per fortuna fatta con una quarta dose in corpo. Vaccinatevi, sempre, anche se ormai “è solo un’influenza” – e comunque, così non è.

Complici forse questi giorni di convalescenza e una stanchezza cronica da cui cerco di uscire, sto riconsiderando un po’ di cose qua e là, legate soprattutto al desiderio, se non alla necessità, di togliere invece che di aggiungere.

Togliere, per chi lavora con i testi propri e altrui, è difficile quanto necessario. Non sempre è possibile, ma provarci è salutare.

Togliere in generale pesi dalla propria vita.

Togliere per riuscire a guadagnare tempo, che ormai comincia a correre forte.

Togliere per selezionare. Chi l’ha detto che essere onnivori – in senso mentale, non culinario – sia indispensabile? Lo è, certamente, in un periodo della vita che ormai ho superato.
Oggi per me non ha senso interessarmi di tutto, né tutto può avere lo stesso senso. Preferisco reiterare ciò che mi piace e provare a scegliere tra il nuovo con criterio.

Togliere (e togliersi dal)la retorica di milioni di frammenti di conversazioni l’una di seguito all’altra.

Togliere la lunghezza spropositata di alcuni pensieri, scritti o peggio ancora letti, sui social. Bastano due righe, massimo tre, e poi si linka a un bel post come sto facendo io ora, lungo o corto che sia, che chi vuole leggerà, senza sorbirsi trenta righe di “editoriale” su LinkedIn o Facebook. Lo faccio per mia igiene mentale: non leggo ormai più affermazioni sui social superiori a poche righe, perché spesso sono fiere della vanità. Alla cui tentazione chiunque di noi cade. Però, appunto, basta.

Togliere la voglia di commentare o postare qualsiasi cosa sui social, per il punto di cui sopra.

Togliere per provare a continuare a far bene ciò che ancora si sa fare.

Togliere per non sprofondare in un continuo rumore di fondo.

Togliere per saper “osservare i tramonti e vederli cambiare in secondo imbrunire” come cantava Franco Battiato, maestro che sapeva realmente ridurre all’essenziale senza impoverire il contenuto, al contrario.

Togliere, infine, è un valore: per noi e anche per l’ambiente. Difficilissimo da praticare, se ad esempio non sei sopra il circolo polare artico e devi vivere, anche se fai un lavoro nel terziario, seguendo le ore di buio e di luce che si alternano con le stagioni. Qui invece ogni venerdì è ormai un black friday, che non è che uno dei molti fenomeni ormai svuotati di significato.

Perché togliere non vuol dire svuotare.

Gli anni invisibili

C’è un brano di Cristina Donà (bentornata!), Invisibile, che mi è tornato in mente in questi giorni di fine anno. Tratta di un amore non corrisposto, un’attrazione verso chi non ti vede o finge di non vederti. E quella dell’invisibilità è una metafora che associo a molte persone in questi due ultimi anni, il 2020 e il 2021, flagellati dalla pandemia.

Gli (e le) invisibili sono quasi tutte le persone morte di Covid: di quasi tutte loro si sa poco o nulla e di alcune, purtroppo, si sono soltanto viste le immagini delle bare trasportate dall’esercito, come accadde a Bergamo.

Gli (e le) invisibili sono le molte persone che si vaccinano, per se stesse e per la comunità, senza postare aghi dentro braccia sui social né fare chiasso come chi è contro il vaccino e contro il green pass: una minoranza, certo, ma dannosa prima che inutile oltre che – invece – molto, troppo visibile.

Gli (e le) invisibili sono le persone che, al netto dei vari bonus ristrutturazione, mobili, terme e quant’altro, non avranno alcun risarcimento perché nessuno vuole o può calcolare quanto la pandemia ci abbia tolto in termini di salute mentale. Anche a chi in apparenza ritiene di star bene. Anche a me.

Gli (e le) invisibili sono, spesso, persone come me e come molte altre, che vanno avanti senza far troppo rumore, soltanto con più variabili rispetto a prima. A loro, in particolare, auguro un 2022 migliore degli ultimi due anni. Prima che si avveri ciò che canta Cristina Donà:

La luna è limpida
ed io rimango
invisibile come sempre
quando è tardi per dire
che non sopravvivo

Buon 2022.

(Nota a margine: la mia versione favorita di Invisibile è quella remixata da Boosta )

La mia generazione ha perso

Oltre 3,5 milioni di italiani che hanno più di cinquant’anni non hanno fatto neanche la prima dose del vaccino anti Covid. Lo indica il nuovo report settimanale del governo. Tra questi, la fascia più alta di chi non si vaccina è quella tra i 50 e i 59 anni, la più scettica. La mia.

Da cinquantunenne vaccinato due volte, favorevole al green pass anche nelle aziende e all’obbligo vaccinale, posso solo dire una cosa: la mia generazione ha perso. Non da oggi, peraltro.

La mia generazione non è stata protagonista di molti fatti di rilievo, anche per ragioni anagrafiche, giacché per esempio non ha potuto fare – o vivere – il ’68 o il ’77, né essere parte di fenomeni di costume globali come la Beatles mania, né assistere a eventi epocali come lo sbarco sulla Luna.

C’è stata la lunga voglia di leggerezza degli anni’80, terminati con la caduta del blocco sovietico, che ci ha probabilmente lasciato l’illusione di vivere in pace e in armonia, entusiasti dei grandi progetti di integrazione come l’Erasmus, nato nel 1987. Ma già nel 1990 iniziò la guerra del Golfo e nel 1991 quella nei Balcani, Europa.

C’è stato un discreto impegno sociale, collegato anche con la musica – pensiamo al Live Aid o al movimento per liberare Nelson Mandela – e ci sono state le prime importanti battaglie ambientaliste. Troppo poco, forse, per lasciare un vero segno.

Nel frattempo, la mia generazione è cresciuta, con un’educazione certamente più permissiva che in precedenza, con ancora la quasi certezza di un contratto a tempo indeterminato e senza ancora internet, che ha cambiato tutto e che la mia generazione, non essendo nativa digitale, non sa ben utilizzare.

Le persone nella mia fascia di età, anche scolarizzate, spesso sono quelle che più credono alle bufale su Facebook e le “fanno girare”, se non altro perché – a differenza dei millennial e della generazione z, che ovviamente molti cinquantenni disprezzano tout court – non hanno gli strumenti per smascherarle. Facebook è il social con l’età media più alta (no, non è così un bene), il più comune, il più semplice da utilizzare e quindi quello con la maggiore probabilità di trovare gente che in preda a deliri diffonde la qualunque, e ci crede. Ne ho pescati anch’io di esempi così, nella mia cerchia, con grande rammarico: nessuno che abbia meno di cinquant’anni. E ciò che mi disturba maggiormente è come persone con una vita, se non agiata, abbastanza comoda e mediamente acculturate possano sostenere le tesi campate per aria di Fiorellino72 o Pettirosso Viola rispetto a quelle di un Anthony Fauci.

Aggiungo che la mia è la generazione, tra quelle ancora in età lavorativa, che meno conosce l’inglese, perché non era ancora così necessario. Conoscere l’inglese non vuol dire usare, in modo improprio, call invece di chiamata per le riunioni su Teams, ma saper comprendere un articolo del Guardian – cosa che Fiorellino72 o Pettirosso Viola naturalmente non sanno fare – o provare ad ascoltare un minimo della tanta e importante musica che arriva da UK o USA, anziché limitarsi a Ligabue e a Sanremo.

La mia generazione è arrabbiata, in modo passivo aggressivo, con i giovani, con i vecchi, con lo Stato, con i giornali che “non ne parlano” (come se chi lo dice ne leggesse mai uno), con “il sistema” (cosa mai vorrà dire e in che modo si crede di non farne parte, chissà), con automobilisti, ciclisti e pedoni (a seconda delle occasioni), con gli stranieri come con i propri concittadini. In fine: è arrabbiata, in modo passivo aggressivo, con se stessa. Peggio ancora, ripiegata su se stessa.

Dopo i cinquant’anni si supera uno spartiacque e si entra nel secondo bacino della vita. Si fanno, o si dovrebbero fare, molti conti che magari non sempre tornano. Si fanno bilanci di carriera, importante elemento per una generazione tipicamente edonista. Ci si accorge che si ha sempre meno tempo per fare un ulteriore, ennesimo, salto in avanti e che, di contro, non si è ancora abbastanza vecchi per ritirarsi a vita privata. Oppure, che perdere un lavoro a quest’età significa tanta difficoltà a trovarne un altro.

Forse, la mia generazione è la prima a non avere i sufficienti anticorpi per fronteggiare queste e altre cose, o comunque a non sapere affrontare il superamento dello spartiacque in modo non scomposto, preferendo inseguire il mito dell’eterna giovinezza, che consiste di solito nel buttarsi a capofitto in palestra e nel vestirsi con abiti che indossa chi è nato nel 2001.

Certo, non tutti siamo così. Certo, ci sono degli “splendidi – e splendide – cinquantenni”, parafrasando lo splendido quarantenne Nanni Moretti in Caro diario. La situazione generale, però, è preoccupante e l’errore da evitare è pensare di esserne fuori.

Rimedi? Per cominciare, seguire cosa pensa e cosa fa la generazione z. Giusto per tornare sul tema Covid, i ventenni stanno andando a vaccinarsi in massa e molti adulti, quelli che dovrebbero recitare la parte dei saggi, dicono che lo fanno perché costretti, così col green pass possono continuare a stare in compagnia. A parte venirmi da replicare “e quindi?”, io dico che, magari, aver vissuto un lockdown a vent’anni è diverso che averlo vissuto a cinquanta. Ma la mia generazione ha perso anche perché, spesso, ha la memoria corta.