Confini /3 Narva, la calma apparente

A poco più di due ore d’auto da Tallinn, c’è una città diventata un simbolo dell’Unione Europea e dei rapporti sempre più tesi con la Russia. In apparenza, non ha nulla di interessante da vedere. Salvo la cosa per noi più importante: il confine. Perciò, a fine febbraio ci siamo andati.

Per arrivare a Narva da Tallinn percorriamo oltre 200 chilometri attraversando pianure e foreste completamente innevate. E nevica anche quando siamo in auto. Un’atmosfera da Dottor Zivago, con un panorama e una temperatura di fine inverno, che affrontiamo con abbigliamento termico, molta attenzione alla guida e qualche sosta in piccoli bar lungo la strada senza nulla di attraente da sgranocchiare. L’unico rumore che domina è quello del vento che ti taglia la faccia.

Narva, 50 mila abitanti, è una classica città di “socialismo reale”, con i blocchi di appartamenti costruiti all’epoca di Kruscev tutti uguali, tutti grigi, tutti scrostati, senza balconi, soltanto con finestre. Un’edilizia popolare che, quando qui era URSS, significava razionalità e uguaglianza. Il bello, non contava. Ci si immerge subito in un’atmosfera da cortina di ferro, anche se oggi è soltanto un ricordo. Però, a pochi passi da quei casermoni, c’è una nuova cortina di ferro, che passa per un ponte.

L’unicità di Narva è quella di essere una città sulla sponda di un fiume sul quale, all’altro capo, si affaccia la cittadina russa di Ivangorod. Una di fronte all’altra si guardano, quasi a sfidarsi, il castello di Narva, costruito dai Danesi nel medioevo, e la fortezza di Ivangorod, dell’epoca di Ivan III. La bandiera russa sulla fortezza, le tre bandiere di Estonia, Unione Europea e Nato a lato del castello. A rappresentare con chiarezza da che parte si sta.

Il ponte, che peraltro si chiama dell’amicizia, collega due mondi una volta uguali, poi diversi e attualmente incompatibili. A seguito dell’invasione russa in Ucraina, il ponte è chiuso al transito delle auto ed è percorribile soltanto a piedi. Ogni giorno molte persone, soprattutto dalla Russia verso l’Estonia, lo attraversano con i loro trolley e i loro visti per entrare nel paese. Osservare dall’alto di una collinetta quel passaggio silenzioso di donne e uomini che camminano da un posto di frontiera all’altro trascinando una valigia in mezzo a una tormenta di neve, è un’immagine di quelle che restano nella memoria.

Sotto il ponte percorriamo la tranquilla passeggiata lungo il fiume, che tutta imbiancata è ancora più surreale. A riva un numerosissimo gruppo di papere che nuota in un’unica direzione. Un uomo pesca in tranquillità di fronte alla fortezza di Ivangorod. Noi fotografiamo e veniamo anche, con cortesia, fermati da una camionetta della polizia estone che ci chiede cosa stiamo facendo, probabilmente meravigliandosi di come due turisti abbiano deciso in una gelida giornata di febbraio di camminare lungo quella passeggiata invece di farlo, che ne so, in Costa Azzurra per svernare.

In Estonia la minoranza russofona è numerosa e deriva in particolare dall’ “andate e moltiplicatevi” quando qui era Unione Sovietica. L’Estonia non ha molto a che vedere con la Russia. La lingua è della stessa famiglia del finlandese. Tallinn e Helsinki sono a un paio d’ore di aliscafo l’una dall’altra. In città ci sono molte aziende finlandesi, soprattutto della grande distribuzione. Tallinn è stata città della Lega Anseatica, ha un passato danese e poi tedesco, ha un’architettura tipicamente germanica. E anche durante il Patto di Varsavia, l’Estonia era la repubblica dell’URSS più progredita, e per questo desiderata.

In Estonia, queste cose le ricordano bene. Tant’è che è stata la prima delle ex repubbliche sovietiche a dichiarare l’indipendenza dopo la caduta del muro di Berlino. L’Estonia è entrata in fretta in Schengen e nell’Euro, forte anche di una new economy che ha perfettamente sfruttato. In Estonia è nato Skype. In Estonia ci sono i matrimoni gay. In Estonia c’è, semplicemente, un desiderio di essere in tutto e per tutto Europa. Il palazzo del governo, che domina una delle colline su cui si erge la città vecchia di Tallinn e che è ben visibile dalla strada che porta alla stazione, di sera si illumina di giallo e blu in sostegno all’Ucraina.

E in Estonia, da qualche anno, è indispensabile conoscere l’estone per, ad esempio, lavorare negli uffici pubblici. Normale, verrebbe da dire. Non però per una popolazione russofona che non lo ha mai voluto imparare. A Tallinn è facile in un negozio o in un caffè osservare questa situazione: entra una persona, viene salutata in estone, la persona risponde in russo e quindi si fa lo switch linguistico.

A Narva, la grande maggioranza della popolazione è russofona. In apparenza, tutto scorre lungo il fiume. Nella realtà, c’è molto malumore che cova sotto la coltre di neve e lungo un ponte che simboleggia il difficile rapporto tra chi vuole dimenticare, chi continua a pensare “un giorno questo sarà di nuovo nostro” e chi pensa che sotto sotto non sarebbe poi così male.

Narva, Estonia, confine di calma apparente.

Confini / 2

Valicare a piedi un confine tra un paese dell’Unione Europea e uno al di fuori si può, non lontano da dove abito.

Il valico della Roggiana unisce Maslianico, Como, con Vacallo, Canton Ticino. Un confine pedonale, con un cancello, una sbarra e a lato un cammino aperto. Un tempo era un luogo di contrabbando e di agguati, alcuni mortali. Ora, è un passaggio in mezzo a vigneti, sentieri e casette colorate.

La Svizzera, pur non essendo nell’Unione, è parte dello spazio Schengen dal 2008, ma essendo extra UE mantiene le sue dogane, ove sono possibili – ma non frequenti – controlli da parte della nostra finanza o della polizia cantonale. Già soltanto tra Lombardia e Canton Ticino si contano molte dogane: alcune di gran passaggio, altre molto piccole e graziose, difficilmente presidiate nel fine settimana.

Ma il valico pedonale della Roggiana è ancora più particolare, e ha vissuto durante il lockdown un blocco forzato che ha separato per mesi due popolazioni abituate a frequentarsi l’una con l’altra. Così accadeva che coppie, famiglie, amiche e amici si incontrassero ogni sera davanti alla rete fissata a lato del cancello chiuso, per salutarsi, chiacchierare e, a volte, passarsi dalle fessure del cancello oggetti o cibo.

Il valico della Roggiana unisce, anziché dividere, e durante il lockdown ciò che Ticino e Lombardia davano per scontato non lo era più. E fu così che un passaggio pedonale, più riparato e discreto – sebbene, come logico, videosorvegliato – diventò il ritrovo per chi, nel periodo più buio del Covid, non poteva uscire dal proprio comune.

Al valico della Roggiana, dalla parte italiana, c’è una piccola cappella con una statua di una madonnina, a cui il poeta dialettale Giuseppe Marzorati, detto Marzopino, dedicò una poesia. Alcuni versi sono incisi su una targa di fronte alla cappella, e recitano:

Madonina de Rongiana, se de nott te restet sola,
quand te sentet la pedana del spallon con la bricòla
sara i oeucc e fa la nana, madonina de Rongiana!

Sono versi che parlano di storie di contrabbando e di scontri a volte terminati in tragedia. Lo spallone è un facchino che trasporta carichi pesanti a spalla e identifica, in gergo, anche il corriere di contrabbando. La bricòla è lo zaino robusto usato dagli spalloni per trasportare le merci.

Nella sua poesia, il Marzopino prega la madonnina di “chiudere gli occhi e far la nanna” se di notte sentirà i passi dello spallone che trasporta merce di contrabbando.

Tra Svizzera e Italia ci sono moltissime storie di confine, tutte interessanti. E legate a passaggi che ora facciamo a piedi in tranquillità, soltanto per provare la sciocca ebbrezza di essere in un’altra nazione semplicemente camminando a fianco di una sbarra.



(Sempre su questo tema, leggi anche: Confini )

Confini

Da quasi dieci anni mancavo da Trieste, da quando andai ad aspettare e portare a casa chi è insieme a me. Ora ci sono tornato, dopo un breve viaggio in Slovenia del quale magari scriverò un’altra volta. Perché, ora che l’ho rivista e ci ho ricamminato, ho ripassato quanto Trieste sia stata per me importante e quanto io ami questa città di confini, sia superati che ancora presenti e – per chi ha passione per gli intrecci tra Est e Ovest – incredibilmente affascinanti.

Prima di andare a restituire l’auto a noleggio che da Trieste mi ha portato in Slovenia, sono voluto tornare sul mare dopo Muggia, lungo la strada che porta ad Ancarano (Ankaran, in sloveno). Ho posteggiato proprio dove c’è la vecchia dogana italiana ora abbandonata. Pochi passi a piedi e si arriva a un cippo sulla spiaggia, che indica la divisione tra Slovenia e Italia.

Quel luogo, un tempo, segnava un confine di non facile attraversamento, anzi. Un confine tra due mondi, l’ultimo avamposto della lunga cortina di ferro. Il passaggio dall’ex Yugoslavia a piazza Ponterosso, teatro del leggendario mercatino dove a Trieste, negli anni ’70 e ’80, ogni sabato arrivavano frotte di persone dall’Istria, da Fiume, dalla Dalmazia, ma anche dalle più lontane Serbia e Bosnia, per fare incetta di jeans Rifle e di caffè, sperando di non essere fermate dai doganieri al ritorno in patria. C’è il toccante documentario Trieste, Yugoslavia di Alessio Bozzer che lo descrive.

Quel luogo, ora, è un punto di una strada costiera lungo la quale attraversare il confine quando si vuole e anche a piedi o in bici, per una bellissima passeggiata e per osservare le navi al largo o i pescatori sui moli.

Quel luogo, un semplice e spoglio cippo lungo un tratto di mare come qualsiasi altro, è uno dei tasselli delle mie, nostre, storie di confine, che a Trieste (e a Gorizia, con il suo confine addirittura in città, un altro ex muro di Berlino) si intersecano e che oggi mi sono riapparse dal vivo.

Quel luogo è una parte di me, che amo i confini e ho sempre amato oltrepassarli.