La mia generazione ha perso

Oltre 3,5 milioni di italiani che hanno più di cinquant’anni non hanno fatto neanche la prima dose del vaccino anti Covid. Lo indica il nuovo report settimanale del governo. Tra questi, la fascia più alta di chi non si vaccina è quella tra i 50 e i 59 anni, la più scettica. La mia.

Da cinquantunenne vaccinato due volte, favorevole al green pass anche nelle aziende e all’obbligo vaccinale, posso solo dire una cosa: la mia generazione ha perso. Non da oggi, peraltro.

La mia generazione non è stata protagonista di molti fatti di rilievo, anche per ragioni anagrafiche, giacché per esempio non ha potuto fare – o vivere – il ’68 o il ’77, né essere parte di fenomeni di costume globali come la Beatles mania, né assistere a eventi epocali come lo sbarco sulla Luna.

C’è stata la lunga voglia di leggerezza degli anni’80, terminati con la caduta del blocco sovietico, che ci ha probabilmente lasciato l’illusione di vivere in pace e in armonia, entusiasti dei grandi progetti di integrazione come l’Erasmus, nato nel 1987. Ma già nel 1990 iniziò la guerra del Golfo e nel 1991 quella nei Balcani, Europa.

C’è stato un discreto impegno sociale, collegato anche con la musica – pensiamo al Live Aid o al movimento per liberare Nelson Mandela – e ci sono state le prime importanti battaglie ambientaliste. Troppo poco, forse, per lasciare un vero segno.

Nel frattempo, la mia generazione è cresciuta, con un’educazione certamente più permissiva che in precedenza, con ancora la quasi certezza di un contratto a tempo indeterminato e senza ancora internet, che ha cambiato tutto e che la mia generazione, non essendo nativa digitale, non sa ben utilizzare.

Le persone nella mia fascia di età, anche scolarizzate, spesso sono quelle che più credono alle bufale su Facebook e le “fanno girare”, se non altro perché – a differenza dei millennial e della generazione z, che ovviamente molti cinquantenni disprezzano tout court – non hanno gli strumenti per smascherarle. Facebook è il social con l’età media più alta (no, non è così un bene), il più comune, il più semplice da utilizzare e quindi quello con la maggiore probabilità di trovare gente che in preda a deliri diffonde la qualunque, e ci crede. Ne ho pescati anch’io di esempi così, nella mia cerchia, con grande rammarico: nessuno che abbia meno di cinquant’anni. E ciò che mi disturba maggiormente è come persone con una vita, se non agiata, abbastanza comoda e mediamente acculturate possano sostenere le tesi campate per aria di Fiorellino72 o Pettirosso Viola rispetto a quelle di un Anthony Fauci.

Aggiungo che la mia è la generazione, tra quelle ancora in età lavorativa, che meno conosce l’inglese, perché non era ancora così necessario. Conoscere l’inglese non vuol dire usare, in modo improprio, call invece di chiamata per le riunioni su Teams, ma saper comprendere un articolo del Guardian – cosa che Fiorellino72 o Pettirosso Viola naturalmente non sanno fare – o provare ad ascoltare un minimo della tanta e importante musica che arriva da UK o USA, anziché limitarsi a Ligabue e a Sanremo.

La mia generazione è arrabbiata, in modo passivo aggressivo, con i giovani, con i vecchi, con lo Stato, con i giornali che “non ne parlano” (come se chi lo dice ne leggesse mai uno), con “il sistema” (cosa mai vorrà dire e in che modo si crede di non farne parte, chissà), con automobilisti, ciclisti e pedoni (a seconda delle occasioni), con gli stranieri come con i propri concittadini. In fine: è arrabbiata, in modo passivo aggressivo, con se stessa. Peggio ancora, ripiegata su se stessa.

Dopo i cinquant’anni si supera uno spartiacque e si entra nel secondo bacino della vita. Si fanno, o si dovrebbero fare, molti conti che magari non sempre tornano. Si fanno bilanci di carriera, importante elemento per una generazione tipicamente edonista. Ci si accorge che si ha sempre meno tempo per fare un ulteriore, ennesimo, salto in avanti e che, di contro, non si è ancora abbastanza vecchi per ritirarsi a vita privata. Oppure, che perdere un lavoro a quest’età significa tanta difficoltà a trovarne un altro.

Forse, la mia generazione è la prima a non avere i sufficienti anticorpi per fronteggiare queste e altre cose, o comunque a non sapere affrontare il superamento dello spartiacque in modo non scomposto, preferendo inseguire il mito dell’eterna giovinezza, che consiste di solito nel buttarsi a capofitto in palestra e nel vestirsi con abiti che indossa chi è nato nel 2001.

Certo, non tutti siamo così. Certo, ci sono degli “splendidi – e splendide – cinquantenni”, parafrasando lo splendido quarantenne Nanni Moretti in Caro diario. La situazione generale, però, è preoccupante e l’errore da evitare è pensare di esserne fuori.

Rimedi? Per cominciare, seguire cosa pensa e cosa fa la generazione z. Giusto per tornare sul tema Covid, i ventenni stanno andando a vaccinarsi in massa e molti adulti, quelli che dovrebbero recitare la parte dei saggi, dicono che lo fanno perché costretti, così col green pass possono continuare a stare in compagnia. A parte venirmi da replicare “e quindi?”, io dico che, magari, aver vissuto un lockdown a vent’anni è diverso che averlo vissuto a cinquanta. Ma la mia generazione ha perso anche perché, spesso, ha la memoria corta.

Il muro di Mathias

Il 13 agosto 1961, sessant’anni fa, iniziò la costruzione del muro di Berlino, che cadde 28 anni dopo.

Nell’estate del 1990 andai in Irlanda facendo il mio primo e unico Interrail. Un pomeriggio, non ricordo dove, arrivammo in un nuovo ostello per stare una notte o un paio. Entrammo nella camerata per cercare i nostri letti e vedemmo un capannello di ragazzi come noi che ascoltava un racconto di qualcuno.

Ci avvicinammo.

Quel qualcuno si chiamava Mathias ed era un berlinese dell’est, al suo primo viaggio all’estero dopo la caduta del muro.

Mathias parlava, tanto, con quella voglia di comunicare al mondo cosa accadeva prima e cosa stava accadendo dopo. E il mondo lo ascoltava.

Eravamo lì, da tante nazioni – Italia, Spagna, Gran Bretagna, USA e chissà quante altre – ad ascoltare Mathias, convinti che nessun altro muro, visibile o invisibile, potesse continuare a proliferare, come invece è accaduto.

Eppure, non ci siamo estinti dopo quei giorni: ci siamo ancora, sebbene adulti e imborghesiti. E, soprattutto, quel momento che cambiò la geopolitica mondiale lo abbiamo vissuto nel pieno della nostra gioventù e nessuno potrà mai togliercelo.

Le olimpiadi Viola

Ieri mattina, prima di assistere alla cerimonia di chiusura delle olimpiadi di Tokyo, tornando da uno dei miei lunghi giri in bici fuori città, mi sono ricordato di non essere ancora passato dal giardino intitolato a Beppe Viola, nella sua via Sismondi, poco lontano da casa mia. L’ho fatto e ho pensato a quanto gli sarebbero piaciute queste olimpiadi e a come ce le avrebbe raccontate: probabilmente non più in televisione, magari in qualche rubrica che, forse, qualcuno di illuminato gli avrebbe offerto.

Beppe Viola avrebbe oggi poco più di ottant’anni, ma per noi è fermo alla sua risata ironica e al suo tono da cabarettista appena sveglio col quale ci lasciò, troppo presto, nel 1982. Il giornalismo, i libri, le canzoni scritte con Jannacci, le sceneggiature, le battute. Una Milano, che non esiste più, i cui personaggi sapeva raccontare meglio di chiunque altro. La Milano di oggi non la avrebbe granché apprezzata, ma avrebbe saputo, senza risultare “boomer”, contrapporle un antidoto composto da tanti pensieri tutti da leggere o da ascoltare. O almeno, ovviamente, è ciò che avrei voluto leggere e ascoltare io se fosse stato possibile.

Per chi, soprattutto giovane, vuole approfondire il personaggio, tre libri: Mio padre è stato anche Beppe Viola, scritto dalla figlia Marina; Quelli che… racconti di un grande umorista da non dimenticare; Sportivo sarà lei, raccolta di appunti sparsi con scritti di Giorgio Terruzzi, Marco Pastonesi e Marina Viola ancora.

Non ultimo, anche perché recente, questo passaggio in radio Quelli che la pandemia di Marina Viola con Paolo Maggioni, giornalista di Rai News, “beppeviolista” per antonomasia e autore del bel documentario su di lui andato in onda nel 2012: entrambi, nella trasmissione Forrest di Radio uno, si divertono ad adattare i “quelli che” inventati da lui e Jannacci alla pandemia. Perché Beppe Viola sarebbe stato graffiante anche su questo, soprattutto verso i no vax, verso i quali sarebbe stata perfetta una delle sue battute più celebri:

“A certa gente quello che la frega è la mancanza d’ignoranza”.

Il terzo mondo degli Steely Dan

Third world man è il brano che conclude Gaucho degli Steely Dan e che quindi chiude il loro primo, incredibile, ciclo. Walter Becker e Donald Fagen si separarono, per poi tornare insieme a inizio millennio con Two against nature, titolo più che azzeccato per due geniacci che crearono, tra le altre cose, l’accordo di mu maggiore.

Third world man è la conclusione di un album molto travagliato, uscito nel 1980 con due anni di ritardo, e che peraltro non avrebbe nemmeno dovuto includerla: la storia è nota, il pezzo fu inserito perché un tecnico sfortunato cancellò la registrazione di The second arrangement. Mai come in questo caso da un errore nasce un’opportunità. Se infatti l’inconveniente non ci fosse stato, non avremmo forse mai ascoltato un brano così commovente e con il migliore assolo di un chitarrista stellare come Larry Carlton.

Third world man pare fosse già stato escluso da Aja, l’album più perfetto dei Dan, che incuranti di tutto il caos che stava accadendo nel 1977 si rinchiusero come al solito in sala di registrazione, pretendendo il meglio da se stessi e da un gruppo di musicisti incredibili, dando alle stampe un gioiello in perfetta antitesi con il punk che esplose in quell’anno.

Third world man ha un testo che, come tutti quelli dei Dan, si presta a mille interpretazioni, delle quali loro stessi sono sempre stati i primi a goderne, soprattutto la buonanima di Walter Becker. Ma è giusto così.

Quella frase in italiano È l’era del terzo mondo – a cui perdono volentieri la pronuncia “mando” di Fagen – un po’ tocca, un po’ mi riporta alla frase di Tondelli sui poveri dei quali sarà la terra.

Ma chi è Johnny, il protagonista di Third world man la cui stanza dei giochi è in un bunker riempito di sabbia? Nessuno, infine, lo può sapere con esattezza. Erano anni di piena guerra fredda, questo è da tenere a mente.

E se il terzo mondo dei Dan fosse, semplicemente, una “terza via” tra l’allora Patto di Varsavia e il capitalismo reaganiano di un’America che, spesso, loro da americani hanno preso in giro? Chissà se ad esempio Becker e Fagen sapevano qualcosa sui paesi “non allineati”, magari sì.

Sopra a ogni cosa, però, rimane come sempre la musica. E, per me, Third world man è una ballata quasi funebre, un malinconico elogio a qualcosa che sta per terminare e un interrogativo verso ciò che ci attende e che, come al solito, ci fa paura perché ignoto. Infine, il loro brano che io più associo al ciclo di vita e di morte.

Lode all’inviolato

Mi sembrava sciocco e pretenzioso da parte mia scrivere di Franco Battiato appena dopo la sua scomparsa. Ora, mi sento di farlo.

Battiato mi ha accompagnato per quarant’anni di vita: ne avevo undici quando uscì La voce del padrone, di cui consumai la cassetta, per poi scoprire col tempo che non fosse il suo disco migliore, ma “solo” il più venduto (oggi non sarebbe nemmeno nei primi dieci di Spotify, e questo dimostra quanto la musica – almeno quella italiana – sia peggiorata).

Battiato è stato tutto e ha scritto di tutto: dalla sperimentazione al pop alle opere liriche. Ha scritto per donne fantastiche e ha interpretato classici senza guerreggiare con loro, ma semplicemente rendendoli propri. Ci ha fatto volare in territori inesplorati e riflettere sull’esistenza. Penso, soltanto, a L’ombra della luce, che tante volte ho cantato insieme a un mio caro amico durante alcune estati fatte di pochi giorni di buen retiro in val d’Orcia.

Battiato, qualcuno lo rammenta, era anche spiritoso nonostante le apparenze. Ne ho una piccola prova anch’io, l’unica volta che lo vidi in concerto a Torino, fine anni’90. Era il tour de L’imboscata, quindi un contesto più rock, niente tappeti né gambe incrociate, ma balli ed energia. Dopo la fine di un brano, prima che stesse per cominciarne un altro, si levò un grido dalla platea: “Franco, sei bellissimo!” Tutto il palazzetto rise, compreso lui, che rispose: “Questo è sacrosanto e giusto”, mandandoci in orbita.

Sarebbe altrettanto sciocco e pretenzioso fare una classifica dei suoi brani: il suo repertorio è talmente vasto e talmente uno scrigno prezioso che si può soltanto andare a sensazione. Escludendo i più noti, per me ci sono ad esempio capolavori dell’epoca sperimentale come Sequenze e frequenze, che ogni tanto mi ritrovo a cantare; oppure, se penso a un album del livello di Come un cammello in una grondaia, direi che contenga tutto ciò che continuiamo a vivere trent’anni dopo la sua uscita.

Ripensando però a Battiato e a tutta la sua opera, c’è un fil rouge evidente: la Sicilia.

Battiato era fortemente siciliano, seppur emigrato a Milano da giovanissimo. La Sicilia non è soltanto nei suoi testi, da Giubbe rosse a Secondo imbrunire, ma è nel suo pensiero, nel suo stato d’animo, nella sua cultura. L’isola dove tutti arrivarono e lasciarono testimonianze che ancora oggi vediamo, in un crogiuolo di stili e di bellezza. Battiato era questo: un siciliano aperto al mondo, in un continuo dialogo tra culture e con una fortissima dimensione spirituale.

Tra i molti suoi testi che porterò sempre con me, mi piace ricordare un passaggio di Lode all’inviolato, uno dei brani dove è più forte il dualismo tra oscurità e illuminazione, due facce della stessa medaglia che convivono dentro di noi.

E quanti personaggi inutili ho indossato
Io e la mia persona quanti ne ha subiti
Arido è l’inferno

sterile la sua via
Quanti miracoli, disegni e ispirazioni
e poi la sofferenza che ti rende cieco
Nelle cadute c’è il perché della sua assenza
Le nuvole non possono annientare il sole

E allora, sia lode a Franco, l’inviolato.

Il treno di Gianluca

“Io con il cancro non ci sto facendo una battaglia perché non credo che sarei in grado di vincerla, è un avversario molto più forte di me.”

Lo ha detto, come sappiamo, Gianluca Vialli nella docuserie Sogno azzurro, aggiungendo che “il cancro è un compagno di viaggio indesiderato, però non posso farci niente. È salito sul treno con me e io devo andare avanti, viaggiare a testa bassa, senza mollare mai, sperando che un giorno questo ospite indesiderato si stanchi e mi lasci vivere serenamente ancora per tanti anni perché ci sono ancora molte cose che voglio fare”.

Vialli ha sconfitto un tumore al pancreas, forse il più rapido ad attecchire e a non lasciare scampo. È un’esperienza che lo ha cambiato, non solo fisicamente, come tutte le esperienze di chi affronta – e nel suo caso, supera – una grave malattia. Ma nelle sue parole non c’è alcun riferimento a un linguaggio bellico, da condottiero, da sterminatore di truppe nemiche, bensì un atteggiamento quasi di rispetto verso un avversario molto più forte di lui, che affronta senza arrendersi e senza mettersi sul suo piano.

Sono parole che scaldano, sia perché come logico provengono da un campione come Vialli, sia per il tono.

Non siamo per forza sempre disposti ad andare al fronte; non abbiamo sempre la “cazzimma” in ogni situazione; non riusciamo sempre a non guardare in faccia nessuno, o magari non vogliamo proprio farlo. Però, non essere la reincarnazione di Spartaco non significa essere delle persone perdenti, o non saper affrontare problemi che a volte appaiono insormontabili. Vale per la malattia come per il lavoro o gli affetti e così via.

Uno dei significati del Budda, scrive Nichiren Daishonin nel 1200, è quello di nonin, ossia “colui che sopporta perseverando”. Non si tratta quindi di una pazienza passiva, ma della determinazione di andare avanti, senza negare le nostre fragilità, i nostri momenti di buio, le nostre richieste di aiuto. È il concetto che esprime Vialli quando dice che il cancro è salito sul treno con lui e che bisogna continuare il viaggio senza mollare. C’è chi lo chiama resilienza, una parola ormai abusata e che quindi sta diventando irritante. Io lo chiamerei, semplicemente, lo spirito di una donna o un uomo di oggi per provare ad affrontare sfide anche con chi sai essere più forte.

La bellezza dei numeri due

Domenica 11 luglio, prima del successo dell’Italia a Euro 2020, Matteo Berrettini ha perso con onore la finale di Wimbledon. Poco dopo la sua sconfitta, Ester Viola ha twittato “La bellezza dei numeri due”. Non posso che essere d’accordo con lei.

Ognuno può trovare un significato per questa frase, tra cui anche quello di un gioco linguistico riferito alla bellezza, oggettiva, di Berrettini.

Ma a parte ciò, domenica abbiamo visto sfiorare un’impresa storica da un tennista di grande talento, che ha dato il massimo contro un fenomeno che, come logico, lo aspettava al varco per non perdonargli nessun errore compiuto.

Domenica, Matteo Berrettini è stato un bellissimo numero due, anche nelle sue dichiarazioni, consapevole di aver fatto un grande torneo e che quello di ieri sia un punto di partenza. Non è soltanto fair play, non è soltanto saper perdere: è essere consapevoli di aver fatto del proprio meglio. Questo è già vincere.

Matteo Berrettini ha vinto la sua sfida, con una bellezza da numero due. Tanti ragazzini da ieri vorranno diventare come lui. Un esempio che non hanno invece dato i calciatori dell’Inghilterra, che dopo la sconfitta si sono subito tolti la medaglia d’argento e hanno lasciato il campo durante la premiazione dell’Italia: forse sapranno giocare, ma devono ancora imparare a vivere.

Trieste e Baudelaire

Il mio primo passo sul suolo di Trieste non fu certo banale: in stazione, alle 12.08, incontrando chi ora è qui con me.

Da allora, Trieste per me è stata, per molto tempo, la gioia di arrivare e la malinconia di ripartire. Che poi, a pensarci bene, sono due poli che convivono in una città così dicotomica, che si apre a te con una piazza di tre lati mitteleuropei e uno sul mare e dove ancora esiste un bagno con la spiaggia divisa tra donne e uomini (e che nessuno si sogna di cambiare).

A Trieste ho assaggiato per la prima volta la cucina balcanica e bevuto un “nero” o un “capo” nei suoi caffè storici; ho preso la bora dentro le ossa sul molo Audace e il sole in volto sul lungomare di Barcola; ho provato stupore per l’enorme sinagoga e orrore dentro la risiera di San Sabba.

Ma è salendo in quota, addentrandosi nel Carso verso il confine sloveno, che ho il ricordo più profondo.

Eravamo in auto sull’altipiano, terra di guerre e di tante battaglie, e ascoltavamo Baudelaire dei Baustelle. La situazione perfetta.

In Baudelaire, si ricordano personaggi morti per noi (Pasolini è morto per te, Luigi Tenco è morto per te, e così via). Morti di ideali, di valori, a volte di troppo amore o di troppa bellezza. Morti per qualcosa, perché vissuti per qualcosa.

Che significato hanno le nostre vite? Che significato ha la mia? Quanto abbiamo e quanto ho voglia di scavare per non affondare nell’ovvio, nell’anonimo, nel qualunquismo?

In quel momento, lungo quelle curve del Carso triestino, ascoltando Baudelaire, trovai un senso a queste domande. Oltre a vivere un momento che rimarrà indelebile.

È necessario vivere,
bisogna scrivere,
all’infinito tendere,
ricordati Baudelaire

Gli otto venti

L’uomo saggio non si lascia sviare dagli otto venti: prosperità, declino, onore, disonore, lode, biasimo, sofferenza e piacere. Non si esalterà nella prosperità né si lamenterà nel declino.

Così scriveva Nichiren Daishonin, monaco buddista, al suo discepolo Shijo Kingo nel Giappone del XIII secolo, in un gosho (lettera) che a tutt’oggi leggiamo e approfondiamo.

Gli otto venti rappresentano otto forze a cui noi, come individui, rischiamo di piegarci.

A leggerne l’elenco, sembra che quattro di questi venti siano positivi e quattro no: non è così. La lode non è per forza il contrario in positivo del biasimo, come il piacere non lo è della sofferenza.

In realtà, gli otto venti sono “neutri”: tutto dipende da come li affrontiamo, con quale stato d’animo. Certamente, se il nostro atteggiamento è passivo, ci limiteremo a ondeggiare dalla disperazione al settimo cielo, rimanendo con nulla in mano.

A me non è mai interessato granché l’onore, tantomeno il disonore: forse i due venti più giapponesi degli otto, se pensiamo per esempio a Yukio Mishima e al rito dell’harakiri.

Fino a pochi anni fa – ma l’esperienza non si è certo conclusa – avrei detto che la coppia di venti che più mi toccava fosse quella lode – biasimo. Quante volte leggevo un qualcosa che scrivevo o che presentavo, che trovavo – non soltanto io – bello ed efficace, e lo miravo e rimiravo, sentendomene prigioniero. Allo stesso modo, quanto mi pesavano (e mi pesano ancora) le critiche, anche se oggi reagisco diversamente, o ci provo. Cercando anche di ricordarmi quanto mi sia invece facile il “piacere di stare insieme solo per criticare”, come cantava Battiato in Mal d’Africa.

Ora, complice anche l’età che avanza, la coppia di venti che più mi tocca è quella prosperità – declino. La prima l’ho ogni tanto vissuta e a volte mi manca; il secondo ho cominciato ad avvertirlo e mi fa male, anche se a giorni alterni. Ma a 51 anni oggi, credo sia inevitabile svegliarsi contando il tempo che mi rimane, pur ignorando quanto possa ancora essere. Il mio è un pensiero terreno quanto irrazionale, perché resto ingabbiato nel vento e non lo cavalco.

Gli otto venti, però, è anche un bel libro di Silvia Rosselli, figlia di Nello e nipote di Carlo, nata all’inizio della persecuzione politica che terminò con la fine tragica di papà e zio ai quali sono dedicate vie o piazze di ogni città italiana. Nel suo romanzo, ripercorre una fetta importante di storia, ma soprattutto ci apre i suoi ricordi di famiglia, toccando infine anche il buddismo, a cui arrivò in tarda età (ed ecco il perché del titolo). Nelle parole di Rosselli ho trovato una chiarezza e una saggezza che, ancora, sono lontano dal raggiungere. Cercando, ogni giorno che passa, di saper cavalcare gli otto venti.