Ciò che deve accadere, accade

Venticinque anni fa, il primo settembre del 1997, usciva Tabula rasa elettrificata (per tutti TRE), il terzo album dei CSI e, a parer mio e non soltanto, il miglior disco italiano degli anni ’90.

La storia di TRE è nota e non sarò certo io a ripercorrerla. Rimane però straordinario che un disco di certo non per tutti, nato durante un viaggio in Mongolia di Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni, dopo la prima settimana di uscita balzò al primo posto delle classifiche scalzando gli Oasis. Fu la “nostra” vittoria, quella di chi cercava nella musica qualcosa di non comune, proprio come i CSI e prima ancora i CCCP sono stati.

Con TRE la band raggiunge uno stato di grazia e dopo l’uscita dell’album i CSI diventano un fenomeno, sono anch’essi tra i protagonisti degli show che si tenevano in quel periodo, compiono un tour massacrante, ma anche ricco di significati simbolici come il concerto tenuto a Mostar, ancora distrutta dalle bombe. Già prima di TRE, i CSI sono stati sensibili alla questione della guerra nei Balcani: un pezzo su tutti, Cupe vampe, che racconta del rogo della Vjecnica, la biblioteca di Sarajevo.

Come spesso succede, però, TRE è stato l’apogeo prima del crollo: l’equilibrio di un incontro in stile “colpo di fulmine” tra Ferretti e Zamboni a Berlino, che li portò a formare i CCCP per poi proseguire come CSI, si ruppe. Capita, anche se tuttora chi era nel fiore degli anni come me si dispiace: ad esempio, riascoltando l’energia dirompente di Forma e sostanza con quel giro di basso di Gianni Maroccolo che spacca ancora oggi e quel ritornello “Voglio ciò che mi spetta / lo voglio perché è mio, m’aspetta” così strafottente verso la nostra società occidentale, venticinque anni fa come ora; o, all’opposto, riascoltando con attenzione il testo di Unità di produzione, critica feroce al socialismo reale; o ancora, abbandonandosi alla preghiera di Ferretti in Ongii, senza pensare a lui come al reazionario che negli anni è diventato. Di questo, però, a chi piacevano (e piacciono) i CSI importa poco: ciò che conta è stata l’alchimia tra due menti non comuni che si sono unite e che avevano bisogno l’una dell’altra, finché hanno avuto la forza e la pazienza di comprenderlo. Dopodiché, come canta Ferretti proprio in uno dei brani simbolo di TRE, “ciò che deve accadere, accade“.

Chiudo con una suggestione: pochi mesi prima dell’uscita di TRE, il 21 maggio 1997 i Radiohead lanciavano Ok computer. Mi piace pensare che ci sia un nesso, magari invisibile, tra la pietra miliare di Yorke e Greenwood e il gioiellino dei CSI. Spesso, i musicisti fiutano l’aria e percepiscono sensazioni che a noi sfuggono: pertanto, dubito che a Reggio Emilia fosse sfuggita la ventata di cambiamento in arrivo da Oxford.

L’Italia fuori sede

L’Italia non concede ancora alle persone fuori sede la possibilità di votare nel luogo dove vivono, se diverso dal comune di residenza. Unico paese in Europa con Malta e Cipro, che insieme fanno la superficie della Basilicata e la popolazione della Sardegna. Qui, invece, siamo in una nazione di 60 milioni di abitanti, di cui si stimano ben 5 milioni di fuorisede.

Si parla soprattutto di universitari, ma anche di ragazze e ragazzi in stage, oppure al primo contratto di lavoro, e che spesso – per motivi fiscali, ma non soltanto – non possono spostare la loro residenza nel luogo del domicilio.

I fuori sede non possono votare dove vivono, ma gli italiani all’estero sì, per quanto possa interessare la scelta politica italiana a chi magari vive da vent’anni a New York o a Buenos Aires. Però, è giusto così: lo sarebbe a maggior ragione per chi è in Italia, invece no. Se ne parla da più di un decennio, ma non si è arrivato a nulla. Beffa finale, il 24 luglio la discussione alla Camera delle proposte di legge in merito è stata annullata dalla caduta del governo.

Per il momento, chi è fuori sede e vuole votare deve tornare nel suo comune di residenza con un mezzo. Finché, per esempio, da Milano ci si deve spostare in Veneto o in Emilia, va ancora bene. Se invece ci si deve spostare in Campania o, peggio ancora, in Sicilia, inizia a essere un problema di tempi e costi e spesso si rinuncia.

In questi primi giorni di schizofrenica campagna elettorale come al solito emergono, fra le altre cose, il tema “giovani” e il tema “astensionismo”. Guarda caso, sono temi legati, anche per la mancata possibilità di votare dove si vive per chi è fuori sede. Ma davvero interessano così tanto? Temo di no.

Non lamentiamoci poi, però, se chi è giovane e fuori sede spesso non va a votare. E a chi dubita che i fuori sede voterebbero in massa se potessero farlo dove vivono, la risposta è molto semplice: chi se ne frega, è un tema di diritti e non di statistica. Nonché, mi permetto, un tema di pubblica amministrazione ancora una volta poco efficiente e che, a proposito di statistica, certo non contribuisce ad abbassare il numero dei giovani che lasciano l’Italia: per occasioni migliori, per stipendi migliori, per tutto ciò che vogliamo. Ma anche perché, mi chiedo: come fai a credere in un paese che non ti fa nemmeno esercitare il diritto di voto nel luogo dove studi o lavori?

Nodi impossibili

Stamattina sono andato a girare per le bancarelle del mercatino di Busto Arsizio, provincia di Varese, anima profonda della Lega degli albori che è nata in queste zone, ora retta da un sindaco di FdI, arrivato al secondo mandato.

Tutto tranquillo, poca gente essendo fine luglio. Più persone a far colazione nei dehors dei bar che in giro per il mercatino.

Busto ha un bel centro e passeggiavo tra piazza S.Giovanni e le vie pedonali.

Ho incontrato un ragazzo di colore con il cappello in mano a chiedere l’elemosina, che salutava chi passava nel solito modo: “Buongiorno capo, buongiorno signora, buona domenica” e così via.

Una signora anziana gli ha messo nel cappello una moneta.

Poteva andare diversamente. Poteva andare che qualcuno decidesse di buttarlo a terra. Come è successo a Civitanova Marche.

Ci ho pensato. Forse, ci penserò ogni volta che incontrerò una situazione del genere, finché campo. Finché l’apparente serenità della provincia, anche ricca come nel caso del Varesotto, nasconde una polveriera pronta ad accendersi alla minima occasione.

Non stiamo andando verso tempi sereni. E, ciò che è peggio, non siamo ancora attrezzati per migliorarli. Come se fossimo avviluppati in nodi impossibili da sciogliere, almeno per ora.

(Thom Yorke, Impossible knots)

Non era ciò che volevo

Sarà che luglio, per me, è un mese di morte da sei anni a questa parte, ma è da qualche giorno che riascolto quel capolavoro elettronico che è Bad kingdom dei Moderat, il progetto di Modeselektor e Apparat nato dieci anni fa a Berlino.

Bad kingdom è un riferimento alla morte o comunque alla fine del mondo, il nostro “regno cattivo” che tale è per causa nostra, anche se il ritornello dice This is not what you wanted, not what you had in mind, ossia “non era ciò che volevi, non era ciò che avevi in mente”.

Certamente non era ciò che volevo una guerra a causa di un tiranno.

O un disastro climatico, che ha iniziato a toccarci da molto vicino.

O un continuo giocare al ribasso sui diritti civili, cercando di difendere quelli che abbiamo senza, al momento, riuscire a incrementarli. Pur se, letteralmente, circondati da nazioni che ne hanno ben di più e che, direi, non siano fallite per questo, anzi.

O un odio sui social verso qualsiasi cosa, soprattutto da parte di persone della mia generazione, spesso con status sociale medio alto (come ho scritto qui quasi un anno fa).

O un ritorno dei fascismi, evidentemente mai morti e, soprattutto, colpevolmente ignorati.

O una lode delle mediocrità accompagnata all’invidia per chi emerge e alla sicumera del “non sono un esperto, ma…”.

O un dover ancora, nel 2022, fare a spallate per avere una (magari pure più d’una, eh) donna a un palco di relatori.

Tutto quanto sopra, e altro ancora, non era ciò che avevo in mente.

Ora, il momento difficile è esattamente quello che Apparat canta, sempre in Bad kingdom, ossia essere Too tough to fall, but not strong enough to turn.

In molte e molti resisteremo e non cadremo, ci siamo abituati. La sfida vera è proprio quella della seconda parte del verso: continuare, quindi, a provare a creare valore e a trasferirlo a chi seguirà a noi. Diversamente, rimarremo soltanto in equilibrio per non precipitare.

La voce della Finlandia

Il primo, magnifico, elemento della Finlandia che nota subito chi come me vive in un paese di 60 milioni di abitanti, è lo spazio.

Anche a Helsinki, che racchiude un quinto di tutti gli abitanti di un paese grande come l’Italia: i viali sono ampi, lo stesso i marciapiedi, non c’è alcun rischio di intralciarsi anche quando ci camminano in molti.

Naturalmente, questo spazio si amplifica appena si esce dalla città e si guida lungo le autostrade (gratuite) o le statali. Ci si immerge in una continua distesa di abeti e betulle, in un verde perenne che si intreccia col blu profondo degli immancabili laghi: sono i panorami che Sibelius ha trasformato in musica e che sono ancora rimasti intatti. Non è possibile rimanerne indifferenti, già se si accosta l’auto accanto a un lago e si riescono ad ascoltare soltanto i suoni della natura.

Infatti il secondo, magnifico, elemento della Finlandia è il silenzio. Anche a Helsinki, nonostante il traffico, soprattutto di tram e autobus che passano davvero ogni minuto, c’è una quiete di fondo che trasforma una grande capitale in una delle città più leggere da gustare.

I finlandesi sono in pochi, hanno a disposizione un enorme spazio da vivere e lo sanno occupare, rispettando il silenzio altrui. Ciò non significa che non parlino, anzi. E, soprattutto in questo periodo, hanno le idee molto chiare su cosa preferire e cosa no.

In una nazione fatta di poche città e molti villaggi sparsi dentro un bosco infinito, è facile destare la curiosità locale se ci si ferma in qualunque negozietto di ristoro oppure nelle osterie lungo le strade che attraversano paesi di poche centinaia o migliaia di anime. Troverete persone informate che, in un inglese a volte stentato a volte invece fluente, dicono con chiarezza che hanno già provato cosa significa l’oppressione russa e non la vogliono provare nuovamente. Nonostante l’influenza russa sulla Finlandia, ben percepibile soprattutto nelle città di confine, che da sempre ospitano russi che qui hanno anche seconde case.

Però, ora è il momento di tenere la barra dritta. Nelle osterie di passaggio a Puumala o Ruokolahti come al palazzo presidenziale di Helsinki, sul cui secondo pennone ora sventola la bandiera ucraina accanto a quella nazionale.

Spazio e silenzio non fermano la voce della Finlandia e dei suoi abitanti, che non hanno bisogno di urlare, né di parlarsi gli uni sugli altri per farsi capire. Esattamente l’opposto di noi italiani, che viviamo in uno spazio esiguo e lo inquiniamo anche con l’acustica, siano i rumori che produciamo nelle città o quelli, ancora più dannosi, nei continui talk show.

L’importanza di Fletch

Siamo rimasti in molti senza parole per la morte di Andy Fletcher, per tutti Fletch. Noi, figli degli anni’80 che i Depeche Mode li abbiamo sempre seguiti da allora. Quell’elettronica derivata, ovviamente, da quei geniacci dei Kraftwerk e che si è moltiplicata in mille rivoli, uno solo dei quali ha davvero sfondato ed è rimasto vivo ancora oggi: quello dei Depeche, che Fletch fondò insieme a Vince Clarke.

Fletch era il meno dotato e il meno carismatico della band, ma fino a un certo punto. Era quello che sembrava non esserci, ma che se non ci fosse stato se ne sarebbe sentita la mancanza. Era il collante tra tre giovani – e poi meno – talentuosi e per lungo tempo problematici. Era quello che smorzava le tensioni. Era quello con lo humour più acuto. Era quello che era rimasto a vivere a Londra, mentre Gahan e Gore si trasferivano uno a New York e l’altro in California. Era quello che ai concerti incitava il pubblico a modo suo, scatenando video ironici su YouTube. Era questo e molto di più, e se ne è andato a 60 anni appena.

Anche se è ovviamente prematuro parlarne, la domanda è scontata: cosa ne sarà di una band tra le più celebrate e tuttora in piena attività? Una band, infine, di tre amici che ne hanno superate molte, si sono scontrati per poi riappacificarsi, si sono divisi tra due continenti per poi ritrovarsi in studio quando era il momento e riapparire compatti nelle interviste e in tour. Difficile, anche se affascinante, l’ipotesi di un ritorno di Alan Wilder. Ma ne mancherebbe sempre uno.

Poche ore dopo l’annuncio, anch’esso scioccante, della morte di Fletch da parte del gruppo, Riccardo Marra ha twittato “Non sono pronto per la fine dei Depeche Mode”. Nessuno di noi lo è. Quantomeno nessuno di noi che ha superato i cinquanta e conosce i loro brani da quando ne aveva ben di meno. Per un semplice, a parer mio, motivo: la loro fine sarebbe l’inizio della nostra. Ecco perché l’importanza, per noi, di Fletch, che ora si è trasformata in dolore.

Pain, will you return it?
I’ll say it again, pain

(da Strangelove, Depeche Mode, 1987)

H 24

C’è molto, se non tutto, di sbagliato e di pericoloso nell’intervento di Elisabetta Franchi nel corso del convegno Donne e moda: dall’assumere donne solo “anta” perché già con famiglia allo scegliere uomini in ruoli chiave al dire, quasi rivendicandolo, che lei è tornata al lavoro due giorni dopo il suo cesareo programmato. Il tutto, peraltro, davanti a una platea con in prima fila la ministra Elena Bonetti, che in teoria dovrebbe occuparsi di pari opportunità, ma di cui non si hanno per ora dichiarazioni al riguardo.

La parte però ancora più grave delle parole di Franchi è l’affermazione: “Io le prendo che hanno fatto tutti e 4 i giri di boa. Quindi sono lì belle tranquille con me al mio fianco e lavorano h24. Questo è importante. Cosa che gli uomini non hanno”.

Nemmeno chi salva vite umane – quindi né Elisabetta Franchi né, per non andare lontano, il sottoscritto – può essere disponibile h 24. A parte la legge, lo dicono il nostro cervello, il nostro fisico, i nostri nervi. Non per nulla esiste un diritto alla disconnessione, che si può applicare.

Il punto, però, è un altro: l’h 24 non è certo nato ieri ed è sempre più frequente, soprattutto in mondi come quello che rappresenta Elisabetta Franchi, o come quello delle molte agenzie di comunicazione o pubblicità. Qui, Milano è ancora una volta maestra, ma cattiva, tra Negroni sbagliati, cocaina e burnout, in nome del “progetto-più-figo-del-mondo-da-realizzare-in-tre giorni-perché-il-cliente-non-aspetta-ma-noi-siamo-un’agenzia-creativa-e-non-abbiamo-paura-di-nulla-e-pazienza-se-stasera-avevi-un-impegno-importante-noi-lo-siamo-di-più”. Ripetuto per centinaia di volte in un anno.

Di solito queste agenzie sono piene di giovani che pensano (o sono spinti a pensare) che Milano valga bene l’essere spremuti. Ora però sappiamo che, se resistono e superano gli “anta”, possono andare a lavorare per Elisabetta Franchi. La quale ha, semplicemente, citato una realtà ben presente, non soltanto da lei. Con, a seguire, il consueto tentativo di dietro front guidato da “le mie parole sono state strumentalizzate”. Eh no, il video parla chiaro. Nell’era dei social dove tutto è in diretta, anche purtroppo una guerra, non è stato strumentalizzato un bel niente. La comunicazione insegna che le parole, una volta uscite, sono molto difficili da correggere. Ancor più se sei con l’interruttore acceso h 24.

Il sogno ad occhi aperti

Daydreaming è il secondo brano di A moon shaped pool, ad oggi l’ultimo album dei Radiohead, ed è stata spesso l’apertura del loro tour del 2017, anche nella data a cui ho assistito, realizzando il sogno di vederli dal vivo.

Daydreaming ha molti significati ed è, anche, dedicato all’ex moglie di Thom Yorke, Rachel Owen, scomparsa a fine 2016. This goes beyond me, beyond you, canta, alludendo probabilmente alla separazione. A Rachel Owen è anche collegata la fine del brano, con la ripetizione delle parole – montate al contrario – half of my life, metà della mia vita. Thom Yorke ha trascorso 23 anni insieme a lei; inoltre, 23 sono gli anni passati dal primo demo dei Radiohead a Daydreaming, e 23 sono le volte che Yorke entra ed esce da vari luoghi nel video, toccante come il brano, con la regia di Paul Thomas Anderson.

“I sognatori non imparano mai, oltre il punto di non ritorno. Poi è troppo tardi e il danno è fatto”. Questa è la prima strofa di Daydreaming che sintetizza la croce e delizia del sognare a occhi aperti, una benzina che ci fa percorrere – o tentare di percorrere – strade nella nostra vita privata come in quella lavorativa, trasformando il sogno in azioni concrete. A volte, “è troppo tardi e il danno è fatto”, a volte no.

Ed è quando quella benzina inizia a mancare che cominciamo a fermarci al primo autogrill senza più la voglia di ripartire. Specie quando si arriva a, o si supera, half of my life e il mondo attorno a noi non ci sembra più quello in cui siamo cresciuti. È questo il momento in cui il daydreaming ci può ancora aiutare a cambiare le cose.

Spettri

C’è una giornalista, la più brava a raccontare gli orrori nelle zone di guerra, ma anche le emozioni di chi quelle guerre le sta vivendo suo malgrado, e cerca di reagire: è Francesca Mannocchi. Dalla Libia all’Isis a Kabul e ora in Ucraina, che sta percorrendo in lungo e in largo, con tutti i rischi del caso.

Uno degli ultimi suoi reportage, realizzato per Propaganda Live, descrive quanto sta accadendo in Ucraina con gli occhi di alcune donne con cui ha parlato a lungo e a cui ha voluto dare un volto. Un racconto toccante accompagnato da immagini potenti: dall’ammasso di persone che dormono nella metropolitana di Kyiv agli edifici distrutti di Kharkiv alle persone anziane portate in luoghi più sicuri.

Immagini rese ancora più forti dalla scelta della colonna sonora a cui sono associate. Infatti, uno dei passaggi più drammatici del reportage è accompagnato da Spectre, dei Radiohead, e mi ha colpito.

Spectre non è certo tra i brani più famosi dei Radiohead e ha una genesi particolare, perché fu composto, su richiesta, per l’omonimo film del 2015 della serie di James Bond. Poi, qualcosa andò storto e il pezzo fu rifiutato, ma la band decise di farlo comunque uscire, il giorno di Natale, accompagnato da un tweet di Thom Yorke: “Non ha funzionato, ma è qualcosa di nostro che amiamo molto”. E anch’io.

Spectre unisce il senso di eterea desolazione di alcuni capolavori dei Radiohead al pianoforte – Pyramid song, su tutti – a un’eleganza in stile Bond, con l’arrangiamento orchestrale a opera di Jonny Greenwood. Non avevo mai pensato potesse essere anche una scelta musicale per un filmato da una città con gli edifici sventrati dalle bombe, invece sì.

My hunger burns a bullet hole
A spectre of my mortal soul

The only truth that I can see
Spectre has come for me

E noi, alle prese con i nostri spettri, che affrontiamo inermi la visione di un reportage di guerra.

La fine dei boomer

In questo periodo c’è una tendenza sempre più forte che si manifesta sui media, “nuovi” e “vecchi”: quella di schernire millennial e soprattutto generazione z da parte dei cosiddetti boomer, categoria di persone nate durante il baby boom, ma estendibile per mentalità anche a nascite avvenute negli anni ’70.

Prima o poi, in questa trappola ci si cade tutti, anche persone insospettabili, che magari si giustificano con il voler dare delle regole di buon vivere. Può darsi, ma spesso l’effetto è quello contrario.

Che Michele Serra da Fazio elenchi più di metà dei cantanti a Sanremo facendo la faccia stupita del “ma questi chi sono?” non fa ridere, ma fa soltanto compassione. A parte che la generazione z ignora giustamente chi sia Michele Serra, ma invece – a proposito di boomer e di Sanremo – conosceva già Drusilla Foer per i suoi video su You Tube.

Che Veronica Pivetti cerchi di intervenire sulla comicità surreale di Valerio Lundini sbagliando modi e tempi – che invece sono la forza di Lundini – anche in questo caso non fa ridere, ma fa soltanto l’effetto di voler comunque rubare la scena.

Che si sbeffeggino le ragazze e i ragazzi che scendono in piazza per cambiare la maturità, a cosa serve? Né alla loro di maturità, né alla nostra.

Eppure, le forze di boomer e generazione z si possono unire: quando capita, per fortuna non così di rado, la miscela diventa interessante. Ad esempio sul lavoro, dove finalmente – almeno in alcune realtà – stiamo assistendo a un ricambio che sta portando del bene a entrambe le forze. Ci vuole un briciolo di intelligenza emotiva, che entrambe possiedono, ma che è necessario coltivare.

Spesso, invece, l’intelligenza emotiva nei boomer e affini cede il passo a un desiderio di continua riaffermazione, che a parer mio nasconde un’unica, ma enorme paura: quella del tempo che passa e della fine che si avvicina.

Sarò ancora in grado di fare questo domani? Se domani andrò in una città che mi piace, sarà l’ultima volta che la rivedrò? E così via. Accade, già alla mia età. Ed è difficile, molto, farci i conti. Diventa quindi più comodo schernire chi ancora della vita non ha capito nulla, secondo noi.