Trieste e Baudelaire

Il mio primo passo sul suolo di Trieste non fu certo banale: in stazione, alle 12.08, incontrando chi ora è qui con me.

Da allora, Trieste per me è stata, per molto tempo, la gioia di arrivare e la malinconia di ripartire. Che poi, a pensarci bene, sono due poli che convivono in una città così dicotomica, che si apre a te con una piazza di tre lati mitteleuropei e uno sul mare e dove ancora esiste un bagno con la spiaggia divisa tra donne e uomini (e che nessuno si sogna di cambiare).

A Trieste ho assaggiato per la prima volta la cucina balcanica e bevuto un “nero” o un “capo” nei suoi caffè storici; ho preso la bora dentro le ossa sul molo Audace e il sole in volto sul lungomare di Barcola; ho provato stupore per l’enorme sinagoga e orrore dentro la risiera di San Sabba.

Ma è salendo in quota, addentrandosi nel Carso verso il confine sloveno, che ho il ricordo più profondo.

Eravamo in auto sull’altipiano, terra di guerre e di tante battaglie, e ascoltavamo Baudelaire dei Baustelle. La situazione perfetta.

In Baudelaire, si ricordano personaggi morti per noi (Pasolini è morto per te, Luigi Tenco è morto per te, e così via). Morti di ideali, di valori, a volte di troppo amore o di troppa bellezza. Morti per qualcosa, perché vissuti per qualcosa.

Che significato hanno le nostre vite? Che significato ha la mia? Quanto abbiamo e quanto ho voglia di scavare per non affondare nell’ovvio, nell’anonimo, nel qualunquismo?

In quel momento, lungo quelle curve del Carso triestino, ascoltando Baudelaire, trovai un senso a queste domande. Oltre a vivere un momento che rimarrà indelebile.

È necessario vivere,
bisogna scrivere,
all’infinito tendere,
ricordati Baudelaire

Gli otto venti

L’uomo saggio non si lascia sviare dagli otto venti: prosperità, declino, onore, disonore, lode, biasimo, sofferenza e piacere. Non si esalterà nella prosperità né si lamenterà nel declino.

Così scriveva Nichiren Daishonin, monaco buddista, al suo discepolo Shijo Kingo nel Giappone del XIII secolo, in un gosho (lettera) che a tutt’oggi leggiamo e approfondiamo.

Gli otto venti rappresentano otto forze a cui noi, come individui, rischiamo di piegarci.

A leggerne l’elenco, sembra che quattro di questi venti siano positivi e quattro no: non è così. La lode non è per forza il contrario in positivo del biasimo, come il piacere non lo è della sofferenza.

In realtà, gli otto venti sono “neutri”: tutto dipende da come li affrontiamo, con quale stato d’animo. Certamente, se il nostro atteggiamento è passivo, ci limiteremo a ondeggiare dalla disperazione al settimo cielo, rimanendo con nulla in mano.

A me non è mai interessato granché l’onore, tantomeno il disonore: forse i due venti più giapponesi degli otto, se pensiamo per esempio a Yukio Mishima e al rito dell’harakiri.

Fino a pochi anni fa – ma l’esperienza non si è certo conclusa – avrei detto che la coppia di venti che più mi toccava fosse quella lode – biasimo. Quante volte leggevo un qualcosa che scrivevo o che presentavo, che trovavo – non soltanto io – bello ed efficace, e lo miravo e rimiravo, sentendomene prigioniero. Allo stesso modo, quanto mi pesavano (e mi pesano ancora) le critiche, anche se oggi reagisco diversamente, o ci provo. Cercando anche di ricordarmi quanto mi sia invece facile il “piacere di stare insieme solo per criticare”, come cantava Battiato in Mal d’Africa.

Ora, complice anche l’età che avanza, la coppia di venti che più mi tocca è quella prosperità – declino. La prima l’ho ogni tanto vissuta e a volte mi manca; il secondo ho cominciato ad avvertirlo e mi fa male, anche se a giorni alterni. Ma a 51 anni oggi, credo sia inevitabile svegliarsi contando il tempo che mi rimane, pur ignorando quanto possa ancora essere. Il mio è un pensiero terreno quanto irrazionale, perché resto ingabbiato nel vento e non lo cavalco.

Gli otto venti, però, è anche un bel libro di Silvia Rosselli, figlia di Nello e nipote di Carlo, nata all’inizio della persecuzione politica che terminò con la fine tragica di papà e zio ai quali sono dedicate vie o piazze di ogni città italiana. Nel suo romanzo, ripercorre una fetta importante di storia, ma soprattutto ci apre i suoi ricordi di famiglia, toccando infine anche il buddismo, a cui arrivò in tarda età (ed ecco il perché del titolo). Nelle parole di Rosselli ho trovato una chiarezza e una saggezza che, ancora, sono lontano dal raggiungere. Cercando, ogni giorno che passa, di saper cavalcare gli otto venti.