L’ultima prima

Alla prima della Scala, palchi e platea hanno applaudito per cinque minuti il presidente della Repubblica Sergio Mattarella al suo ingresso nel palco reale, per quella che è stata l’ultima sua prima, nonostante in molti vogliano una sua rielezione, da lui – giustamente – esclusa.

Ho vissuto abbastanza per ricordare parecchi presidenti, alcuni ottimi altri meno. Di Sergio Mattarella ricordo ancora le sue prime, poche parole sette anni fa appena dopo essere stato eletto. Sorridente, ma asciutto: terminò con un “per ora, è sufficiente così”. L’esatto opposto dei molti parlamentari che passano il tempo sui social e che il tacere per pensare ignorano cosa sia.

Chi crede che in Italia il presidente della Repubblica abbia un ruolo puramente figurativo, tra il salutare i bambini nelle scuole e il presenziare a varie cerimonie, capisce poco di diritto costituzionale e ancora meno dei meccanismi del sistema politico italiano.

Sergio Mattarella ha parlato poco e compiuto molti gesti e molte azioni di grande significato. Non ha usato i social di persona, ma ha saputo ad esempio per mezzo dell’account Twitter del Quirinale comunicare benissimo. Si è speso molto, anche con le immagini, per chi soffre, per i disabili, per le minoranze, per chi non è ancora tutelato da una legge (sì, quella: anche se purtroppo non è bastato). Si è schierato apertamente a favore dei vaccini e a fianco del personale medico e sanitario. Ha portato anche fortuna all’Italia alla finale degli europei di calcio. E ha scherzato con il suo fido Giovanni in quel video messaggio famoso in cui diceva che anche lui non può andare dal barbiere per il lockdown.

L’Italia è una repubblica parlamentare, ma il Parlamento ha dimostrato in questi anni di essere molto, ma molto più indietro del Paese, a differenza del suo presidente. Che, alla sua ultima prima della Scala, ha salutato e ringraziato, con un sorriso che si intravedeva dalla mascherina e che rivelava una gratitudine forse anche superiore a quella nostra nei suoi confronti.

Matera, 17 ottobre 2014

Il 17 ottobre 2014 io ci ero.

A Matera, in piazza S.Giovanni, in mezzo alla folla di fronte a un palco e a un maxi schermo, ad aspettare il nome della città che si sarebbe aggiudicata il titolo di capitale europea della cultura per il 2019.

Vincemmo noi, a Matera, e il resto è storia.

Dico noi perché anch’io, pur non essendo materano né lucano, ho fatto la mia parte con orgoglio, mettendo volentieri a disposizione un po’ di tempo che avevo per un’esperienza collettiva di lavoro, dedizione e tensione all’obiettivo irripetibile.

Matera la incontrai per la prima volta nell’estate del 2010, regalandomi un viaggio lucano per i miei primi quarant’anni. Quando arrivai, scendendo per via Buozzi lungo il Sasso Caveoso, mi trovai davanti la gravina, compresi cosa provò Mel Gibson quando osservò lo stesso panorama e pensai di avere un legame con lei da chissà quanti eoni fa, che in quell’istante si manifestò concretamente.

Poi, scoprii che Matera era entrata nella lista delle sei città italiane candidate a capitale europea della cultura, ma soprattutto scoprii grazie a Twitter che esisteva un “web team” di volontari che avrebbero lavorato per spingere la candidatura sui social. Chiesi di farne parte e da lì cominciò una splendida avventura.

Scesi a Matera più volte, conobbi persone stupende impegnate in prima linea per raggiungere questo obiettivo, incontrai un Sud che si rimbocca le maniche e ce la fa, contro ogni stereotipo. La piccola, antica, sonnecchiosa Matera, che da essere “vergogna d’Italia” negli anni’ 50 si trasforma in principessa che folgora chiunque la incontri.

E il 17 ottobre 2014, quando sentimmo “Matera” uscire dalla bocca del ministro per la cultura, fu un delirio di popolo.

Da quel giorno, le attività non cessarono, anzi: iniziò tutto il lavoro per arrivare a Matera 2019 e che io, pur con tutti i limiti dovuti ai miei impegni e alla distanza, continuai a sostenere. In parallelo, si svilupparono come logico polemiche, gelosie, opportunità politiche, che osservavo da distante e che, in fondo, non mi riguardavano. Io ero un volontario del web team, vivevo e lavoravo a Milano e andavo per la mia strada.

Per paradosso, nell’anno da capitale in carica non andai mai a Matera: non ci riuscii, ma in fondo va bene così, fa parte del ruolo di chi lavora dietro le quinte.

Oggi, sette anni dopo quella proclamazione, posso soltanto continuare a essere felice di aver fatto parte di un team il cui motto era, ed è, “la differenza tra il dire e il fare, è il fare”.

Il lavoro di vagabondare

Stamattina ero in auto lungo un viale della periferia di Saronno e all’improvviso mi sono trovato di fronte a una lunga fila di auto. Da cittadino abituato alla velocità e alla frenesia, la prima reazione è stata quella di imprecare. Ma come, in coda pure di sabato alle 10 e mezza.

Poi, ho capito. E ho sorriso.

Dalla corsia opposta è arrivato un fiume di pecore, guidato da un pastore con a fianco un cavallo. La transumanza. Gli animali che terminano la loro discesa a valle, dove passeranno l’inverno.

Le pecore, ordinatissime e guidate dagli immancabili cani, in fila per otto o dieci senza minimamente scalfire nessuna auto. Una marea di ovini candidi, chiusa da un secondo pastore. Giovani, entrambi: con visi sani, che emanavano la libertà di ragazzi che continuano questo mestiere e guardano quasi con compassione noi inscatolati nelle nostre vetture.

Mi era già capitato di transitare in mezzo a un gregge di pecore, ma in montagna, oppure in qualche paesino rurale. Mai in una città di 40 mila abitanti a metà tra Milano e Como.

Eppure, la transumanza in Lombardia è un rito che si perpetua esattamente come in Abruzzo o in Basilicata o in Sardegna. Ma a Milano, dove pare che tutto accada e che se non ci sei non sai quello che ti perdi, ecco: a Milano ti perdi questo spettacolo.

La transumanza è patrimonio immateriale dell’Unesco dal 2019; è un lavoro fondamentale per chi alleva bestiame; è lo spostarsi per necessità, come purtroppo sta accadendo ora per molti migranti, trattati in modo disumano rispetto alle pecore.

Un bel libro fotografico sul tema è Remènch, transumanza in Lombardia di Carlo Meazza, che ha trascorso quasi due anni con i pastori di una decina di greggi durante i loro spostamenti. Remènch è la forma dialettale di ramingo ed è usata dai pastori col significato di vagabondare. Mai, però, senza una meta e senza uno scopo: anzi.

Che lavoro faticoso quanto fantastico, quello di vagabondare con le greggi. E prezioso. Soprattutto per noi in città, che facciamo i lavori del futuro di cui spesso ci vantiamo, ma che non sappiamo guardare cosa c’è dietro a una porzione di formaggio acquistata all’Esselunga.

Vuoto e pieno

Il silenzio elettorale è forse l’unico aspetto dei molti che compongono il gran circo delle elezioni che non è cambiato da quand’ero bambino, anche se oggi è davvero anacronistico, vivendo i politici – insieme a noi – ventiquattro ore al giorno sui social. Non sono, pertanto, uno che si scandalizza se non lo rispettano, semplicemente perché noi italiani, l’arte del silenzio, non riusciamo proprio a volerla praticare.

Il silenzio da noi non è riflessione, meditazione, immaginazione, ma è attendere il proprio turno per prendere la parola, se per caso si aspetta invece che – spesso – interrompere. Del silenzio noi abbiamo paura: siamo terrorizzati dai vuoti e ci affrettiamo a riempirli, spesso in malo modo. Oppure con maleducazione e totale disinteresse degli altri: prova ne è l’aumento ormai incontrollato delle chiamate in viva voce per strada o sui mezzi pubblici.

Eppure, anche il silenzio è comunicazione. Anche i vuoti sono necessari quanto i pieni. Un concetto che, in musica, mi fa subito pensare a James Blake, che a 23 anni appena pubblicò nel 2011 il suo primo bellissimo album, tra l’elettronica e l’ambient, in cui fa suonare anche i vuoti lasciando in sospeso chi ascolta, dalla cover di Limit to your love alla nenia avvolgente di The wilhelm scream.

Il silenzio, intanto, è ascolto; è saper mettere le giuste pause in un discorso; è capirsi anche senza parlare; è saggezza di non aggiungere altro per non acuire un conflitto. Se tutto ciò non è comunicazione, non so cosa sia.

Personalmente, non ho mai temuto il silenzio, né l’horror vacui, e cerco sempre più spazi ampi e quieti, che trovo ormai quasi soltanto nel mio rapporto con la montagna, una gran signora che pretende rispetto da chi la frequenta (e non sempre lo ottiene). Bisogna camminare un po’, ma ne vale la pena: più si sale, più si allontanano i rumori di fondo, quelli che si annidano nella nostra mente e sono più fastidiosi dei rumori reali. C’è chi crede di poterli coprire non chiudendo mai la bocca: nulla di più sbagliato.

La mia generazione ha perso

Oltre 3,5 milioni di italiani che hanno più di cinquant’anni non hanno fatto neanche la prima dose del vaccino anti Covid. Lo indica il nuovo report settimanale del governo. Tra questi, la fascia più alta di chi non si vaccina è quella tra i 50 e i 59 anni, la più scettica. La mia.

Da cinquantunenne vaccinato due volte, favorevole al green pass anche nelle aziende e all’obbligo vaccinale, posso solo dire una cosa: la mia generazione ha perso. Non da oggi, peraltro.

La mia generazione non è stata protagonista di molti fatti di rilievo, anche per ragioni anagrafiche, giacché per esempio non ha potuto fare – o vivere – il ’68 o il ’77, né essere parte di fenomeni di costume globali come la Beatles mania, né assistere a eventi epocali come lo sbarco sulla Luna.

C’è stata la lunga voglia di leggerezza degli anni’80, terminati con la caduta del blocco sovietico, che ci ha probabilmente lasciato l’illusione di vivere in pace e in armonia, entusiasti dei grandi progetti di integrazione come l’Erasmus, nato nel 1987. Ma già nel 1990 iniziò la guerra del Golfo e nel 1991 quella nei Balcani, Europa.

C’è stato un discreto impegno sociale, collegato anche con la musica – pensiamo al Live Aid o al movimento per liberare Nelson Mandela – e ci sono state le prime importanti battaglie ambientaliste. Troppo poco, forse, per lasciare un vero segno.

Nel frattempo, la mia generazione è cresciuta, con un’educazione certamente più permissiva che in precedenza, con ancora la quasi certezza di un contratto a tempo indeterminato e senza ancora internet, che ha cambiato tutto e che la mia generazione, non essendo nativa digitale, non sa ben utilizzare.

Le persone nella mia fascia di età, anche scolarizzate, spesso sono quelle che più credono alle bufale su Facebook e le “fanno girare”, se non altro perché – a differenza dei millennial e della generazione z, che ovviamente molti cinquantenni disprezzano tout court – non hanno gli strumenti per smascherarle. Facebook è il social con l’età media più alta (no, non è così un bene), il più comune, il più semplice da utilizzare e quindi quello con la maggiore probabilità di trovare gente che in preda a deliri diffonde la qualunque, e ci crede. Ne ho pescati anch’io di esempi così, nella mia cerchia, con grande rammarico: nessuno che abbia meno di cinquant’anni. E ciò che mi disturba maggiormente è come persone con una vita, se non agiata, abbastanza comoda e mediamente acculturate possano sostenere le tesi campate per aria di Fiorellino72 o Pettirosso Viola rispetto a quelle di un Anthony Fauci.

Aggiungo che la mia è la generazione, tra quelle ancora in età lavorativa, che meno conosce l’inglese, perché non era ancora così necessario. Conoscere l’inglese non vuol dire usare, in modo improprio, call invece di chiamata per le riunioni su Teams, ma saper comprendere un articolo del Guardian – cosa che Fiorellino72 o Pettirosso Viola naturalmente non sanno fare – o provare ad ascoltare un minimo della tanta e importante musica che arriva da UK o USA, anziché limitarsi a Ligabue e a Sanremo.

La mia generazione è arrabbiata, in modo passivo aggressivo, con i giovani, con i vecchi, con lo Stato, con i giornali che “non ne parlano” (come se chi lo dice ne leggesse mai uno), con “il sistema” (cosa mai vorrà dire e in che modo si crede di non farne parte, chissà), con automobilisti, ciclisti e pedoni (a seconda delle occasioni), con gli stranieri come con i propri concittadini. In fine: è arrabbiata, in modo passivo aggressivo, con se stessa. Peggio ancora, ripiegata su se stessa.

Dopo i cinquant’anni si supera uno spartiacque e si entra nel secondo bacino della vita. Si fanno, o si dovrebbero fare, molti conti che magari non sempre tornano. Si fanno bilanci di carriera, importante elemento per una generazione tipicamente edonista. Ci si accorge che si ha sempre meno tempo per fare un ulteriore, ennesimo, salto in avanti e che, di contro, non si è ancora abbastanza vecchi per ritirarsi a vita privata. Oppure, che perdere un lavoro a quest’età significa tanta difficoltà a trovarne un altro.

Forse, la mia generazione è la prima a non avere i sufficienti anticorpi per fronteggiare queste e altre cose, o comunque a non sapere affrontare il superamento dello spartiacque in modo non scomposto, preferendo inseguire il mito dell’eterna giovinezza, che consiste di solito nel buttarsi a capofitto in palestra e nel vestirsi con abiti che indossa chi è nato nel 2001.

Certo, non tutti siamo così. Certo, ci sono degli “splendidi – e splendide – cinquantenni”, parafrasando lo splendido quarantenne Nanni Moretti in Caro diario. La situazione generale, però, è preoccupante e l’errore da evitare è pensare di esserne fuori.

Rimedi? Per cominciare, seguire cosa pensa e cosa fa la generazione z. Giusto per tornare sul tema Covid, i ventenni stanno andando a vaccinarsi in massa e molti adulti, quelli che dovrebbero recitare la parte dei saggi, dicono che lo fanno perché costretti, così col green pass possono continuare a stare in compagnia. A parte venirmi da replicare “e quindi?”, io dico che, magari, aver vissuto un lockdown a vent’anni è diverso che averlo vissuto a cinquanta. Ma la mia generazione ha perso anche perché, spesso, ha la memoria corta.

Il muro di Mathias

Il 13 agosto 1961, sessant’anni fa, iniziò la costruzione del muro di Berlino, che cadde 28 anni dopo.

Nell’estate del 1990 andai in Irlanda facendo il mio primo e unico Interrail. Un pomeriggio, non ricordo dove, arrivammo in un nuovo ostello per stare una notte o un paio. Entrammo nella camerata per cercare i nostri letti e vedemmo un capannello di ragazzi come noi che ascoltava un racconto di qualcuno.

Ci avvicinammo.

Quel qualcuno si chiamava Mathias ed era un berlinese dell’est, al suo primo viaggio all’estero dopo la caduta del muro.

Mathias parlava, tanto, con quella voglia di comunicare al mondo cosa accadeva prima e cosa stava accadendo dopo. E il mondo lo ascoltava.

Eravamo lì, da tante nazioni – Italia, Spagna, Gran Bretagna, USA e chissà quante altre – ad ascoltare Mathias, convinti che nessun altro muro, visibile o invisibile, potesse continuare a proliferare, come invece è accaduto.

Eppure, non ci siamo estinti dopo quei giorni: ci siamo ancora, sebbene adulti e imborghesiti. E, soprattutto, quel momento che cambiò la geopolitica mondiale lo abbiamo vissuto nel pieno della nostra gioventù e nessuno potrà mai togliercelo.

Le olimpiadi Viola

Ieri mattina, prima di assistere alla cerimonia di chiusura delle olimpiadi di Tokyo, tornando da uno dei miei lunghi giri in bici fuori città, mi sono ricordato di non essere ancora passato dal giardino intitolato a Beppe Viola, nella sua via Sismondi, poco lontano da casa mia. L’ho fatto e ho pensato a quanto gli sarebbero piaciute queste olimpiadi e a come ce le avrebbe raccontate: probabilmente non più in televisione, magari in qualche rubrica che, forse, qualcuno di illuminato gli avrebbe offerto.

Beppe Viola avrebbe oggi poco più di ottant’anni, ma per noi è fermo alla sua risata ironica e al suo tono da cabarettista appena sveglio col quale ci lasciò, troppo presto, nel 1982. Il giornalismo, i libri, le canzoni scritte con Jannacci, le sceneggiature, le battute. Una Milano, che non esiste più, i cui personaggi sapeva raccontare meglio di chiunque altro. La Milano di oggi non la avrebbe granché apprezzata, ma avrebbe saputo, senza risultare “boomer”, contrapporle un antidoto composto da tanti pensieri tutti da leggere o da ascoltare. O almeno, ovviamente, è ciò che avrei voluto leggere e ascoltare io se fosse stato possibile.

Per chi, soprattutto giovane, vuole approfondire il personaggio, tre libri: Mio padre è stato anche Beppe Viola, scritto dalla figlia Marina; Quelli che… racconti di un grande umorista da non dimenticare; Sportivo sarà lei, raccolta di appunti sparsi con scritti di Giorgio Terruzzi, Marco Pastonesi e Marina Viola ancora.

Non ultimo, anche perché recente, questo passaggio in radio Quelli che la pandemia di Marina Viola con Paolo Maggioni, giornalista di Rai News, “beppeviolista” per antonomasia e autore del bel documentario su di lui andato in onda nel 2012: entrambi, nella trasmissione Forrest di Radio uno, si divertono ad adattare i “quelli che” inventati da lui e Jannacci alla pandemia. Perché Beppe Viola sarebbe stato graffiante anche su questo, soprattutto verso i no vax, verso i quali sarebbe stata perfetta una delle sue battute più celebri:

“A certa gente quello che la frega è la mancanza d’ignoranza”.

Lode all’inviolato

Mi sembrava sciocco e pretenzioso da parte mia scrivere di Franco Battiato appena dopo la sua scomparsa. Ora, mi sento di farlo.

Battiato mi ha accompagnato per quarant’anni di vita: ne avevo undici quando uscì La voce del padrone, di cui consumai la cassetta, per poi scoprire col tempo che non fosse il suo disco migliore, ma “solo” il più venduto (oggi non sarebbe nemmeno nei primi dieci di Spotify, e questo dimostra quanto la musica – almeno quella italiana – sia peggiorata).

Battiato è stato tutto e ha scritto di tutto: dalla sperimentazione al pop alle opere liriche. Ha scritto per donne fantastiche e ha interpretato classici senza guerreggiare con loro, ma semplicemente rendendoli propri. Ci ha fatto volare in territori inesplorati e riflettere sull’esistenza. Penso, soltanto, a L’ombra della luce, che tante volte ho cantato insieme a un mio caro amico durante alcune estati fatte di pochi giorni di buen retiro in val d’Orcia.

Battiato, qualcuno lo rammenta, era anche spiritoso nonostante le apparenze. Ne ho una piccola prova anch’io, l’unica volta che lo vidi in concerto a Torino, fine anni’90. Era il tour de L’imboscata, quindi un contesto più rock, niente tappeti né gambe incrociate, ma balli ed energia. Dopo la fine di un brano, prima che stesse per cominciarne un altro, si levò un grido dalla platea: “Franco, sei bellissimo!” Tutto il palazzetto rise, compreso lui, che rispose: “Questo è sacrosanto e giusto”, mandandoci in orbita.

Sarebbe altrettanto sciocco e pretenzioso fare una classifica dei suoi brani: il suo repertorio è talmente vasto e talmente uno scrigno prezioso che si può soltanto andare a sensazione. Escludendo i più noti, per me ci sono ad esempio capolavori dell’epoca sperimentale come Sequenze e frequenze, che ogni tanto mi ritrovo a cantare; oppure, se penso a un album del livello di Come un cammello in una grondaia, direi che contenga tutto ciò che continuiamo a vivere trent’anni dopo la sua uscita.

Ripensando però a Battiato e a tutta la sua opera, c’è un fil rouge evidente: la Sicilia.

Battiato era fortemente siciliano, seppur emigrato a Milano da giovanissimo. La Sicilia non è soltanto nei suoi testi, da Giubbe rosse a Secondo imbrunire, ma è nel suo pensiero, nel suo stato d’animo, nella sua cultura. L’isola dove tutti arrivarono e lasciarono testimonianze che ancora oggi vediamo, in un crogiuolo di stili e di bellezza. Battiato era questo: un siciliano aperto al mondo, in un continuo dialogo tra culture e con una fortissima dimensione spirituale.

Tra i molti suoi testi che porterò sempre con me, mi piace ricordare un passaggio di Lode all’inviolato, uno dei brani dove è più forte il dualismo tra oscurità e illuminazione, due facce della stessa medaglia che convivono dentro di noi.

E quanti personaggi inutili ho indossato
Io e la mia persona quanti ne ha subiti
Arido è l’inferno

sterile la sua via
Quanti miracoli, disegni e ispirazioni
e poi la sofferenza che ti rende cieco
Nelle cadute c’è il perché della sua assenza
Le nuvole non possono annientare il sole

E allora, sia lode a Franco, l’inviolato.

Il treno di Gianluca

“Io con il cancro non ci sto facendo una battaglia perché non credo che sarei in grado di vincerla, è un avversario molto più forte di me.”

Lo ha detto, come sappiamo, Gianluca Vialli nella docuserie Sogno azzurro, aggiungendo che “il cancro è un compagno di viaggio indesiderato, però non posso farci niente. È salito sul treno con me e io devo andare avanti, viaggiare a testa bassa, senza mollare mai, sperando che un giorno questo ospite indesiderato si stanchi e mi lasci vivere serenamente ancora per tanti anni perché ci sono ancora molte cose che voglio fare”.

Vialli ha sconfitto un tumore al pancreas, forse il più rapido ad attecchire e a non lasciare scampo. È un’esperienza che lo ha cambiato, non solo fisicamente, come tutte le esperienze di chi affronta – e nel suo caso, supera – una grave malattia. Ma nelle sue parole non c’è alcun riferimento a un linguaggio bellico, da condottiero, da sterminatore di truppe nemiche, bensì un atteggiamento quasi di rispetto verso un avversario molto più forte di lui, che affronta senza arrendersi e senza mettersi sul suo piano.

Sono parole che scaldano, sia perché come logico provengono da un campione come Vialli, sia per il tono.

Non siamo per forza sempre disposti ad andare al fronte; non abbiamo sempre la “cazzimma” in ogni situazione; non riusciamo sempre a non guardare in faccia nessuno, o magari non vogliamo proprio farlo. Però, non essere la reincarnazione di Spartaco non significa essere delle persone perdenti, o non saper affrontare problemi che a volte appaiono insormontabili. Vale per la malattia come per il lavoro o gli affetti e così via.

Uno dei significati del Budda, scrive Nichiren Daishonin nel 1200, è quello di nonin, ossia “colui che sopporta perseverando”. Non si tratta quindi di una pazienza passiva, ma della determinazione di andare avanti, senza negare le nostre fragilità, i nostri momenti di buio, le nostre richieste di aiuto. È il concetto che esprime Vialli quando dice che il cancro è salito sul treno con lui e che bisogna continuare il viaggio senza mollare. C’è chi lo chiama resilienza, una parola ormai abusata e che quindi sta diventando irritante. Io lo chiamerei, semplicemente, lo spirito di una donna o un uomo di oggi per provare ad affrontare sfide anche con chi sai essere più forte.

La bellezza dei numeri due

Domenica 11 luglio, prima del successo dell’Italia a Euro 2020, Matteo Berrettini ha perso con onore la finale di Wimbledon. Poco dopo la sua sconfitta, Ester Viola ha twittato “La bellezza dei numeri due”. Non posso che essere d’accordo con lei.

Ognuno può trovare un significato per questa frase, tra cui anche quello di un gioco linguistico riferito alla bellezza, oggettiva, di Berrettini.

Ma a parte ciò, domenica abbiamo visto sfiorare un’impresa storica da un tennista di grande talento, che ha dato il massimo contro un fenomeno che, come logico, lo aspettava al varco per non perdonargli nessun errore compiuto.

Domenica, Matteo Berrettini è stato un bellissimo numero due, anche nelle sue dichiarazioni, consapevole di aver fatto un grande torneo e che quello di ieri sia un punto di partenza. Non è soltanto fair play, non è soltanto saper perdere: è essere consapevoli di aver fatto del proprio meglio. Questo è già vincere.

Matteo Berrettini ha vinto la sua sfida, con una bellezza da numero due. Tanti ragazzini da ieri vorranno diventare come lui. Un esempio che non hanno invece dato i calciatori dell’Inghilterra, che dopo la sconfitta si sono subito tolti la medaglia d’argento e hanno lasciato il campo durante la premiazione dell’Italia: forse sapranno giocare, ma devono ancora imparare a vivere.