“Per qualcuno, gli anni Ottanta sono iniziati con il 1984. Per qualcun altro, gli anni Ottanta sono precipitati dopo il 1984. Per altri ancora, il 1984 racchiude tutti gli Ottanta in un solo anno.” Così l’incipit dello speciale diviso in tre parti che Andrea Laurenza scrisse su Rockol all’inizio del 2024, per celebrare i 40 anni dal 1984, l’anno “in cui finì il post-punk, nacque l’indie ed esplose il pop.” Ora siamo in chiusura di anniversario e, per salutare il quarantennale di un anno così significativo per la musica, ho giocato a scegliere dieci album che più lo rappresentano, quelli nell’immagine combo.
Non tutti mi piacciono così tanto, non è necessario. E soprattutto non tutti li seppi comprendere quando uscirono, perché nel 1984 avevo 14 anni e, per dire, non compresi appieno la grandezza di Prince, genio forse paragonabile soltanto a David Bowie, il quale purtroppo nel periodo attorno al 1984 sfornò i suoi dischi peggiori, per poi riprendersi con gli interessi anni dopo. Purple rain è “l’album” del 1984, su tutti. Sugli U2, che comunque con The unforgettable fire iniziano il cammino della svolta verso la concept band che abbiamo conosciuto negli anni’90. O su Springsteen, che con Born in the USA diventa un “caso” in patria e fuori. E così via.
Nella decina degli album in foto ci sono ben quattro, fantastici, esordi: l’inizio del pop sofisticato che strizza l’occhio al jazz e alla bossa con Diamond life di Sade e Eden di Everything but the girl. L’album potentissimo dei Run DMC, che nel 1984 portano la cultura hip hop alla prima grande consacrazione. Dulcis in fundo, il primo album degli Smiths e dell’irripetibile duo Morrissey – Marr.
E poi, ancora, il pop elettronico dei Depeche Mode che sfornano due pezzacci come People are people e Master and servant, e i Talk Talk di Mark Hollis (Rip) verso la transizione ai lavori rarefatti e intimisti degli anni successivi, ma che nel mentre piazzano It’s my life e Such a shame (io però scelgo Tomorrow started).
E nella decina degli album del 1984 ce n’è anche uno in italiano, anzi in genovese: Creuza de madi Fabrizio De Andrè, che più che album nazionale di quell’anno, lo è almeno del decennio. Sono anni in cui esploderà anche la “world music”, da Peter Gabriel a Paul Simon, dall’Africa al Brasile, e il capolavoro in genovese di De Andrè ci entra di diritto.
Quel 1984 da cui sono passati quarant’anni contiene, naturalmente, molto di più. Tanto glamour, tanta dance, tanto gel nei capelli lunghi, mixati con la voglia di costruire e non più di distruggere, con un impegno sociale che sfociò nel Live Aid del 1985. L’aria stava cambiando, spingendosi sempre più verso la fine della guerra fredda: Walls come tumbling down, cantavano l’anno dopo gli Style Council, anche se per il crollo del muro di Berlino si sarebbe dovuto attendere fino al 1989.
Il 1984 è stato anche il romanzo omonimo scritto da George Orwell 35 anni prima: fantapolitica che, in fine, troppo fantasiosa non lo è stata. In quell’anno, dal libro è stato tratto il film, che andammo a vedere con la scuola, con l’ultima apparizione sugli schermi di Richard Burton e con la colonna sonora degli Eurythmics, altra grande band di quegli anni.
“Per chi l’ha visto e per chi non c’era” e per chi ha voglia di (ri)ascoltare tanti pezzi del 1984, ecco il link alla playlist Spotify sempre a cura di Andrea Laurenza.
Impossibile scegliere un brano solo nel vastissimo, e spesso gigante, repertorio che Franco Battiato ci ha donato, ma mi sono ora reimbattuto in No time, no space, brano che condensa in tre minuti e mezzo tutto ciò che il maestro era e rimarrà.
No time, no space fa parte di Mondi lontanissimi, album del 1985 che contiene, tra le altre perle, la poesia in musica de L’animale, il cui testo contrappone ragione e istinto. Qui, invece, abbiamo il desiderio di andare oltre il tempo e lo spazio, in un brano serrato in cui ci sono tutti i riferimenti di Battiato: la storia “di civiltà sepolte”, la fisica, l’astronomia (“Seguimmo per istinto/le scie delle comete/come avanguardie/di un altro sistema solare”) e, naturalmente, il misticismo.
No time, no space ha una potenza sonora che parte dalle percussioni combinate a tastiere e batteria elettronica – siamo in pieni anni’80, ricordiamolo – e che poi si allarga con il respiro portato dall’orchestra di violini e dall’arpa, dirette dal fido Giusto Pio. In mezzo, un ritornello in inglese – espediente linguistico che spesso Battiato utilizzava – e un controcanto. No time, no space è una spremuta di Franco Battiato condensata in un brano.
Il video, che oggi dopo quasi quarant’anni può magari far sorridere, è anch’esso perfetto. Battiato che indossa le cuffie, scalzo e a gambe incrociate sui suoi amatissimi tappeti orientali; Giusto Pio e l’orchestra; immagini dei dervisci rotanti che danzano. Alla fine, Battiato si toglie le cuffie, si alza, indossa giacca e scarpe e cammina verso l’uscita, mentre i musicisti continuano a suonare. Un’immagine, chissà, forse liberamente ispirata a quella del video di The same old scene dei Roxy Music, di qualche anno prima, con Bryan Ferry che si alza dal pianoforte, spegne la sigaretta e se ne va, lasciando il resto della band a proseguire.
Nel video di No time, no space c’è però un’aggiunta finale e significativa, ossia Battiato che sale le scale e prima di uscire rimane per un momento fisso a osservare la scena che sta abbandonando. “Keep your feelings in memory”, canta nel ritornello. Conserva i tuoi sentimenti nel ricordo: io ora me ne vado, superando il concetto spazio – tempo. E vi lascio qui. E Battiato, dal maggio del 2021, ci ha lasciato qui, in preda a derive autoritarie, divisioni sempre più forti, odio e desiderio di uccidere.
Superare il tempo e lo spazio. Probabilmente, Battiato ci è riuscito. Noi non possiamo che continuare la nostra ricerca verso cosa un giorno diventeremo.
“Keep your feelings in memory I love you, especially tonight.”
Ci sono testi di canzoni che avrei pagato per (saper) scrivere. Uno su tutti, lo squisito nonsense al passato remoto di Pasquale Panella in Le cose che pensano di Lucio Battisti (ne ho scritto qui). E poi, molti testi dei Subsonica, come Nuvole rapide, a cui spesso torno e che mi ossessiona in questi giorni.
Intanto, sembra ieri, ma Nuvole rapide ha già poco più di vent’anni, anche se resta per me modernissima nel sound. Fa parte di Amorematico, album sofferto anche perché dopo la notorietà avuta con Microchip emozionale i Subs erano pressati dai discografici, i quali – come spiegò Max Casacci – volevano un singolo dal potere di Tutti i miei sbagli e secondo loro Nuvole rapide non lo era, soprattutto per una particolarità, che però è la sua più bella: l’assenza di ritornello. Per fortuna i nostri non cedettero e il pezzo uscì così com’era stato pensato, in tutta la sua potenza.
Manca un ritornello, sì, ma c’è il tormentone dell’ “attimo che passerà”, che chiude ogni strofa. Nuvole rapide è una successione di pensieri legati alla difficoltà di separarsi, al ricordo, al rimpianto, ma anche alla vita che è fatta di attimi che occorre assaporare. Anche se possono essere “detonazioni” oppure “frantumazioni”, ma sempre “di un attimo che passerà”, proprio come le nuvole quando corrono rapide nel cielo.
Flusso, derive, parole: tutto si perderà.
A partire dalla fine degli anni’90, con i Subsonica – ma non soltanto – si impone sempre più un modello di musica italiana finalmente alternativo al cantautorato, del quale però si mantiene il gusto per i testi in buon linguaggio. Questo aspetto è sempre stato uno dei loro marchi di fabbrica, oltre all’incrocio tra la “torinesità” e il sound di respiro europeo. Nuvole rapide è un pezzo che avrebbe potuto essere cantato in inglese con buoni risultati nel mercato UK. Anche se non sarebbe stato più lo stesso.
Infine, Nuvole rapide è accompagnato da un video che mescola l’aria malinconica e piatta di una certa provincia padana che ben conosco alla figura irreale del protagonista, un uomo anziano che corre all’infinito con musica in cuffia, una coppa in mano e molte medaglie al collo attraversando nella foschia invernale campi brulli e paesi con un unico ritrovo, il solito bar con un paio di videogiochi. Nessuno lo conosce, anche se le comparse del video – più gli stessi Subsonica – azzardano delle ipotesi.
Del resto, l’attacco di Nuvole rapide, così diretto, glaciale e poetico allo stesso tempo, dice tutto:
Inizia così Le cose che pensano, il brano di apertura di Don Giovanni di Lucio Battisti, di cui oggi ricorrono gli 80 anni dalla nascita. Era il 1986 e dopo quattro anni di silenzio Battisti, ancora una volta, ci stupiva. Un’introduzione di piano elettrico e un testo di giochi al passato remoto scritto da Pasquale Panella, con cui Battisti firmò i cosiddetti “dischi bianchi” che ancora ai puristi non vanno giù. “Eh però, con Mogol”. Eh però niente: Battisti pensava già avanti, forse fin troppo.
Don Giovanni, il primo dei “dischi bianchi”, ci consegna un Battisti opposto ai canti liberi e alle canzoni del sole cantate in spiaggia con chitarra e falò. E fu così fino a Hegel, il testamento di un Battisti sempre più ermetico e sempre più volutamente solitario, ma non per questo meno autentico.
Battisti è stato quello con Mogol come quello con Panella, quello dei Giardini di marzo come quello di Anima latina, altro capolavoro spesso dimenticato e, all’epoca, scioccamente criticato. Battisti, semplicemente, è stato un rivoluzionario senza esserlo nei modi. Studiava, sperimentava, rischiava e sapeva comporre (e arrangiare). Tra altri 80 anni si parlerà ancora di lui e, forse, sarà accettato anche il periodo con Panella. Perché, sopra a tutto, c’era e ci sarà il musicista Lucio Battisti. Partendo, magari, proprio da Le cose che pensano e che
hanno di te sentimento, esse t’amano e non io.
Come assente rimpiangono te. Son le cose, prolungano te
A un anno esatto dall’inizio della guerra in Ucraina, a causa dell’invasione russa, e nel mezzo di una deriva fascista italiana, mi viene sempre – purtroppo – più facile pensare a Burn the witch, che i Radiohead lanciarono nel 2016 per il loro ultimo album con un chiaro riferimento al governo Trump, ma non soltanto.
Avoid all eye contact, do not react, shoot the messengers
e ancora
We know where you live
sono chiari riferimenti a una politica di conformismo, di controllo, del rifiuto della diversità, anche con la coercizione.
C’è poco da dire, se non provare a resistere.
Possibilmente, intanto, bandendo i molti programmi tv che danno sempre più spazio a un Orsini o una Di Cesare. Oppure, lodando la preside dell’istituto di Firenze, la cui lettera il ministro Valditara ha ben pensato di condannare.
Ma di esempi ce ne sarebbero, ahinoi, molti di più.
This is a low flying panic attack Sing a song on the juke box that goes Burn the witch
Mi sarei anche un poco stufato di scrivere di persone che purtroppo ci lasciano.
Poi però muore improvvisamente Gal Costa, la più grande, ben oltre il suo Brasile, ben oltre le varie generazioni.
Gal Costa, “Gracinha” come la chiamavano i suoi amici, tra cui due giganti come Caetano Veloso e Gilberto Gil, che andò a trovare a Londra mentre erano in esilio a causa della dittatura brasiliana.
Gal Costa, cantante del Tropicalismo e della MPB, che al regime non potevano ovviamente piacere.
Gal Costa che sin da bambina aveva un solo desiderio, quello di “ser cantora”, diventare cantante. Chi crede al fato la definirebbe una predestinata.
Gal Costa, nata a Salvador, città fascinosa e ricca di arte quanto lei, e notata da un certo João Gilberto, per dire.
Gal Costa dalla voce di velluto che poteva sprigionare una forza imprevedibile, celata dai suoi modi dolci.
Gal Costa che si presentava al mondo semplicemente con Meu nome é Gal, “Mi chiamo Gal”, in cui giocando con gli acuti mostrava di cosa fosse capace.
Gal Costa interprete perfetta di classici della bossa nova come Desafinado oppure Chega de saudade, ma che rende nobili anche le danze popolari di Carnevale come il frevo con Festa do interior, che nei primi anni’80 è un enorme successo.
Gal Costa che diventa col tempo una meravigliosa signora della canzone e calca tutti i palchi del mondo: bellissimo il suo disco dal vivo registrato al Blue note di New York.
Gal Costa che, se si chiude gli occhi, può ricordare Ornella Vanoni, che guarda caso è la nostra cantante che più ha collaborato con i grandi della bossa nova.
Gal Costa ricordata in patria anche dal fumettista Mauricio De Sousa, autore della Turma da Mônica, cartone animato popolarissimo in Brasile, a dimostrare che lei supera le generazioni. Il suo post su Instagram dedicato a lei è forse l’omaggio più dolce, che riprende uno dei suoi brani più noti, Chuva de prata, la pioggia d’argento, che per Mauricio “cadrà all’infinito”, come all’infinito ascolteremo la sua voce.
Impossibile stilare una classifica delle migliaia di brani che Gal Costa ha cantato. In questi giorni, mi prende la sua dolcezza mista a malinconia in Topázio, ma davvero è come pescare a strascico nel suo oceano Atlantico.
Meu nome é Gal, e per sempre sarà.
Non credo che ci si renda perfettamente conto della grandezza dell’artista che abbiamo perduto.
Difficile aver superato da poco i cinquant’anni e comprendere, sempre più, che la memoria della mia e di altre generazioni sia troppo corta.
Stiamo perdendo tutto quel poco di guadagnato, con una regressione basata sul menefreghismo per le vite altrui, sul “non è come me, quindi si fotte” e sul negare diritti affermando le proprie convinzioni.
Un vento molto pericoloso, che fa purtroppo il paio con indicatori economici preoccupanti: uno su tutti, l’essere l’unico grande – ma ancora per quanto? – Paese con gli stipendi pressoché bloccati da trent’anni.
Vogliamo parlare di politiche per la famiglia, ma di famiglie ne riconosciamo una soltanto, e anche per quella non incentiviamo il congedo per i padri: i quali, da parte loro, se hanno dai quarant’anni in su, sono ancora lì a dire “meno male che c’è mia moglie che pensa alla famiglia” e così via. Scrivo questo non perché me lo sono inventato, ma perché lo sento tutti i giorni. Donne come angeli del focolare, ancora. E le famiglie arcobaleno, figuriamoci. Ma queste non sono cose importanti, per molti in Italia: chissà come mai, invece, tutti i Paesi in Europa economicamente più avanzati lo sono anche nei diritti e nel welfare.
Noi, no.
Viviamo, la mia generazione soprattutto, in un perenne stato di amnesia, che mi ricorda il testo di un brano profondo quanto solenne dei Dead can dance, scritto nel 2012: Amnesia, appunto. Eccone un passaggio:
With every generation comes another memory lapse See the demonstrations of failing to learn from our past We live in the dream time Nothing seems to last Can you really plan a future when you no longer have a past?
Stiamo diventando così, senza più un passato e senza più condannare quanto abbiamo subìto – non noi, ma i nostri genitori o nonni – proprio come in una sorta di amnesia, ma cosciente.
L’unica speranza è quella che le nuove generazioni, in media molto più avanti di mentalità, circondino questa gente rendendola sempre più sola e sempre meno rilevante.
Ora, purtroppo, è ancora presto.
Noi però abbiamo il compito di non farci prendere da questo stato di amnesia collettiva. E di evitare, tornando al brano dei Dead can dance, il ripetersi di queste parole:
Memories fall from the trees Amnesia Memories like autumn leaves
Un compito che, va detto, oggi appare molto più difficile di ieri.
PS Della critica alla mia generazione ho scritto qui un anno fa.
Se ti chiami Donald Fagen, sei uno dei due Steely Dan, sei un compositore raffinato, sei un perfezionista incallito del suono e hai a disposizione alcuni tra i migliori musicisti del pianeta, è facile che il tuo primo disco solista diventi memorabile. Così è The nightfly, uscito il primo ottobre 1982, quarant’anni fa.
Nel 1982 avevo dodici anni, cosa ne potevo sapere di Fagen e degli Steely Dan: troppo da adulti, troppo sofisticati, troppo americani. Anche se mi ricordo il video di New frontier che passava in tv ed era un cartone animato, ma certo non potevo sapere che quel brano fosse cantato da un musicista di razza e che il disco che lo contiene uscì con una pulizia del suono talmente elevata da essere utilizzato per testare gli impianti stereo.
Poi però cresci, ti appassioni alla musica non soltanto mainstream, scopri che il dj Nick “the Nightfly” prese il nome dal disco di Fagen, il quale a sua volta si ispirò a un dj con quel nome che a lui piaceva ascoltare e colleghi tutto, a partire dalla copertina dell’album, una delle più iconiche e riconoscibili, con Fagen ritratto in uno studio radiofonico a trasmettere a notte fonda (l’orologio alla parete segna le quattro e dieci, certamente di mattina) proprio come canta nel brano che dà il nome all’album: un misto di gioia e malinconia da parte di un dj troppo sensibile, che caffè e sigarette d’ordinanza non riescono a mitigare (I’ve got plenty of Java and Chesterfield Kings, but I feel like crying, I wish I had a heart of ice).
Non sarò certo io a ripercorrere i vari brani di The nightfly, anche se voglio citare con piacere l’apertura di I.G.Y. (What a beautiful world), un tuffo nell’America ottimista della fine degli anni’50 condito – come sempre, trattandosi di Fagen – da un testo sarcastico dove il futuro sarebbe stato strepitoso, con un treno sottomarino che avrebbe impiegato novanta minuti da New York a Parigi, e così via. E, ovviamente, New frontier, che tratta la paura della guerra fredda romanzandola con una storia d’amore in un bunker antiatomico. Ascoltandola oggi, si capisce come, purtroppo, siamo di nuovo sempre più vicini a una situazione del genere, e non per ironia o per scherzo.
Musicalmente, The nightfly è infine la continuazione, da parte di Fagen da solo, di Gaucho, che uscì con grandi difficoltà due anni prima e che fu l’ultimo album dei Dan insieme, fino al ritorno in coppia vent’anni dopo (di Gaucho, e soprattutto della sua chiusura con Third world man, ne ho scritto qui). Anche The nightfly è uno squisito passatempo tra il pop e il jazz, costruito in studio da Fagen con mostri sacri come Larry Carlton, i fratelli Brecker, Jeff Porcaro, ma la lista sarebbe molto più lunga. Sta di fatto che sono passati quarant’anni e ne stiamo ancora a parlare, e non soltanto io che non ho alcuna voce in capitolo.
Ciò che posso dire è che The nightfly è un disco certamente da highway americana percorsa di notte, ma anche ascoltandolo guidando a ora tarda nelle nostre autostrade o statali ha lo stesso effetto ovattato, di calore, di protezione. Per me, è uno dei “comfort record” ai quali, prima o poi, torno quando necessario. Ognuno ha i propri, ci mancherebbe: i miei però, modestamente, li ritengo di un certo livello.