Gli anni invisibili

C’è un brano di Cristina Donà (bentornata!), Invisibile, che mi è tornato in mente in questi giorni di fine anno. Tratta di un amore non corrisposto, un’attrazione verso chi non ti vede o finge di non vederti. E quella dell’invisibilità è una metafora che associo a molte persone in questi due ultimi anni, il 2020 e il 2021, flagellati dalla pandemia.

Gli (e le) invisibili sono quasi tutte le persone morte di Covid: di quasi tutte loro si sa poco o nulla e di alcune, purtroppo, si sono soltanto viste le immagini delle bare trasportate dall’esercito, come accadde a Bergamo.

Gli (e le) invisibili sono le molte persone che si vaccinano, per se stesse e per la comunità, senza postare aghi dentro braccia sui social né fare chiasso come chi è contro il vaccino e contro il green pass: una minoranza, certo, ma dannosa prima che inutile oltre che – invece – molto, troppo visibile.

Gli (e le) invisibili sono le persone che, al netto dei vari bonus ristrutturazione, mobili, terme e quant’altro, non avranno alcun risarcimento perché nessuno vuole o può calcolare quanto la pandemia ci abbia tolto in termini di salute mentale. Anche a chi in apparenza ritiene di star bene. Anche a me.

Gli (e le) invisibili sono, spesso, persone come me e come molte altre, che vanno avanti senza far troppo rumore, soltanto con più variabili rispetto a prima. A loro, in particolare, auguro un 2022 migliore degli ultimi due anni. Prima che si avveri ciò che canta Cristina Donà:

La luna è limpida
ed io rimango
invisibile come sempre
quando è tardi per dire
che non sopravvivo

Buon 2022.

(Nota a margine: la mia versione favorita di Invisibile è quella remixata da Boosta )

Avere vent’anni

Due cose, su tante, mi colpiscono della tragedia di Torino dove tre montatori hanno perso la vita cadendo dalla gru che ha ceduto, sfracellandosi al suolo.

La prima è che è accaduta a Torino, la mia città, anche se non ci abito più da tempo. Via Genova, luogo della tragedia, la conosco bene e l’ho percorsa spesso, anche negli ultimi anni, fermando la macchina di fronte all’ingresso laterale dell’ospedale Molinette. Ma, a parte gli amarcord, morire di lavoro soprattutto a Torino, dopo il disastro Thyssen, non doveva più accadere. E invece.

La seconda è che Filippo Falotico, una delle tre vittime, aveva vent’anni. E amava il suo lavoro. C’è chi a vent’anni pensa a lauree, master, impieghi dai nomi inglesi incomprensibili però così “trendy”. Filippo montava sulle gru: era un trapezista contemporaneo e si divertiva. Fino a ieri.

Purtroppo, in Italia di lavoro si continua a morire, troppo. Fa ancor più male quando si muore a vent’anni, come è successo a un ragazzo come Filippo, che postava immagini per raccontare il suo sentirsi bene a quelle altezze vertiginose. Il selfie con i suoi due compagni di squadra, morti anch’essi, è quasi insopportabile.

Chissà se questa ennesima tragedia ci farà discutere seriamente di morti sul lavoro, anziché litigare (e sfottersi) tra fazioni per la liceità o meno di uno sciopero generale.

Di Filippo Falotico ha scritto, con la sua consueta sensibilità, Niccolò Zancan nel ritratto pubblicato su La Stampa. Quotidiano di Torino, appunto.

L’ultima prima

Alla prima della Scala, palchi e platea hanno applaudito per cinque minuti il presidente della Repubblica Sergio Mattarella al suo ingresso nel palco reale, per quella che è stata l’ultima sua prima, nonostante in molti vogliano una sua rielezione, da lui – giustamente – esclusa.

Ho vissuto abbastanza per ricordare parecchi presidenti, alcuni ottimi altri meno. Di Sergio Mattarella ricordo ancora le sue prime, poche parole sette anni fa appena dopo essere stato eletto. Sorridente, ma asciutto: terminò con un “per ora, è sufficiente così”. L’esatto opposto dei molti parlamentari che passano il tempo sui social e che il tacere per pensare ignorano cosa sia.

Chi crede che in Italia il presidente della Repubblica abbia un ruolo puramente figurativo, tra il salutare i bambini nelle scuole e il presenziare a varie cerimonie, capisce poco di diritto costituzionale e ancora meno dei meccanismi del sistema politico italiano.

Sergio Mattarella ha parlato poco e compiuto molti gesti e molte azioni di grande significato. Non ha usato i social di persona, ma ha saputo ad esempio per mezzo dell’account Twitter del Quirinale comunicare benissimo. Si è speso molto, anche con le immagini, per chi soffre, per i disabili, per le minoranze, per chi non è ancora tutelato da una legge (sì, quella: anche se purtroppo non è bastato). Si è schierato apertamente a favore dei vaccini e a fianco del personale medico e sanitario. Ha portato anche fortuna all’Italia alla finale degli europei di calcio. E ha scherzato con il suo fido Giovanni in quel video messaggio famoso in cui diceva che anche lui non può andare dal barbiere per il lockdown.

L’Italia è una repubblica parlamentare, ma il Parlamento ha dimostrato in questi anni di essere molto, ma molto più indietro del Paese, a differenza del suo presidente. Che, alla sua ultima prima della Scala, ha salutato e ringraziato, con un sorriso che si intravedeva dalla mascherina e che rivelava una gratitudine forse anche superiore a quella nostra nei suoi confronti.

Caetano, non ti lasciamo

A 79 anni, Caetano Veloso ancora ci stupisce con un nuovo, fantastico, disco.

Meu coco è fresco e moderno e si apre con un brano di denuncia – ma anche di speranza, sempre presente nello spirito di Veloso. Não vou deixar (non lascerò) è una critica aperta al populismo e al negazionismo di Bolsonaro: “Non lascerò che tu faccia casino con la nostra storia” perché “io so cantare, e conosco altri che lo fanno meglio”. E avanti così, con quell’ironia e quella presa in giro a cui Veloso ci ha abituato da più di mezzo secolo.

Per chi non lo sapesse, o per chi al Brasile associa soltanto il calcio, i tanga sulle spiagge e il trenino di capodanno Disco samba (che infatti non è opera di brasiliani, ma di un trio belga), Caetano Veloso iniziò da molto giovane a suonare e a essere voce fuori dal coro, fondando nel 1968 con Gilberto Gil il tropicalismo e subendo, per questo, un arresto dall’allora regime. Seguì un esilio a Londra, con Gil stesso, fino al 1971. Tutto ciò, e molto di più, è raccontato nel suo libro Verità tropicale, che è un ottimo punto di partenza per chi volesse scoprire qualcosa di più – e di meglio – di un gigante di 8 milioni di chilometri quadrati che ebbi la fortuna di visitare per due volte. La prima fu a Salvador, nella sua Bahia.

Vidi dal vivo Caetano Veloso, quando vivevo a Roma. Un concerto gratuito in piazza del Popolo. Era ormai una star internazionale, reduce dalla toccante Cuccuruccuccù paloma cantata nel cameo in Parla con lei di Almodòvar. Di lui, mi rimasero il magnetismo e la capacità comunicativa.

Tropicalia, nel 1968, fu un manifesto psichedelico che fece breccia nell’opinione pubblica brasiliana. Ora, a 79 anni, Caetano Veloso non perde la sua verve e la forza di provocare con un sorriso e una voce che il tempo non ha scalfito. Il grande Caetano è, a suo modo, un ragazzo dei Fridays for future. Ed è, da sempre, uomo di parola e musica, coraggio e saggezza. Lui canta “non lascerò” e nemmeno noi lo lasceremo. Per fortuna, la genetica dovrebbe essere dalla sua parte: sua madre, la mitica Dona Canô, se ne è andata a 105 anni.

Matera, 17 ottobre 2014

Il 17 ottobre 2014 io ci ero.

A Matera, in piazza S.Giovanni, in mezzo alla folla di fronte a un palco e a un maxi schermo, ad aspettare il nome della città che si sarebbe aggiudicata il titolo di capitale europea della cultura per il 2019.

Vincemmo noi, a Matera, e il resto è storia.

Dico noi perché anch’io, pur non essendo materano né lucano, ho fatto la mia parte con orgoglio, mettendo volentieri a disposizione un po’ di tempo che avevo per un’esperienza collettiva di lavoro, dedizione e tensione all’obiettivo irripetibile.

Matera la incontrai per la prima volta nell’estate del 2010, regalandomi un viaggio lucano per i miei primi quarant’anni. Quando arrivai, scendendo per via Buozzi lungo il Sasso Caveoso, mi trovai davanti la gravina, compresi cosa provò Mel Gibson quando osservò lo stesso panorama e pensai di avere un legame con lei da chissà quanti eoni fa, che in quell’istante si manifestò concretamente.

Poi, scoprii che Matera era entrata nella lista delle sei città italiane candidate a capitale europea della cultura, ma soprattutto scoprii grazie a Twitter che esisteva un “web team” di volontari che avrebbero lavorato per spingere la candidatura sui social. Chiesi di farne parte e da lì cominciò una splendida avventura.

Scesi a Matera più volte, conobbi persone stupende impegnate in prima linea per raggiungere questo obiettivo, incontrai un Sud che si rimbocca le maniche e ce la fa, contro ogni stereotipo. La piccola, antica, sonnecchiosa Matera, che da essere “vergogna d’Italia” negli anni’ 50 si trasforma in principessa che folgora chiunque la incontri.

E il 17 ottobre 2014, quando sentimmo “Matera” uscire dalla bocca del ministro per la cultura, fu un delirio di popolo.

Da quel giorno, le attività non cessarono, anzi: iniziò tutto il lavoro per arrivare a Matera 2019 e che io, pur con tutti i limiti dovuti ai miei impegni e alla distanza, continuai a sostenere. In parallelo, si svilupparono come logico polemiche, gelosie, opportunità politiche, che osservavo da distante e che, in fondo, non mi riguardavano. Io ero un volontario del web team, vivevo e lavoravo a Milano e andavo per la mia strada.

Per paradosso, nell’anno da capitale in carica non andai mai a Matera: non ci riuscii, ma in fondo va bene così, fa parte del ruolo di chi lavora dietro le quinte.

Oggi, sette anni dopo quella proclamazione, posso soltanto continuare a essere felice di aver fatto parte di un team il cui motto era, ed è, “la differenza tra il dire e il fare, è il fare”.

Il lavoro di vagabondare

Stamattina ero in auto lungo un viale della periferia di Saronno e all’improvviso mi sono trovato di fronte a una lunga fila di auto. Da cittadino abituato alla velocità e alla frenesia, la prima reazione è stata quella di imprecare. Ma come, in coda pure di sabato alle 10 e mezza.

Poi, ho capito. E ho sorriso.

Dalla corsia opposta è arrivato un fiume di pecore, guidato da un pastore con a fianco un cavallo. La transumanza. Gli animali che terminano la loro discesa a valle, dove passeranno l’inverno.

Le pecore, ordinatissime e guidate dagli immancabili cani, in fila per otto o dieci senza minimamente scalfire nessuna auto. Una marea di ovini candidi, chiusa da un secondo pastore. Giovani, entrambi: con visi sani, che emanavano la libertà di ragazzi che continuano questo mestiere e guardano quasi con compassione noi inscatolati nelle nostre vetture.

Mi era già capitato di transitare in mezzo a un gregge di pecore, ma in montagna, oppure in qualche paesino rurale. Mai in una città di 40 mila abitanti a metà tra Milano e Como.

Eppure, la transumanza in Lombardia è un rito che si perpetua esattamente come in Abruzzo o in Basilicata o in Sardegna. Ma a Milano, dove pare che tutto accada e che se non ci sei non sai quello che ti perdi, ecco: a Milano ti perdi questo spettacolo.

La transumanza è patrimonio immateriale dell’Unesco dal 2019; è un lavoro fondamentale per chi alleva bestiame; è lo spostarsi per necessità, come purtroppo sta accadendo ora per molti migranti, trattati in modo disumano rispetto alle pecore.

Un bel libro fotografico sul tema è Remènch, transumanza in Lombardia di Carlo Meazza, che ha trascorso quasi due anni con i pastori di una decina di greggi durante i loro spostamenti. Remènch è la forma dialettale di ramingo ed è usata dai pastori col significato di vagabondare. Mai, però, senza una meta e senza uno scopo: anzi.

Che lavoro faticoso quanto fantastico, quello di vagabondare con le greggi. E prezioso. Soprattutto per noi in città, che facciamo i lavori del futuro di cui spesso ci vantiamo, ma che non sappiamo guardare cosa c’è dietro a una porzione di formaggio acquistata all’Esselunga.

Vuoto e pieno

Il silenzio elettorale è forse l’unico aspetto dei molti che compongono il gran circo delle elezioni che non è cambiato da quand’ero bambino, anche se oggi è davvero anacronistico, vivendo i politici – insieme a noi – ventiquattro ore al giorno sui social. Non sono, pertanto, uno che si scandalizza se non lo rispettano, semplicemente perché noi italiani, l’arte del silenzio, non riusciamo proprio a volerla praticare.

Il silenzio da noi non è riflessione, meditazione, immaginazione, ma è attendere il proprio turno per prendere la parola, se per caso si aspetta invece che – spesso – interrompere. Del silenzio noi abbiamo paura: siamo terrorizzati dai vuoti e ci affrettiamo a riempirli, spesso in malo modo. Oppure con maleducazione e totale disinteresse degli altri: prova ne è l’aumento ormai incontrollato delle chiamate in viva voce per strada o sui mezzi pubblici.

Eppure, anche il silenzio è comunicazione. Anche i vuoti sono necessari quanto i pieni. Un concetto che, in musica, mi fa subito pensare a James Blake, che a 23 anni appena pubblicò nel 2011 il suo primo bellissimo album, tra l’elettronica e l’ambient, in cui fa suonare anche i vuoti lasciando in sospeso chi ascolta, dalla cover di Limit to your love alla nenia avvolgente di The wilhelm scream.

Il silenzio, intanto, è ascolto; è saper mettere le giuste pause in un discorso; è capirsi anche senza parlare; è saggezza di non aggiungere altro per non acuire un conflitto. Se tutto ciò non è comunicazione, non so cosa sia.

Personalmente, non ho mai temuto il silenzio, né l’horror vacui, e cerco sempre più spazi ampi e quieti, che trovo ormai quasi soltanto nel mio rapporto con la montagna, una gran signora che pretende rispetto da chi la frequenta (e non sempre lo ottiene). Bisogna camminare un po’, ma ne vale la pena: più si sale, più si allontanano i rumori di fondo, quelli che si annidano nella nostra mente e sono più fastidiosi dei rumori reali. C’è chi crede di poterli coprire non chiudendo mai la bocca: nulla di più sbagliato.

Mark Hollis, lo zimbello saggio

Il 16 settembre del 1991, trent’anni fa, i Talk Talk diedero alle stampe il loro ultimo album Laughing stock, che passò quasi inosservato al grande pubblico che li conobbe e li venerò per It’s my life, Such a shame e altri successi degli anni’80, ma che è una pietra miliare del post rock e, anche, il culmine di un loro chiaro percorso evolutivo. Da lì, Mark Hollis proseguì da solo e, dopo una lunga pausa di sette anni, pubblicò il suo primo e unico album solista: essenziale, profondo e riservato quanto lui.

The laughing stock è il termine inglese per definire lo zimbello, cosa che Mark Hollis, per certi versi, è sempre stata nel panorama dello show business anni’80. Antidivo per eccellenza, bruttino e goffo in mezzo a una miriade di frontmen sexy e carismatici, da Simon Le Bon a Sting a Dave Gahan, oppure che cavalcavano la provocazione e il travestitismo, come Boy George. I Talk Talk di Mark Hollis furono anch’essi protagonisti di quell’ondata pop, ma da “zimbelli” e non a proprio agio tra lustrini e jet privati.

Mark Hollis, però, era uno zimbello per molti, ma un musicista con una sensibilità superiore e una voglia di esplorare territori che si collocavano oltre il pop, iniziando a far progredire i suoi Talk Talk verso queste dimensioni, a cui arrivarono con il quarto album Spirit of Eden, che provocò la rottura con la EMI, delusa per la mancanza di singoli abbastanza commerciali (fu per questa ragione modificata I believe in you, all’insaputa della band).

Eccoci così a trent’anni fa (che impressione, a scriverlo) con Laughing stock, lo zimbello che è preso in giro dalla maggioranza, ma che se ne frega e risponde con – cito le parole di Andrea Silenzi – “uno dei dischi più coraggiosi degli anni Novanta, fatto di ritmiche non lineari, di rumori, di inserti classici e di una astratta malinconia”. Anche nei testi, scarni e con una forte dimensione spirituale, da After the flood, con quel riferimento Lest we forget who lay (Per non dimenticare chi giace) a New grass, un viaggio verso l’eden fatto di un riff di chitarra e un groove di batteria che si propagano lungo il brano, per poi pian piano dissolversi.

Lo zimbello Mark Hollis, purtroppo, se ne è andato il 25 febbraio del 2019 a poco più di sessant’anni, anche se da molto tempo non si avevano più sue notizie. Dopo il suo album solista, pochissime e centellinate collaborazioni, preferendo il silenzio. Un comportamento che a noi italiani può far subito venire in mente quello di Lucio Battisti, ma in realtà i due percorsi non sono così paragonabili. Battisti continuò finché in salute a realizzare album e ad avere la musica come sua principale ragione di vita, senza promozione né dichiarazioni e con l’ossessione della privacy. Mark Hollis semplicemente si ritirò, dedicandosi ad altro: ciò che ha realizzato come musicista è quanto di meglio abbia potuto fare ed è ciò che ci lascia, senza che ci fosse bisogno di aggiungere alcunché. La sua è, ai miei occhi, una lezione di saggezza.

Il togliere invece dell’aggiungere: una saggezza, e una pace, che Mark Hollis ci regalò in una sua intervista del 1998 – forse l’ultima? – a una tv danese. Con molta tranquillità e lucidità, Hollis disse “Non posso immaginare di non suonare, ma non sento alcun bisogno di eseguire o registrare musica. Sono davvero molto felice di suonare una nota e di propagarla a diversi livelli di volume”. Concetto che reitera, sempre in quest’intervista, con la più nota delle sue dichiarazioni, ossia:

Before you play two notes, learn how to play one note, y’know. And that, it’s as simple as that really. And don’t play one note unless you’ve got a reason to play it

(Prima di suonare due note, impara a suonarne una: è così semplice. E non suonare una nota a meno che tu non abbia una ragione per farlo)

In memoria dello “zimbello” Mark Hollis e dei trent’anni di Laughing stock.

La mia generazione ha perso

Oltre 3,5 milioni di italiani che hanno più di cinquant’anni non hanno fatto neanche la prima dose del vaccino anti Covid. Lo indica il nuovo report settimanale del governo. Tra questi, la fascia più alta di chi non si vaccina è quella tra i 50 e i 59 anni, la più scettica. La mia.

Da cinquantunenne vaccinato due volte, favorevole al green pass anche nelle aziende e all’obbligo vaccinale, posso solo dire una cosa: la mia generazione ha perso. Non da oggi, peraltro.

La mia generazione non è stata protagonista di molti fatti di rilievo, anche per ragioni anagrafiche, giacché per esempio non ha potuto fare – o vivere – il ’68 o il ’77, né essere parte di fenomeni di costume globali come la Beatles mania, né assistere a eventi epocali come lo sbarco sulla Luna.

C’è stata la lunga voglia di leggerezza degli anni’80, terminati con la caduta del blocco sovietico, che ci ha probabilmente lasciato l’illusione di vivere in pace e in armonia, entusiasti dei grandi progetti di integrazione come l’Erasmus, nato nel 1987. Ma già nel 1990 iniziò la guerra del Golfo e nel 1991 quella nei Balcani, Europa.

C’è stato un discreto impegno sociale, collegato anche con la musica – pensiamo al Live Aid o al movimento per liberare Nelson Mandela – e ci sono state le prime importanti battaglie ambientaliste. Troppo poco, forse, per lasciare un vero segno.

Nel frattempo, la mia generazione è cresciuta, con un’educazione certamente più permissiva che in precedenza, con ancora la quasi certezza di un contratto a tempo indeterminato e senza ancora internet, che ha cambiato tutto e che la mia generazione, non essendo nativa digitale, non sa ben utilizzare.

Le persone nella mia fascia di età, anche scolarizzate, spesso sono quelle che più credono alle bufale su Facebook e le “fanno girare”, se non altro perché – a differenza dei millennial e della generazione z, che ovviamente molti cinquantenni disprezzano tout court – non hanno gli strumenti per smascherarle. Facebook è il social con l’età media più alta (no, non è così un bene), il più comune, il più semplice da utilizzare e quindi quello con la maggiore probabilità di trovare gente che in preda a deliri diffonde la qualunque, e ci crede. Ne ho pescati anch’io di esempi così, nella mia cerchia, con grande rammarico: nessuno che abbia meno di cinquant’anni. E ciò che mi disturba maggiormente è come persone con una vita, se non agiata, abbastanza comoda e mediamente acculturate possano sostenere le tesi campate per aria di Fiorellino72 o Pettirosso Viola rispetto a quelle di un Anthony Fauci.

Aggiungo che la mia è la generazione, tra quelle ancora in età lavorativa, che meno conosce l’inglese, perché non era ancora così necessario. Conoscere l’inglese non vuol dire usare, in modo improprio, call invece di chiamata per le riunioni su Teams, ma saper comprendere un articolo del Guardian – cosa che Fiorellino72 o Pettirosso Viola naturalmente non sanno fare – o provare ad ascoltare un minimo della tanta e importante musica che arriva da UK o USA, anziché limitarsi a Ligabue e a Sanremo.

La mia generazione è arrabbiata, in modo passivo aggressivo, con i giovani, con i vecchi, con lo Stato, con i giornali che “non ne parlano” (come se chi lo dice ne leggesse mai uno), con “il sistema” (cosa mai vorrà dire e in che modo si crede di non farne parte, chissà), con automobilisti, ciclisti e pedoni (a seconda delle occasioni), con gli stranieri come con i propri concittadini. In fine: è arrabbiata, in modo passivo aggressivo, con se stessa. Peggio ancora, ripiegata su se stessa.

Dopo i cinquant’anni si supera uno spartiacque e si entra nel secondo bacino della vita. Si fanno, o si dovrebbero fare, molti conti che magari non sempre tornano. Si fanno bilanci di carriera, importante elemento per una generazione tipicamente edonista. Ci si accorge che si ha sempre meno tempo per fare un ulteriore, ennesimo, salto in avanti e che, di contro, non si è ancora abbastanza vecchi per ritirarsi a vita privata. Oppure, che perdere un lavoro a quest’età significa tanta difficoltà a trovarne un altro.

Forse, la mia generazione è la prima a non avere i sufficienti anticorpi per fronteggiare queste e altre cose, o comunque a non sapere affrontare il superamento dello spartiacque in modo non scomposto, preferendo inseguire il mito dell’eterna giovinezza, che consiste di solito nel buttarsi a capofitto in palestra e nel vestirsi con abiti che indossa chi è nato nel 2001.

Certo, non tutti siamo così. Certo, ci sono degli “splendidi – e splendide – cinquantenni”, parafrasando lo splendido quarantenne Nanni Moretti in Caro diario. La situazione generale, però, è preoccupante e l’errore da evitare è pensare di esserne fuori.

Rimedi? Per cominciare, seguire cosa pensa e cosa fa la generazione z. Giusto per tornare sul tema Covid, i ventenni stanno andando a vaccinarsi in massa e molti adulti, quelli che dovrebbero recitare la parte dei saggi, dicono che lo fanno perché costretti, così col green pass possono continuare a stare in compagnia. A parte venirmi da replicare “e quindi?”, io dico che, magari, aver vissuto un lockdown a vent’anni è diverso che averlo vissuto a cinquanta. Ma la mia generazione ha perso anche perché, spesso, ha la memoria corta.

Il muro di Mathias

Il 13 agosto 1961, sessant’anni fa, iniziò la costruzione del muro di Berlino, che cadde 28 anni dopo.

Nell’estate del 1990 andai in Irlanda facendo il mio primo e unico Interrail. Un pomeriggio, non ricordo dove, arrivammo in un nuovo ostello per stare una notte o un paio. Entrammo nella camerata per cercare i nostri letti e vedemmo un capannello di ragazzi come noi che ascoltava un racconto di qualcuno.

Ci avvicinammo.

Quel qualcuno si chiamava Mathias ed era un berlinese dell’est, al suo primo viaggio all’estero dopo la caduta del muro.

Mathias parlava, tanto, con quella voglia di comunicare al mondo cosa accadeva prima e cosa stava accadendo dopo. E il mondo lo ascoltava.

Eravamo lì, da tante nazioni – Italia, Spagna, Gran Bretagna, USA e chissà quante altre – ad ascoltare Mathias, convinti che nessun altro muro, visibile o invisibile, potesse continuare a proliferare, come invece è accaduto.

Eppure, non ci siamo estinti dopo quei giorni: ci siamo ancora, sebbene adulti e imborghesiti. E, soprattutto, quel momento che cambiò la geopolitica mondiale lo abbiamo vissuto nel pieno della nostra gioventù e nessuno potrà mai togliercelo.