Venezia – Istanbul

Venezia mi ricorda istintivamente Istanbul.
Stessi palazzi addosso al mare,
rossi tramonti che si perdono nel nulla.

Così inizia Venezia-Istanbul di Franco Battiato e così è Istanbul, che vive il mare che la taglia in due – su due continenti diversi – e che puoi attraversare in battello in pochi minuti sentendoti stupidamente unico.
I suoi palazzi addosso al mare sono stupefacenti, come il Dolmabahce, che abbiamo visitato, dove è conservato il letto di morte di Ataturk.
I suoi tramonti sui quartieri più antichi e sulle moschee sono rossi e si perdono nel nulla. E tu, piccolo occidentale, rimani lì a bocca aperta come se osservassi un miraggio.

Istanbul però, a differenza di Venezia, vive la strada e la vive a qualsiasi ora del giorno e della notte.
Una megalopoli di 16 milioni di abitanti che si riversano tra vie dello struscio, caffè, pasticcerie, parchi, piazze (su tutte, naturalmente Taksim), porti e battelli, tram e metropolitana – che funzionano e bene, il Gran Bazar, le moschee.
Un incrocio che non si ferma mai, una danza caotica con un suo ordine, un crogiuolo di forme e stili e modi di vivere, che passano in un secondo dal velo alla minigonna (ringraziamo, sempre, il padre della nazione Ataturk per questi e altri aspetti).
E anche lungo i tre chilometri di passeggio della via Istiklal, il cui selciato è ogni giorno calpestato da milioni di persone, puoi deviare per una via traversa e ritrovarti in un cortile silenzioso con un paio di caffè, sederti, aspettare che qualcuno degli innumerevoli gatti venga a strusciarsi su di te e sentirti per un attimo come Orham Pamuk.

Istanbul è Venezia, è Ravenna, è Roma, è Atene, ma è soprattutto Istanbul.
Impegnativa, sfidante, fascinosa, misteriosa, rumorosa, grandiosa e potrei andare avanti per ore.
Va vista, una volta nella vita.
Anche per poter poi dire – parafrasando il famoso detto su Venezia – che “Istanbul è bella, ma non ci vivrei”.

Uomini e uomini

Lunedì 22 gennaio 2024 è stata la giornata di due uomini agli antipodi.

In serata è morto Gigi Riva, dopo un malore che pareva risolversi, ma purtroppo così non è stato. Ci lascia un campione e un simbolo, “sardo per scelta” – come ha scritto Alberto Infèlise – e sardo fino alla morte, in un ospedale di Cagliari. Dal lago Maggiore dove nacque all’isola che lo adottò e a cui lui fu sempre grato. Nella foto di questo post che gli ha dedicato L’Unione Sarda c’è tutto Gigi Riva e tutto l’orgoglio di un popolo che lui ha rappresentato fino alla fine.

Poche ore prima, è di nuovo salito alle cronache il sindaco di Terni Stefano Bandecchi, che intervenendo in aula su un emendamento contro la violenza di genere, ha ben pensato di offendere non soltanto le donne, ma chiunque dotato di un minimo di intelletto, con parole volgari e sessiste che manco nei film di Pierino degli anni ’70. Non pubblico il video, non è necessario. Lo abbiamo visto e soprattutto sentito.

Di uomini come Gigi Riva ce ne sono pochi e da oggi ne manca un altro. Di uomini come Bandecchi ce ne sono troppi e non soltanto in ruoli pubblici.

“Io non starò mai zitta”

“Io non starò mai zitta. Non mi farete tacere. C’è bisogno di capire che i ‘mostri’ non nascono dall’oggi al domani. C’è una cultura che li protegge e li alimenta”.

Così la sorella di Giulia Cecchettin.

Questa è la settimana del 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne, che in Italia si apre con, l’ennesimo, femminicidio, a opera di un ragazzo che, secondo il padre, “amava Giulia.”

No. Non l’amava.

Ciò che realmente voleva era vietare a lei ciò che ancora in molti uomini vogliono vietare alle donne. Vivere.

Anche noi non dobbiamo stare zitti. E così faremo.

No time, no space

Impossibile scegliere un brano solo nel vastissimo, e spesso gigante, repertorio che Franco Battiato ci ha donato, ma mi sono ora reimbattuto in No time, no space, brano che condensa in tre minuti e mezzo tutto ciò che il maestro era e rimarrà.

No time, no space fa parte di Mondi lontanissimi, album del 1985 che contiene, tra le altre perle, la poesia in musica de L’animale, il cui testo contrappone ragione e istinto. Qui, invece, abbiamo il desiderio di andare oltre il tempo e lo spazio, in un brano serrato in cui ci sono tutti i riferimenti di Battiato: la storia “di civiltà sepolte”, la fisica, l’astronomia (“Seguimmo per istinto/le scie delle comete/come avanguardie/di un altro sistema solare”) e, naturalmente, il misticismo.

No time, no space ha una potenza sonora che parte dalle percussioni combinate a tastiere e batteria elettronica – siamo in pieni anni’80, ricordiamolo – e che poi si allarga con il respiro portato dall’orchestra di violini e dall’arpa, dirette dal fido Giusto Pio. In mezzo, un ritornello in inglese – espediente linguistico che spesso Battiato utilizzava – e un controcanto. No time, no space è una spremuta di Franco Battiato condensata in un brano.

Il video, che oggi dopo quasi quarant’anni può magari far sorridere, è anch’esso perfetto. Battiato che indossa le cuffie, scalzo e a gambe incrociate sui suoi amatissimi tappeti orientali; Giusto Pio e l’orchestra; immagini dei dervisci rotanti che danzano. Alla fine, Battiato si toglie le cuffie, si alza, indossa giacca e scarpe e cammina verso l’uscita, mentre i musicisti continuano a suonare. Un’immagine, chissà, forse liberamente ispirata a quella del video di The same old scene dei Roxy Music, di qualche anno prima, con Bryan Ferry che si alza dal pianoforte, spegne la sigaretta e se ne va, lasciando il resto della band a proseguire.

Nel video di No time, no space c’è però un’aggiunta finale e significativa, ossia Battiato che sale le scale e prima di uscire rimane per un momento fisso a osservare la scena che sta abbandonando. “Keep your feelings in memory”, canta nel ritornello. Conserva i tuoi sentimenti nel ricordo: io ora me ne vado, superando il concetto spazio – tempo. E vi lascio qui. E Battiato, dal maggio del 2021, ci ha lasciato qui, in preda a derive autoritarie, divisioni sempre più forti, odio e desiderio di uccidere.

Superare il tempo e lo spazio. Probabilmente, Battiato ci è riuscito. Noi non possiamo che continuare la nostra ricerca verso cosa un giorno diventeremo.

“Keep your feelings in memory
I love you, especially tonight.”

(Franco Battiato, No time, no space, 1985)

Il valore del togliere

Sono da qualche giorno positivo al covid. Esperienza per me nuova, per fortuna fatta con una quarta dose in corpo. Vaccinatevi, sempre, anche se ormai “è solo un’influenza” – e comunque, così non è.

Complici forse questi giorni di convalescenza e una stanchezza cronica da cui cerco di uscire, sto riconsiderando un po’ di cose qua e là, legate soprattutto al desiderio, se non alla necessità, di togliere invece che di aggiungere.

Togliere, per chi lavora con i testi propri e altrui, è difficile quanto necessario. Non sempre è possibile, ma provarci è salutare.

Togliere in generale pesi dalla propria vita.

Togliere per riuscire a guadagnare tempo, che ormai comincia a correre forte.

Togliere per selezionare. Chi l’ha detto che essere onnivori – in senso mentale, non culinario – sia indispensabile? Lo è, certamente, in un periodo della vita che ormai ho superato.
Oggi per me non ha senso interessarmi di tutto, né tutto può avere lo stesso senso. Preferisco reiterare ciò che mi piace e provare a scegliere tra il nuovo con criterio.

Togliere (e togliersi dal)la retorica di milioni di frammenti di conversazioni l’una di seguito all’altra.

Togliere la lunghezza spropositata di alcuni pensieri, scritti o peggio ancora letti, sui social. Bastano due righe, massimo tre, e poi si linka a un bel post come sto facendo io ora, lungo o corto che sia, che chi vuole leggerà, senza sorbirsi trenta righe di “editoriale” su LinkedIn o Facebook. Lo faccio per mia igiene mentale: non leggo ormai più affermazioni sui social superiori a poche righe, perché spesso sono fiere della vanità. Alla cui tentazione chiunque di noi cade. Però, appunto, basta.

Togliere la voglia di commentare o postare qualsiasi cosa sui social, per il punto di cui sopra.

Togliere per provare a continuare a far bene ciò che ancora si sa fare.

Togliere per non sprofondare in un continuo rumore di fondo.

Togliere per saper “osservare i tramonti e vederli cambiare in secondo imbrunire” come cantava Franco Battiato, maestro che sapeva realmente ridurre all’essenziale senza impoverire il contenuto, al contrario.

Togliere, infine, è un valore: per noi e anche per l’ambiente. Difficilissimo da praticare, se ad esempio non sei sopra il circolo polare artico e devi vivere, anche se fai un lavoro nel terziario, seguendo le ore di buio e di luce che si alternano con le stagioni. Qui invece ogni venerdì è ormai un black friday, che non è che uno dei molti fenomeni ormai svuotati di significato.

Perché togliere non vuol dire svuotare.

The border runs in the river

Ci sono luoghi che non si sarebbe mai pensato di raggiungere, se non per averli visti analizzando una carta geografica, guardando cosa vi si può trovare (sempre grazie, Google Maps), iniziando poi a cercare su You Tube video testimonianze e, infine, mettendosi l’obiettivo di arrivarci. Come Grense Jakobselv, all’estremo nord est della Norvegia, molto meno battuta per ovvie ragioni del mainstream Capo Nord, ma altrettanto fascinosa e, volendo, con anche un po’ di brivido.

Per percorrere la stradina lunga 45 chilometri che arriva a Grense Jakobselv bisogna partire da un luogo simbolo, soprattutto per chi come noi ama da sempre le storie di confine: la frontiera Norvegia – Russia a poca distanza da Kirkenes, una cittadina come tante dell’estremo nord norvegese, ma con le insegne delle strade anche in russo, con un monumento alla liberazione dal nazifascismo da parte dell’Armata Rossa e con una frontiera ora sorvegliata come durante la guerra fredda. Il piazzale da dove inizia la “terra di nessuno”, percorribile soltanto dalle (poche) auto che viaggiano nelle due direzioni, è il confine materiale della zona Schengen. Come noto, la Norvegia aderisce al trattato pur non essendo nella UE: infatti, forse qualcuno ricorderà che pochi anni fa carovane di migranti aprirono una via alternativa per arrivare in Occidente salendo lungo la Russia per entrare in area Schengen da Kirkenes, percorrendo migliaia di chilometri in condizioni proibitive. Alla frontiera trovavano persone che davano loro delle biciclette, perché quello spazio tra Russia e Norvegia non può essere attraversato a piedi. Alcuni a Kirkenes vi sono rimasti: li si incontra nelle poche vie del centro, dove tutto inneggia al sostegno all’Ucraina e non potrebbe essere altrimenti. Murmansk è a soli 220 chilometri da qui. Il checkpoint russo, come da copione, non si riesce a vedere a occhio nudo. L’intera zona di confine lambisce un lago immerso nei boschi. Il panorama è meraviglioso, quanto sorvegliato.

Si inizia l’avventura verso Grense Jakobselv, guidando lungo una strada che sale e scende tra acqua, montagne e qualche casetta tipica dall’inconfondibile profumo di legno. Ogni tanto si incrocia qualche auto in direzione opposta, anche una camionetta militare. Stiamo per arrivare in un punto molto particolare, ma per farlo occorrono almeno una trentina di chilometri in piena taiga. Finché appare un enorme cartello a sinistra di un piccolo parcheggio, che avverte che stiamo percorrendo una strada lungo il confine e indica, in norvegese, inglese e russo, tutto quanto non è possibile fare al di là, pena non si sa che cosa. Non troviamo però soldati norvegesi, che a volte presidiano queste aree avvisando, con molta cortesia, persone come noi un poco avventuriere e che cercano storie alla Paolo Rumiz.

Poco più avanti la strada diventa sterrata e pare davvero portare da nessuna parte. Ma non è così. Ancora qualche curva e lo sterrato costeggia quasi a pelo d’acqua un’ansa del fiume Jakobselva, che fino a quel momento quasi non si vedeva e che in quel punto non è più largo di un qualsiasi torrente. Ma in quel punto c’è un palo giallo con la punta nera che indica il territorio norvegese e di fronte, sulla sponda opposta, un palo a strisce rosse e verdi che indica il territorio russo. Il confine, come scritto sul cartello a fianco del palo norvegese, corre nel fiume. The border runs in the river. Di fronte a noi, davvero a pochi metri, la Russia, ma guai ad attraversare quel torrentello o anche soltanto a tirarci un sasso dentro. L’unico rumore è quello dell’acqua. Nessuno si vede, da nessuna delle due sponde, ma certamente qualcuno si diverte a guardare da una telecamera tutte le persone che si fermano, controllandone ogni movimento. Le vite degli altri. O meglio, un frammento di vita spesa in un luogo idilliaco quanto in potenza pericoloso.

La strada sterrata però non termina qui e noi proseguiamo con lei. Dopo qualche chilometro, lo spazio si apre sempre di più fino ad arrivare a una distesa di muschi e mirtilli rossi e, sullo sfondo, il mare di Barents, oceano artico, oggi calmo e blu come il nostro mediterraneo. Rocce lunari e sabbia fine tendente al grigio. Un paio di capanni, alcune auto e camper che, a ragione, passeranno qui qualche giornata. Una targa è russa. Le altre, svizzere e tedesche. E noi, arrivati a 3.600 chilometri da casa fino alla fine del mondo.

Camminiamo tra le rocce e la lunga spiaggia battuta da un vento non fastidioso. C’è il sole, fa anche caldo. Baciati dalla fortuna in un luogo che non dimenticheremo mai e che trasmette tutta la forza di una natura che continuiamo a voler distruggere e che qui, ancora, riesce ad avere la meglio.

Ci fermiamo lungo il piccolo molo protetto da massi. A sinistra, la costa norvegese. A destra sullo sfondo la Russia, dopo la foce del fiume dentro cui corre il confine. Su una cima è ben riconoscibile un osservatorio militare. Al centro di fronte a noi, l’infinito del mare che punta verso il polo nord.

È davvero difficile risalire in auto per lasciare un luogo dove tutto è eccezionale: le distanze, il clima, i confini, la natura. E dove, se di certo non è facile poter vivere, sarebbe però bellissimo poter morire.

Vivo aspettandoti

Il mio omaggio alla festa della Bruna di Matera, a cui assistei il 2 luglio 2015, scritto per l’allora blog Tatami a cura di Sergio Ragone e Daniel Romano. Lo ripropongo oggi, 2 luglio 2023, con la nostalgia unita all’orgoglio di aver frequentato per anni quella che sarebbe diventata capitale europea della cultura 2019 (ne ho scritto qui) e quella che è una delle città più strabilianti del mondo.

“Vivo aspettandoti”

2 luglio 2015

Amo e frequento Matera da anni, la supporto sui social per #Matera2019, ma non ero mai riuscito ad essere in città per la sua festa di cui tutti mi parlavano, che celebra la sua patrona, Maria Santissima della Bruna, ogni 2 luglio da 626 anni. Un misto di devozione, tradizione e pazzia, come riporta una delle tante magliette che indossano i materani durante il “giorno più lungo”, perché inizia all’alba con la messa in S. Francesco e la (prima) processione lungo la città per terminare a notte fonda.

Non parlerò dei dettagli della festa, che potete leggere ad esempio qui se non li conoscete. Parlerò della mia esperienza, perché nel mio percorso di “materanità” (seppure acquisita) non potevo mancare ancora l’appuntamento. E tenterò di spiegare perché un uomo del Nord, che pratica buddismo giapponese da 8 anni, che ama la solitudine e la riservatezza, può appassionarsi a una festa tipicamente del Sud, con una devozione del tutto cattolica, piena di folla che termina il suo percorso in piazza Vittorio Veneto assieme al carro ogni anno più ricco e decorato che, senza più la statua della Bruna deposta nella chiesa che la ospita lungo l’anno, viene assaltato dai più facinorosi per distruggerlo e portarsi a casa un pezzo in segno benaugurante. Vi assicuro che, amando questa città che tanto mi dà e a cui io cerco di dare qualcosa, è possibile: ed è bellissimo.

Ho voluto cominciare dall’inizio, svegliandomi prima dei galli per essere pronto a seguire l’avvio. Ne valeva la pena, già soltanto per passeggiare all’alba nel Sasso Caveoso, senza un rumore né una qualsiasi presenza. E poi, man mano che mi avvicinavo a dove tutto comincia, il brusio aumentava. I bar di via Ridola già aperti per chi come me non era riuscito a fare colazione così presto. Piazza S. Francesco piena di devoti, di turisti, di tutti coloro che “vivono aspettando” il 2 luglio, perché questo è: a Matera si vive aspettando la Bruna, tant’è che in molti considerano la sera del primo luglio, con un sentimento leopardiano, il momento più bello.

La Bruna 2015 è stata la prima dopo la nomina di Matera a capitale europea della cultura e lo si è percepito. Non si è badato a spese con delle luminarie strabilianti. Il percorso della processione è tornato nei Sassi, che è uno dei luoghi più mistici che io conosca: che si sia cattolici, buddisti, atei o quant’altro, soltanto chi non ha nemmeno un briciolo di sensibilità non può percepirlo. E camminare seguendo la scia di persone che scende verso S. Pietro Caveoso con la chiesa dell’Idris a dominare la scena è un’emozione forte. Ma la Bruna è anche follia ed esplosività: ed ecco quindi che la processione ogni tanto si ferma e sono lanciati dei mortaretti come a svegliare la città che dorme e non è in cammino. Fumo, folla, preghiere, cori, in un sole cocente che abbronza la seconda città più antica al mondo.

La mattinata è lunghissima e va dalla vestizione del Generale, che condurrà tutto il reggimento di cavalli che accompagnano la festa, al cammino della statua della Bruna verso la chiesa di Piccianello, che la ospiterà fino al tardo pomeriggio per poi far ritorno in centro. Sono ore di marcia, di pause, di attese. La Madonna, accompagnata da fieri cocchieri, troneggia con la sua parrucca rigogliosa di boccoli ed è per quella giornata più fotografata della Gioconda. Ho visto almeno tre bande musicali che si sono alternate in questa liturgia. Ho visto signore vestite di tutto punto e vecchiette emozionate quando la banda, come cantava Mina, passò. Ho visto tutto l’orgoglio di una città che è sempre stata unica, ben prima di essere protagonista nei media. Una città che fu la prima nel Sud a insorgere contro il nazifascismo. Una città che si vendicò dei soprusi del suo signore, il conte Tramontano, di cui rimane un castello incompiuto e che – secondo la leggenda – promise ai materani che avrebbe fatto realizzare ogni anno un carro più bello per la Bruna e i materani, non fidandosi, decisero di distruggerlo alla fine della festa per obbligarlo a mantenere la promessa.

Ecco: lo “strazzo” (strappo) del carro è questo e molto di più. È qualcosa che probabilmente se non si è nati a Matera non si può capire fino in fondo, come il Palio di Siena che – guarda caso –  si corre il 2 luglio. Le similitudini sono molte: ci sono immagini sacre, ci sono i cavalli, c’è una lunga disputa su quando il carro, finalmente, percorrerà il Corso a discreta velocità per poi essere assaltato in piazza. In quei pochi minuti tutto è concesso e se si è nel posto sbagliato spintoni e qualche screzio sono assicurati. Chi assalta il carro fa di tutto per portarsi via uno dei pezzi che lo compongono, seguito con urla di gioia da una piazza stracolma. Sono cinque minuti di adrenalina pura e di istinti primordiali.

Poi, come in un cambio di scena rapido quasi quanto un cambio d’abito di Arturo Brachetti, il centro di Matera torna come tutte le sere d’estate e non solo: affollato, ma gioioso, con le passeggiate lungo via Ridola, un buon bicchiere di vino nelle tante osterie aperte in questi anni, gli spettacoli di funamboli vicino a Palazzo Lanfranchi, un saluto a un amico che si incontra in giro. Ed io posso ritornare l’uomo del Nord, che pratica buddismo giapponese da 8 anni, che ama la solitudine e la riservatezza, fino al prossimo 2 luglio: ché, ormai, anch’io vivo aspettandolo.

Il belvedere decaduto

L’hotel Belvedere è una delle immagini simbolo del cinema – e non soltanto – da Goldfinger in poi, quando Sean Connery girò una scena del suo James Bond tra l’albergo e il passo della Furka. Svizzera profonda, confine tra cantone Uri e Vallese, una delle strade panoramiche più belle d’Europa e che tocca questo albergo che pare sospeso in mezzo a un tornante e con la vista sul ghiacciaio del Rodano, o meglio su ciò che ne rimane.

La foto dell’hotel Belvedere è su migliaia di pagine Instagram, compresa ora anche la mia, ed è anche la copertina del libro Accidentally Wes Anderson, idea geniale di raccolta di fotografie di paesaggi che potrebbero far parte di un film del regista.

Arrivarci, guidando lungo quei tornanti in piene Alpi, è un’emozione. Poi, però, ci si guarda intorno e si capiscono cose che non sono chiare guardando soltanto una foto .

L’hotel è chiuso da anni e in chiaro stato di abbandono. Esattamente come il ghiacciaio da cui nasce uno dei fiumi più importanti dell’Europa occidentale. A fianco, un parcheggio che nei fine settimana si riempie di auto, moto e autobus, venuti qui – come me – per osservare una meraviglia decaduta.

Le immagini, a volte, mentono. Basta attendere, con pazienza, che nessuno transiti et voilà, hai lo scatto della giornata. Ma quando cerchi dove possa essere il ghiacciaio da cui il belvedere prende il nome non lo trovi, vittima del cambiamento climatico, motivo per il quale anche l’hotel è stato chiuso, non essendo più il punto da cui osservare dalla propria finestra lo spettacolo di una lingua di ghiaccio. Ciò che rimane è un luogo di una indiscutibile bellezza, anche un po’ sinistra, certamente in sofferenza.

Gli svizzeri utilizzano il sistema dei referendum in modo frequente, chiamando a esprimersi le persone dei vari cantoni su molte tematiche e non per sfide muscolari – spesso perse – come accade da noi da almeno trent’anni. E così, recentemente hanno votato sì al referendum per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, promosso da scienziati e ambientalisti proprio per salvare i ghiacciai iconici della Svizzera, che si stanno riducendo drasticamente anno dopo anno. Chissà se basterà.

Sarà per te

Ci sono giornate in cui la cattiva sorte fa morire lo stesso giorno due persone totalmente opposte. Io voglio parlare per poche righe della seconda, che anche stavolta è stata oscurata, dall’inevitabile ingombro della prima.

Francesco Nuti, purtroppo, era morto da parecchio tempo, anche se chi gli è stato vicino ha detto che non è mai stato dimenticato. Non è così. Ce ne siamo, a torto o a ragione, dimenticati da anni, da prima ancora della sua caduta dalle scale che lo rese praticamente immobile. “Chi tace, sta zitto” è una delle sue battute più celebri. E lui, dopo l’incidente, zitto lo diventò.

Francesco Nuti arrivò piano piano sugli schermi di tv ancora per poco in bianco e nero e conquistò il paese con quella comicità stralunata, con quella faccia da simpatica canaglia, con quella fossetta sul mento virile quanto romantica. E lui romantico lo era, quanto disperato, “come una promessa che non si avvera”: questo il titolo del bell’articolo che Alberto Infèlise gli ha dedicato su La Stampa.

Nel pezzo, Alberto scrive: “Francesco ha provato quella via terza, diversa dagli altri autori della sua generazione, che comprendeva un romanticismo sensuale e divertito, intenso, che poteva convivere (e anzi ne diventava sostegno) con la commedia figlia di Monicelli e Risi, ma virata in chiave contemporanea.” Che ha voluto dire film che resteranno per sempre come Io, Chiara e lo Scuro o Caruso Pascoski. Che ha voluto dire anche aver stupito il pubblico partecipando a Sanremo con quella Sarà per te che tutto era, fuorché un brano comico come ci si attendeva da lui. Mina, che sa sempre guardare oltre le apparenze, lo comprese perfettamente e decise di interpretarla nel suo Uiallalla.

Dopodiché, invece, arrivò il flop di OcchioPinocchio, seguito da altri lavori di poco o medio successo e dalla forse inevitabile depressione.

Francesco Nuti è stato un Re Mida in salsa toscana, poi fulminato da una serie di insuccessi. Troppo forti entrambi gli stadi, per un uomo di quel carattere e di quella personalità. Ed ecco un lungo, lunghissimo, periodo d’ombra, nonostante l’indomita forza del fratello e degli amici. A parte loro, il resto dell’Italia ormai lo aveva archiviato: anche con dolore, ma con altrettanta rassegnazione.

Nessuno è escluso dagli effetti di una parabola che, senza preavviso, può diventare discendente e travolgerti se non trovi in te gli antidoti. Così è andata e non dobbiamo giudicare, ma soltanto provare gratitudine per quanto un artista come Francesco Nuti ci ha dato.

L’ultima notte del mondo

“Che cosa faresti se sapessi che questa è l’ultima notte del mondo?”
“Che cosa farei? Dici sul serio?”
“Sì, sul serio.”
“Non so. Non ci ho pensato.”

Comincia con questo botta e risposta L’ultima notte del mondo, uno dei racconti che fanno parte de L’uomo illustrato di Ray Bradbury, maestro della fantascienza. Un dialogo tra una coppia di coniugi sulla percezione che il mondo finirà quella sera stessa. Ciononostante, entrambi proseguono nelle loro azioni abituali fino al termine del racconto, quando lei scende dal letto per andare a controllare l’acqua nel lavello.

Anche questi altri due passaggi, fra gli altri, risvegliano la mia attenzione.

Il primo:

“Meritiamo tutto ciò?”
“Non è questione di meritarlo o no; è che le cose non sono state calcolate.”

Il secondo:  

“Ho sempre pensato che la gente sarebbe andata in giro urlando per le strade, in una circostanza simile.”
“Non credo. Non si urla, quando si è di fronte alla fine autentica.”

Con un parallelismo forse azzardato, forse no, potrebbe accaderci di attendere l’ultima notte prima del 25 aprile e non poterlo più festeggiare, perché “le cose non sono state calcolate”, o non sono state seriamente prese in considerazione. Dopotutto, siamo ormai quasi tutti nati dopo la Liberazione e, spesso, non ci rendiamo conto di quanto abbiamo acquisito dal 25 aprile. Tutti, e tutte: anche, anzi soprattutto, chi continua a gettare benzina sul fuoco e vorrebbe che questa fosse l’ultima notte prima della fine della festa.

Non scordiamo chi siamo e da dove nasciamo. Nessuno escluso: la Liberazione è proprio il contrario di una festa divisiva.

Buon 25 aprile.