L’isola che c’è. Per chi la cerca

Hailuoto è un’isola che a molte persone dirà poco o nulla e che le stesse non saprebbero indicare su una mappa. Come me, fino a poche settimane fa, quando infine decidemmo di andarci un giorno partendo da Oulu, Finlandia.

Hailuoto è un’isola a 20 minuti di ferry – naturalmente gratuito, essendo in Finlandia – e adagiata sul golfo di Botnia, la parte più a nord del mar Baltico. Durante il lungo inverno è circondata dal ghiaccio, tanto che ci si può arrivare in motoslitta. A noi, però, in questa stagione ci ha accolto con una giornata dolcemente tiepida.

Ad Hailuoto vivono un migliaio di persone, alcune delle quali devono spostarsi per lavoro con il ferry ogni giorno. Si sta costruendo un ponte, che buona parte di loro però non vorrebbe nonostante la comodità, per non perdere il carattere isolano. In Finlandia, come è noto, silenzio e spazio sono una – per me, meravigliosa – costante. E lo sono ancor di più per chi vive in uno “splendido isolamento”.

Ad Hailuoto, percorrendola tutta in lunghezza per una ventina di chilometri, si arriva al faro di Marjaniemi, sotto il quale si scende a una spiaggia di sabbia umida e sassi quasi lunari. A fianco, il piccolo porto e un gruppetto di casette di legno tutte dipinte di rosso. Davanti a noi, la cornice di un mare calmo, quasi docile. Per fortuna, pochi camper e poche persone in generale. Il silenzio è impagabile, quanto la sensazione dell’infinito.

Ad Hailuoto, di fronte alla scuola elementare, c’è la cattedrale, tipicamente nordica con il tetto spiovente, ma soprattutto c’è qualcosa di inaspettato e che ci ha fatto sobbalzare.

Lungo la strada, parallelo al sentiero percorribile a piedi o in bici, si estende un cimitero completamente immerso nel bosco, separato dal sentiero soltanto da un basso muretto. File e file di tombe, nere oppure grigie, di persone che riposano in mezzo agli abeti e alle betulle. A metà tra Spoon River e Twin Peaks.
Ma non solo. All’inizio del cimitero spiccano, in una piccola radura, alcune file di panche, un altare, una croce, un leggìo. Tutto quanto intagliato in legno. Una chiesa all’aperto dentro il cimitero dentro il bosco. Probabilmente utilizzata per l’ultimo saluto alla persona defunta prima di essere seppellita.

Ad Hailuoto nessuno, a parer mio, potrebbe rimanere indifferente davanti a immagini intrise di misticismo come questa. Non ha alcuna importanza il credere – in qualsiasi forma – o meno.
Sono immagini che, infine, si inseriscono perfettamente nella storia di un paese proiettato verso il futuro, ma ricco di saghe e tradizioni popolari. Tra l’hi-tech e il Kalevala.

Ad Hailuoto non c’è problema di overtourism, ma c’è soltanto da riempirsi gli occhi. Sperando di poterci tornare ancora.

Adriatico, Italia

A giugno ero a Pescara per girare un reportage di lavoro. Andarci in treno, come abbiamo fatto, è sempre bello perché da Rimini in poi si viaggia spesso in riva al mare, già con le prime persone al bagno per l’inizio di stagione. In certi tratti ti sembra quasi di poterle toccare, tanto il treno corre accanto a porzioni di spiaggia. Oppure, immagini chi si sta preparando per una battuta di pesca dentro i capanni sull’acqua che appaiono mentre si sta arrivando ad Ancona.

A fine riprese, è successo un episodio nato come semplice pour parler, ma che mi ha riportato a tempi passati.
Mentre aspettiamo un taxi per andare a fare altre riprese lungomare, un collega che avevamo filmato poche ore prima mi dice che per lui “la dorsale Adriatica è un po’ come fosse l’Italia”.
Ne rimango colpito. Anzitutto, perché è vero.

L’Italia – purtroppo, per certi versi – è lunga e stretta e attraversarla percorrendo l’Adriatico o il Tirreno è un’esperienza che ti fa capire la sua diversità man mano che i chilometri aumentano, in un senso di marcia o nell’altro.
Ma attraversare, davvero, l’Italia lungo la dorsale Adriatica come facevo io da ragazzino per andare da Torino, estremo nord ovest, fino a Otranto, il tacco dello Stivale, per tutti gli anni’80, è qualcosa che avevo riposto in un angolo del mio cervello e che il mio collega ha fatto riaffiorare.

I primi anni andavamo in auto, tagliando l’enorme pianura a fianco della via Emilia, tra stabilimenti di ceramiche, odore di mangime per maiali e autogrill dove potevi trovare improvvisati venditori di orologi d’oro rubati in Svizzera.
Passata la Romagna, iniziavano le colline marchigiane e tratti di strada più in altura. E lungo tutto il percorso, da Rimini fino a Bari, le file di oleandri bianchi e rosa accanto al guard-rail, che resistevano a velocità delle auto, gas di scarico, vento di scirocco. Un serpentone floreale di centinaia di chilometri.
Verso il tramonto si superava il confine tra Molise e Puglia, sfrecciando in mezzo a una piana che a me pareva il deserto, per giungere a Foggia e sostarci per dormire. Faceva sempre un gran caldo: era passato da poco ferragosto e i locali non erano ancora così climatizzati, ma si andava di ventilatori o pale. Ricordo una pizzeria rumorosa, con al centro un televisore ancora in bianco e nero che radunava un gruppo di fan a guardare un varietà sulla Rai, come fossero ancora i tempi di Lascia e raddoppia.
Anche al ritorno ci fermavamo a dormire, a Rimini. Era metà settembre, la stagione era terminata e andavamo alla ricerca di qualche pensione ancora aperta. Odore di ragù troppo cotto e di materassi ormai al capolinea. La mattina del 15 settembre 1982, mentre ci sedemmo per fare colazione, arrivò la signora della pensione a dirci: “È morta Grace di Monaco.”

Qualche anno dopo, iniziammo invece ad andare in treno, con l’auto al seguito, il che significava andare in stazione a Torino parecchio tempo prima della partenza per caricare l’auto sui vagoni, sperando di ritrovarla intera la mattina dopo. Il viaggio era notturno, in cuccette da sei posti, su treni che oggi non esistono più e che ho ritrovato, molti anni dopo, quando viaggiavo sull’Euronight Venezia – Budapest per andare a Zagabria (ne ho scritto qui).
Quando, finalmente, lo scompartimento decideva che fosse terminato il momento delle chiacchiere – che, già da ragazzino, non amavo – e che ci si coricasse in branda, si provava a dormire nonostante i rumori di un Intercity, le fermate notturne e il provare a guardare dal finestrino dove fossimo. Ciò che ricordo bene è lo svegliarsi la mattina presto, verso le sei, con le luci dell’alba e le onde del mare di fronte a te, come stesse per entrarti nello scompartimento. Si era già oltre Pescara e si correva, per modo di dire, verso Vasto per poi osservare all’orizzonte il borgo antico di Termoli.
Il treno terminava a Bari. O meglio: per le auto al seguito, bisognava scendere alla stazione di Bari Parco Sud e attendere, a volte ore, in mezzo al nulla, per poi finalmente vedere arrivare, sbuffando, i vagoni con le auto che avrebbero di nuovo toccato terra per proseguire un viaggio che sarebbe durato, ancora, almeno un paio d’ore, percorrendo quella che all’epoca era una statale stretta e pericolosa, ma che attraversava case bianche senza tetto, uliveti meravigliosi e una terra rossa, come quella dei campi da tennis, che non avevo mai visto prima e che ancora oggi rimane una mia madeleine.

Da Torino a Otranto era, ed è, davvero l’Italia, in un continuum tra due punti tanto diversi quanto ugualmente italiani. Otranto, così all’estremo lembo orientale, così levantina, così proiettata verso la riva opposta dell’Adriatico, aveva, e ha, tutto il mio interesse. Oltre a essere stata la vacanza della mia adolescenza e non solo, perché ci sono poi, più volte, ritornato, anche se appunto in altri tempi e con mezzi di trasporto ben più comodi.
Probabilmente, come spesso accade, se ci tornassi ora ne rimarrei (magari soltanto in parte) deluso. Ma va bene così. Tornando indietro nel tempo, sono stato felice di aver scoperto la sera della prova generale della notte della Taranta a Melpignano, ignorando cosa fosse, ben prima che diventasse un fenomeno di costume. Sono stato felice di aver perlustrato quei chilometri di costa e di dune ben prima dell’avvento degli stabilimenti di massa e dei parcheggi a pagamento. In sostanza, sono stato felice di aver scoperto, a undici anni, il punto estremo di un viaggio che spiega, bene, molti aspetti del nostro Paese.
Adriatico, Italia.

Post scriptum.
Tre brani dei primi anni’80 tra i vari che potevo scegliere:

Culture Club, Miss me blind
Franco Battiato, Summer on a solitary beach
a-ha, The sun always shines on tv

“Me at the zoo”. Vent’anni di YouTube partendo dal muro di Berlino

Il 23 aprile 2005, vent’anni fa, il cofondatore di YouTube Jawed Karim pubblicò il primo video sulla piattaforma che rivoluzionò la creazione e la fruizione di contenuti online.

Il video, intitolato semplicemente Me at the zoo, è un filmato di 19 secondi girato da un amico di Karim, che lo riprende con alle spalle due elefanti dello zoo di San Diego, California. Un banalissimo video che dà il la a un qualcosa che in poco tempo sarebbe diventato un colosso.

Chiunque usa YouTube, se non da creator almeno per fruirne. Per dire, io – over 50 cresciuto con vinili, poi cd, poi iPod e così via, ascolto la tanta musica che mi piace ormai soltanto sul “tubo”. E sul canale YouTube della internet company per cui lavoro, pubblichiamo i video che realizziamo, ad esempio, per i nostri TG mensili o per i reportage nelle web agency, lanciandoli anche da LinkedIn.

YouTube, però, è anche un’esemplare storia di immigrazione.

Tre dei due fondatori, peraltro ex dipendenti di un’altra “cosuccia” che si chiama PayPal e che lasciarono per intraprendere l’avventura di YouTube, non sono di origine americana.

Steve Chen è nato a Taipei, Taiwan, ed emigrò in USA con la famiglia nel 1993, a 15 anni, dove studiò e incontrò all’università dell’Illinois Jawed Karim, nato addirittura in Germania Est da padre bengalese e madre tedesca. Karim, mamma e papà attraversarono il muro di Berlino ed entrarono in Germania Ovest nel 1981, per poi trasferirsi in USA nel 1992.

Per chi, come me, aveva 19 anni quando il muro di Berlino crollò ed ebbe la fortuna di vivere da giovane quel momento storico mondiale irripetibile, la storia di Karim significa molto. Soprattutto in un momento in cui, invece, muri e barriere stanno tornando con prepotenza. Senza comprendere che non si possono sigillare né separare le persone e la loro creatività.

YouTube da vent’anni fa esattamente l’opposto di ciò che fa un muro: invece di dividere, unisce, collegando mondi tra di loro distanti soltanto fisicamente. Proprio ciò che la famiglia di Jawed Karim ebbe il coraggio di fare, sfidando una barriera in apparenza impenetrabile.

Internazionale

“La piattaforma di Elon Musk non è più un luogo di confronto e di circolazione delle informazioni in cui ha senso rimanere. È arrivato il momento di lasciare gli spazi diventati inospitali.”

Sono le parole che chiudono l’articolo del direttore di Internazionale Giovanni De Mauro, con l’annuncio dell’auto sospensione da X del settimanale a partire dal 23 gennaio.

Internazionale è, dalla sua fondazione nel 1993, il “giornale dei giornali” che da più di vent’anni seleziona ogni settimana contributi da tutti i giornali del mondo.

Collaborano inoltre con Internazionale ottime firme – compreso un mio “vecchio” compagno di redazione in una mia precedente esperienza e grande esperto di Cina – e ottimi vignettisti.

Internazionale organizza da anni un festival a Ferrara, che durante quelle giornate si trasforma nella redazione più grande del mondo.

Perché Internazionale è una finestra sul mondo: quel mondo che la disinformazione capeggiata da Elon Musk vuole distruggere.

Internazionale è il primo giornale in Italia a sospendere l’account X. Lo hanno già fatto testate della fama e del prestigio di Le Monde, Libération, The Guardian e La Vanguardia. Chissà se qualche quotidiano italiano si aggiungerà, anche se – lo dico con una punta di tristezza – da noi non esiste una realtà paragonabile a Libé o al Guardian. Ma esistono spazi come Internazionale che continuano, naturalmente, a pubblicare e a essere presenti su altri social.

La scelta di Internazionale mi fa riflettere. In primis, sulla stessa mia presenza in X, social che quando si chiamava Twitter e non aveva questo lugubre aspetto nero – presagio infallibile – ho nutrito per anni e mi ha nutrito altrettanto, riuscendo a condividere notizie importanti e a interagire con personaggi, soprattutto del giornalismo – che è ciò che a me, fuori dal lavoro, interessa – che ho avuto il piacere di conoscere anche personalmente. Ora, ci vado sempre di meno. Sbagliando, forse: ma così è.

La scelta di Internazionale è ovviamente opinabile e può prestare il fianco a chi rimane su X perché pensa, legittimamente, che se ce ne andiamo “hanno vinto loro”. Il punto, però, è che loro già hanno vinto. Anche palesemente, con le ultime elezioni americane.

E Internazionale, come le testate estere più celebri sopracitate e altre ancora, ritiene – giustamente – che X sia ormai luogo di disinformazione, che è “il mattone fondativo della struttura di questa nuova dittatura che ha il volto del progresso, in quest’era digitale”, come detto da Djarah Kan in un passaggio di un suo discorso citato dall’articolo di De Mauro.

Pertanto, Internazionale non intende continuare a foraggiare il megafono di un Trump che in nemmeno una settimana dal suo insediamento ha fatto vedere ampiamente il modello di mondo che vuole. Un mondo che io, a quasi 55 anni, pensavo di non vedere in vita mia e che rimanesse soltanto nei racconti di guerra di padri e nonni. Che questo mondo sia sponsorizzato da un social media guidato da un paperone con idee che rasentano il nazismo, e che secondo qualcuno dovremmo comunque apprezzare come imprenditore per aver creato Tesla, non è accettabile.

E lunedì 27 gennaio è la giornata della memoria: ormai, sempre più corta. E in pieno revisionismo.

“Our president’s crazy,
did you hear what he said”
(Talking Heads, Making flippy floppy)

1984

“Per qualcuno, gli anni Ottanta sono iniziati con il 1984. Per qualcun altro, gli anni Ottanta sono precipitati dopo il 1984. Per altri ancora, il 1984 racchiude tutti gli Ottanta in un solo anno.” Così l’incipit dello speciale diviso in tre parti che Andrea Laurenza scrisse su Rockol all’inizio del 2024, per celebrare i 40 anni dal 1984, l’anno “in cui finì il post-punk, nacque l’indie ed esplose il pop.” Ora siamo in chiusura di anniversario e, per salutare il quarantennale di un anno così significativo per la musica, ho giocato a scegliere dieci album che più lo rappresentano, quelli nell’immagine combo.

Non tutti mi piacciono così tanto, non è necessario. E soprattutto non tutti li seppi comprendere quando uscirono, perché nel 1984 avevo 14 anni e, per dire, non compresi appieno la grandezza di Prince, genio forse paragonabile soltanto a David Bowie, il quale purtroppo nel periodo attorno al 1984 sfornò i suoi dischi peggiori, per poi riprendersi con gli interessi anni dopo. Purple rain è “l’album” del 1984, su tutti. Sugli U2, che comunque con The unforgettable fire iniziano il cammino della svolta verso la concept band che abbiamo conosciuto negli anni’90. O su Springsteen, che con Born in the USA diventa un “caso” in patria e fuori. E così via.

Nella decina degli album in foto ci sono ben quattro, fantastici, esordi: l’inizio del pop sofisticato che strizza l’occhio al jazz e alla bossa con Diamond life di Sade e Eden di Everything but the girl. L’album potentissimo dei Run DMC, che nel 1984 portano la cultura hip hop alla prima grande consacrazione. Dulcis in fundo, il primo album degli Smiths e dell’irripetibile duo Morrissey – Marr.

E poi, ancora, il pop elettronico dei Depeche Mode che sfornano due pezzacci come People are people e Master and servant, e i Talk Talk di Mark Hollis (Rip) verso la transizione ai lavori rarefatti e intimisti degli anni successivi, ma che nel mentre piazzano It’s my life e Such a shame (io però scelgo Tomorrow started).

E nella decina degli album del 1984 ce n’è anche uno in italiano, anzi in genovese: Creuza de ma di Fabrizio De Andrè, che più che album nazionale di quell’anno, lo è almeno del decennio. Sono anni in cui esploderà anche la “world music”, da Peter Gabriel a Paul Simon, dall’Africa al Brasile, e il capolavoro in genovese di De Andrè ci entra di diritto.

Quel 1984 da cui sono passati quarant’anni contiene, naturalmente, molto di più. Tanto glamour, tanta dance, tanto gel nei capelli lunghi, mixati con la voglia di costruire e non più di distruggere, con un impegno sociale che sfociò nel Live Aid del 1985. L’aria stava cambiando, spingendosi sempre più verso la fine della guerra fredda: Walls come tumbling down, cantavano l’anno dopo gli Style Council, anche se per il crollo del muro di Berlino si sarebbe dovuto attendere fino al 1989.

Il 1984 è stato anche il romanzo omonimo scritto da George Orwell 35 anni prima: fantapolitica che, in fine, troppo fantasiosa non lo è stata. In quell’anno, dal libro è stato tratto il film, che andammo a vedere con la scuola, con l’ultima apparizione sugli schermi di Richard Burton e con la colonna sonora degli Eurythmics, altra grande band di quegli anni.

“Per chi l’ha visto e per chi non c’era” e per chi ha voglia di (ri)ascoltare tanti pezzi del 1984, ecco il link alla playlist Spotify sempre a cura di Andrea Laurenza.

Ci risentiamo nel 1985, pardon, nel 2025.

Confini

Da quasi dieci anni mancavo da Trieste, da quando andai ad aspettare e portare a casa chi è insieme a me. Ora ci sono tornato, dopo un breve viaggio in Slovenia del quale magari scriverò un’altra volta. Perché, ora che l’ho rivista e ci ho ricamminato, ho ripassato quanto Trieste sia stata per me importante e quanto io ami questa città di confini, sia superati che ancora presenti e – per chi ha passione per gli intrecci tra Est e Ovest – incredibilmente affascinanti.

Prima di andare a restituire l’auto a noleggio che da Trieste mi ha portato in Slovenia, sono voluto tornare sul mare dopo Muggia, lungo la strada che porta ad Ancarano (Ankaran, in sloveno). Ho posteggiato proprio dove c’è la vecchia dogana italiana ora abbandonata. Pochi passi a piedi e si arriva a un cippo sulla spiaggia, che indica la divisione tra Slovenia e Italia.

Quel luogo, un tempo, segnava un confine di non facile attraversamento, anzi. Un confine tra due mondi, l’ultimo avamposto della lunga cortina di ferro. Il passaggio dall’ex Yugoslavia a piazza Ponterosso, teatro del leggendario mercatino dove a Trieste, negli anni ’70 e ’80, ogni sabato arrivavano frotte di persone dall’Istria, da Fiume, dalla Dalmazia, ma anche dalle più lontane Serbia e Bosnia, per fare incetta di jeans Rifle e di caffè, sperando di non essere fermate dai doganieri al ritorno in patria. C’è il toccante documentario Trieste, Yugoslavia di Alessio Bozzer che lo descrive.

Quel luogo, ora, è un punto di una strada costiera lungo la quale attraversare il confine quando si vuole e anche a piedi o in bici, per una bellissima passeggiata e per osservare le navi al largo o i pescatori sui moli.

Quel luogo, un semplice e spoglio cippo lungo un tratto di mare come qualsiasi altro, è uno dei tasselli delle mie, nostre, storie di confine, che a Trieste (e a Gorizia, con il suo confine addirittura in città, un altro ex muro di Berlino) si intersecano e che oggi mi sono riapparse dal vivo.

Quel luogo è una parte di me, che amo i confini e ho sempre amato oltrepassarli.

Maree

Le maree sono un fenomeno naturale che amo. Non le puoi deturpare con l’intervento umano, ma le puoi soltanto prevedere. Non le puoi sfidare – o almeno, non è consigliabile farlo – ma le puoi soltanto attendere e ammirare. Come in Bretagna, dove grazie all’oceano e alla forma della Manica raggiungono la loro massima estensione.

Girare per i porticcioli di Erquy all’ora di pranzo o di Cancale al tramonto e fotografare scenari apocalittici, composti da barche ancorate sulla sabbia e inclinate di 45 gradi perché c’è bassa marea e l’acqua non arriva fino a lì, ma comparirà più tardi. Allo stesso modo, passeggiare lungo le stupende spiagge della costa di Granito rosa e “camminare sull’acqua” – come nel film di Eytan Fox – per un bagno nell’oceano che prima di arrivarti alle ginocchia ci vogliono centinaia di metri.

Quando invece c’è alta marea, l’acqua arriva di solito con grazia e gradualmente. Oppure, se sei a St-Malo, una delle cittadine più scenografiche ch’io abbia mai visto, nelle giornate di marea molto alta le onde si infrangono contro i bastioni, scatenando la curiosità di mezzo mondo che si dirige qui per fotografare il fenomeno.

Lo stupore di chiunque arriva in Bretagna o in Normandia è, come logico, la differenza del paesaggio nelle poche ore che separano la bassa marea da quella alta. Sempre a St-Malo, quando la marea è bassa puoi andare tranquillamente a piedi alle isolette di fronte alle mura. Una di queste, le Grand Bé, alla sua sommità ospita la tomba di René de Chateaubriand, il quale chiese e ottenne – non senza fatica – di essere sepolto lì, di fronte all’oceano, “per sentire nient’altro che il mare e il vento”. La ricchezza della semplicità.

E quando cammini verso quelle isole stai camminando su una sabbia umida e, in realtà, sei dentro il mare, che però in quel momento si è ritirato più avanti. E allora cammini in mezzo a vongole e altri tesori del mare attaccati alle rocce, e respiri l’odore intenso di alghe, e poi ti volti e vedi le mura di St-Malo e non puoi credere di essere dentro al mare che tornerà più tardi.

È necessario, ancora, meravigliarci per qualcosa di più grande di noi, che non possiamo sintetizzare in migliaia di reel o simulare al computer. La meraviglia delle maree in Bretagna è un esempio perfetto. Andateci e meravigliatevi.

Un leader che sa commuoversi

Ci sarebbe parecchio da dire – e parecchio è già stato detto – sui risultati delle elezioni europee.

Io però mi vorrei soffermare sull’uscita di scena del premier belga Alexander De Croo, sconfitto alle urne, che ha scelto di dimettersi annunciandolo ieri sera in diretta e, soprattutto, commuovendosi.

So davvero nulla di De Croo e so pochissimo del Belgio, a parte l’essenziale: essere uno dei paesi fondatori di una UE purtroppo sempre più in crisi, essere una delle locomotive d’Europa ed essere piccolo quanto la Lombardia, ma con al proprio interno un contrasto spinoso tra la maggioranza fiamminga e la minoranza francofona, aspetto quest’ultimo che rende il Belgio, nonostante tutto, uno dei paesi più complessi da governare.

De Croo ha fallito? Può darsi, ma ha agito come un (o una) leader del XXI secolo dovrebbe agire.

1-Si è dimesso: questo, a dir la verità, è un gesto consueto nelle democrazie nord europee, a differenza come noto di quelle mediterranee, soprattutto in Italia dove non si riesce manco a far dimettere gente indagata.

2-Si è assunto le proprie responsabilità.

3-Si è complimentato con chi ha vinto.

4-Ha aggiunto di voler fare di tutto per agevolare la transizione a chi gli succederà, per il bene del Belgio.

5-Si è commosso: non ha avuto paura di mostrarsi provato e colpito.

Di tutti i fatti sopra elencati, l’ultimo è ancora più significativo: raramente accade che un uomo di potere ceda alla commozione, ancora più raramente che a farlo sia un nordeuropeo. Con questo gesto, De Croo ha dimostrato passione e attaccamento alla propria missione, che non significa sia stata disattesa per la sua sconfitta alle urne.

Ai miei occhi non ha fallito, ma ha mostrato quel modello di leadership a cui tutte le teorie tendono, ma che ancora non è sviluppato. Ci arriveremo.

Buon lavoro, Alexander De Croo.

11 metri

Il 30 maggio 1994, trent’anni fa, Agostino Di Bartolomei si tolse la vita con un colpo d’arma da fuoco.

Trent’anni sono un’era nel mondo odierno – nel 1994, per esempio, non c’era ancora il boom di internet e i telefonini servivano soltanto per chiamare – e nel mondo del calcio, allora ancora dotato di alcuni eroi romantici come Di Bartolomei. Un uomo schivo e taciturno – memorabili le sue interviste a bocca quasi chiusa – quanto autorevole in campo. Lieve e quasi invisibile fuori dalle partite quanto forte e potente, come il suo tiro, in partita.

Finché il 30 maggio 1994, a dieci anni esatti dalla finale di coppa dei campioni persa dalla sua Roma, in casa, contro il Liverpool, Di Bartolomei decise di suicidarsi nella sua villa in provincia di Salerno.

Poco prima di quel gesto aveva salutato suo figlio Luca, autore del libro Dritto al cuore e da anni impegnato in prima persona nella cultura del disarmo. Perché, come dice sempre e a ragione, “se c’è un’arma, prima o poi sparerà”.

Mai giudicherò una scelta così estrema di un individuo.

Posso dire soltanto che di leader come Di Bartolomei oggi ne mancano e ne servirebbero, in ogni campo.

Per chi vuole ricordarlo e per chi all’epoca non c’era e non sa chi fosse, Rai Play ripropone il documentario 11 metri, realizzato nel 2011 e che lo racconta attraverso le parole di amici, compagni di squadra e familiari.

Guardatelo. “Ago” – come lo chiamavano tutti e come lo chiama ancora suo figlio Luca – lo merita.