
Da quasi dieci anni mancavo da Trieste, da quando andai ad aspettare e portare a casa chi è insieme a me. Ora ci sono tornato, dopo un breve viaggio in Slovenia del quale magari scriverò un’altra volta. Perché, ora che l’ho rivista e ci ho ricamminato, ho ripassato quanto Trieste sia stata per me importante e quanto io ami questa città di confini, sia superati che ancora presenti e – per chi ha passione per gli intrecci tra Est e Ovest – incredibilmente affascinanti.
Prima di andare a restituire l’auto a noleggio che da Trieste mi ha portato in Slovenia, sono voluto tornare sul mare dopo Muggia, lungo la strada che porta ad Ancarano (Ankaran, in sloveno). Ho posteggiato proprio dove c’è la vecchia dogana italiana ora abbandonata. Pochi passi a piedi e si arriva a un cippo sulla spiaggia, che indica la divisione tra Slovenia e Italia.
Quel luogo, un tempo, segnava un confine di non facile attraversamento, anzi. Un confine tra due mondi, l’ultimo avamposto della lunga cortina di ferro. Il passaggio dall’ex Yugoslavia a piazza Ponterosso, teatro del leggendario mercatino dove a Trieste, negli anni ’70 e ’80, ogni sabato arrivavano frotte di persone dall’Istria, da Fiume, dalla Dalmazia, ma anche dalle più lontane Serbia e Bosnia, per fare incetta di jeans Rifle e di caffè, sperando di non essere fermate dai doganieri al ritorno in patria. C’è il toccante documentario Trieste, Yugoslavia di Alessio Bozzer che lo descrive.
Quel luogo, ora, è un punto di una strada costiera lungo la quale attraversare il confine quando si vuole e anche a piedi o in bici, per una bellissima passeggiata e per osservare le navi al largo o i pescatori sui moli.
Quel luogo, un semplice e spoglio cippo lungo un tratto di mare come qualsiasi altro, è uno dei tasselli delle mie, nostre, storie di confine, che a Trieste (e a Gorizia, con il suo confine addirittura in città, un altro ex muro di Berlino) si intersecano e che oggi mi sono riapparse dal vivo.
Quel luogo è una parte di me, che amo i confini e ho sempre amato oltrepassarli.