The border runs in the river

Ci sono luoghi che non si sarebbe mai pensato di raggiungere, se non per averli visti analizzando una carta geografica, guardando cosa vi si può trovare (sempre grazie, Google Maps), iniziando poi a cercare su You Tube video testimonianze e, infine, mettendosi l’obiettivo di arrivarci. Come Grense Jakobselv, all’estremo nord est della Norvegia, molto meno battuta per ovvie ragioni del mainstream Capo Nord, ma altrettanto fascinosa e, volendo, con anche un po’ di brivido.

Per percorrere la stradina lunga 45 chilometri che arriva a Grense Jakobselv bisogna partire da un luogo simbolo, soprattutto per chi come noi ama da sempre le storie di confine: la frontiera Norvegia – Russia a poca distanza da Kirkenes, una cittadina come tante dell’estremo nord norvegese, ma con le insegne delle strade anche in russo, con un monumento alla liberazione dal nazifascismo da parte dell’Armata Rossa e con una frontiera ora sorvegliata come durante la guerra fredda. Il piazzale da dove inizia la “terra di nessuno”, percorribile soltanto dalle (poche) auto che viaggiano nelle due direzioni, è il confine materiale della zona Schengen. Come noto, la Norvegia aderisce al trattato pur non essendo nella UE: infatti, forse qualcuno ricorderà che pochi anni fa carovane di migranti aprirono una via alternativa per arrivare in Occidente salendo lungo la Russia per entrare in area Schengen da Kirkenes, percorrendo migliaia di chilometri in condizioni proibitive. Alla frontiera trovavano persone che davano loro delle biciclette, perché quello spazio tra Russia e Norvegia non può essere attraversato a piedi. Alcuni a Kirkenes vi sono rimasti: li si incontra nelle poche vie del centro, dove tutto inneggia al sostegno all’Ucraina e non potrebbe essere altrimenti. Murmansk è a soli 220 chilometri da qui. Il checkpoint russo, come da copione, non si riesce a vedere a occhio nudo. L’intera zona di confine lambisce un lago immerso nei boschi. Il panorama è meraviglioso, quanto sorvegliato.

Si inizia l’avventura verso Grense Jakobselv, guidando lungo una strada che sale e scende tra acqua, montagne e qualche casetta tipica dall’inconfondibile profumo di legno. Ogni tanto si incrocia qualche auto in direzione opposta, anche una camionetta militare. Stiamo per arrivare in un punto molto particolare, ma per farlo occorrono almeno una trentina di chilometri in piena taiga. Finché appare un enorme cartello a sinistra di un piccolo parcheggio, che avverte che stiamo percorrendo una strada lungo il confine e indica, in norvegese, inglese e russo, tutto quanto non è possibile fare al di là, pena non si sa che cosa. Non troviamo però soldati norvegesi, che a volte presidiano queste aree avvisando, con molta cortesia, persone come noi un poco avventuriere e che cercano storie alla Paolo Rumiz.

Poco più avanti la strada diventa sterrata e pare davvero portare da nessuna parte. Ma non è così. Ancora qualche curva e lo sterrato costeggia quasi a pelo d’acqua un’ansa del fiume Jakobselva, che fino a quel momento quasi non si vedeva e che in quel punto non è più largo di un qualsiasi torrente. Ma in quel punto c’è un palo giallo con la punta nera che indica il territorio norvegese e di fronte, sulla sponda opposta, un palo a strisce rosse e verdi che indica il territorio russo. Il confine, come scritto sul cartello a fianco del palo norvegese, corre nel fiume. The border runs in the river. Di fronte a noi, davvero a pochi metri, la Russia, ma guai ad attraversare quel torrentello o anche soltanto a tirarci un sasso dentro. L’unico rumore è quello dell’acqua. Nessuno si vede, da nessuna delle due sponde, ma certamente qualcuno si diverte a guardare da una telecamera tutte le persone che si fermano, controllandone ogni movimento. Le vite degli altri. O meglio, un frammento di vita spesa in un luogo idilliaco quanto in potenza pericoloso.

La strada sterrata però non termina qui e noi proseguiamo con lei. Dopo qualche chilometro, lo spazio si apre sempre di più fino ad arrivare a una distesa di muschi e mirtilli rossi e, sullo sfondo, il mare di Barents, oceano artico, oggi calmo e blu come il nostro mediterraneo. Rocce lunari e sabbia fine tendente al grigio. Un paio di capanni, alcune auto e camper che, a ragione, passeranno qui qualche giornata. Una targa è russa. Le altre, svizzere e tedesche. E noi, arrivati a 3.600 chilometri da casa fino alla fine del mondo.

Camminiamo tra le rocce e la lunga spiaggia battuta da un vento non fastidioso. C’è il sole, fa anche caldo. Baciati dalla fortuna in un luogo che non dimenticheremo mai e che trasmette tutta la forza di una natura che continuiamo a voler distruggere e che qui, ancora, riesce ad avere la meglio.

Ci fermiamo lungo il piccolo molo protetto da massi. A sinistra, la costa norvegese. A destra sullo sfondo la Russia, dopo la foce del fiume dentro cui corre il confine. Su una cima è ben riconoscibile un osservatorio militare. Al centro di fronte a noi, l’infinito del mare che punta verso il polo nord.

È davvero difficile risalire in auto per lasciare un luogo dove tutto è eccezionale: le distanze, il clima, i confini, la natura. E dove, se di certo non è facile poter vivere, sarebbe però bellissimo poter morire.