Vivo aspettandoti

Il mio omaggio alla festa della Bruna di Matera, a cui assistei il 2 luglio 2015, scritto per l’allora blog Tatami a cura di Sergio Ragone e Daniel Romano. Lo ripropongo oggi, 2 luglio 2023, con la nostalgia unita all’orgoglio di aver frequentato per anni quella che sarebbe diventata capitale europea della cultura 2019 (ne ho scritto qui) e quella che è una delle città più strabilianti del mondo.

“Vivo aspettandoti”

2 luglio 2015

Amo e frequento Matera da anni, la supporto sui social per #Matera2019, ma non ero mai riuscito ad essere in città per la sua festa di cui tutti mi parlavano, che celebra la sua patrona, Maria Santissima della Bruna, ogni 2 luglio da 626 anni. Un misto di devozione, tradizione e pazzia, come riporta una delle tante magliette che indossano i materani durante il “giorno più lungo”, perché inizia all’alba con la messa in S. Francesco e la (prima) processione lungo la città per terminare a notte fonda.

Non parlerò dei dettagli della festa, che potete leggere ad esempio qui se non li conoscete. Parlerò della mia esperienza, perché nel mio percorso di “materanità” (seppure acquisita) non potevo mancare ancora l’appuntamento. E tenterò di spiegare perché un uomo del Nord, che pratica buddismo giapponese da 8 anni, che ama la solitudine e la riservatezza, può appassionarsi a una festa tipicamente del Sud, con una devozione del tutto cattolica, piena di folla che termina il suo percorso in piazza Vittorio Veneto assieme al carro ogni anno più ricco e decorato che, senza più la statua della Bruna deposta nella chiesa che la ospita lungo l’anno, viene assaltato dai più facinorosi per distruggerlo e portarsi a casa un pezzo in segno benaugurante. Vi assicuro che, amando questa città che tanto mi dà e a cui io cerco di dare qualcosa, è possibile: ed è bellissimo.

Ho voluto cominciare dall’inizio, svegliandomi prima dei galli per essere pronto a seguire l’avvio. Ne valeva la pena, già soltanto per passeggiare all’alba nel Sasso Caveoso, senza un rumore né una qualsiasi presenza. E poi, man mano che mi avvicinavo a dove tutto comincia, il brusio aumentava. I bar di via Ridola già aperti per chi come me non era riuscito a fare colazione così presto. Piazza S. Francesco piena di devoti, di turisti, di tutti coloro che “vivono aspettando” il 2 luglio, perché questo è: a Matera si vive aspettando la Bruna, tant’è che in molti considerano la sera del primo luglio, con un sentimento leopardiano, il momento più bello.

La Bruna 2015 è stata la prima dopo la nomina di Matera a capitale europea della cultura e lo si è percepito. Non si è badato a spese con delle luminarie strabilianti. Il percorso della processione è tornato nei Sassi, che è uno dei luoghi più mistici che io conosca: che si sia cattolici, buddisti, atei o quant’altro, soltanto chi non ha nemmeno un briciolo di sensibilità non può percepirlo. E camminare seguendo la scia di persone che scende verso S. Pietro Caveoso con la chiesa dell’Idris a dominare la scena è un’emozione forte. Ma la Bruna è anche follia ed esplosività: ed ecco quindi che la processione ogni tanto si ferma e sono lanciati dei mortaretti come a svegliare la città che dorme e non è in cammino. Fumo, folla, preghiere, cori, in un sole cocente che abbronza la seconda città più antica al mondo.

La mattinata è lunghissima e va dalla vestizione del Generale, che condurrà tutto il reggimento di cavalli che accompagnano la festa, al cammino della statua della Bruna verso la chiesa di Piccianello, che la ospiterà fino al tardo pomeriggio per poi far ritorno in centro. Sono ore di marcia, di pause, di attese. La Madonna, accompagnata da fieri cocchieri, troneggia con la sua parrucca rigogliosa di boccoli ed è per quella giornata più fotografata della Gioconda. Ho visto almeno tre bande musicali che si sono alternate in questa liturgia. Ho visto signore vestite di tutto punto e vecchiette emozionate quando la banda, come cantava Mina, passò. Ho visto tutto l’orgoglio di una città che è sempre stata unica, ben prima di essere protagonista nei media. Una città che fu la prima nel Sud a insorgere contro il nazifascismo. Una città che si vendicò dei soprusi del suo signore, il conte Tramontano, di cui rimane un castello incompiuto e che – secondo la leggenda – promise ai materani che avrebbe fatto realizzare ogni anno un carro più bello per la Bruna e i materani, non fidandosi, decisero di distruggerlo alla fine della festa per obbligarlo a mantenere la promessa.

Ecco: lo “strazzo” (strappo) del carro è questo e molto di più. È qualcosa che probabilmente se non si è nati a Matera non si può capire fino in fondo, come il Palio di Siena che – guarda caso –  si corre il 2 luglio. Le similitudini sono molte: ci sono immagini sacre, ci sono i cavalli, c’è una lunga disputa su quando il carro, finalmente, percorrerà il Corso a discreta velocità per poi essere assaltato in piazza. In quei pochi minuti tutto è concesso e se si è nel posto sbagliato spintoni e qualche screzio sono assicurati. Chi assalta il carro fa di tutto per portarsi via uno dei pezzi che lo compongono, seguito con urla di gioia da una piazza stracolma. Sono cinque minuti di adrenalina pura e di istinti primordiali.

Poi, come in un cambio di scena rapido quasi quanto un cambio d’abito di Arturo Brachetti, il centro di Matera torna come tutte le sere d’estate e non solo: affollato, ma gioioso, con le passeggiate lungo via Ridola, un buon bicchiere di vino nelle tante osterie aperte in questi anni, gli spettacoli di funamboli vicino a Palazzo Lanfranchi, un saluto a un amico che si incontra in giro. Ed io posso ritornare l’uomo del Nord, che pratica buddismo giapponese da 8 anni, che ama la solitudine e la riservatezza, fino al prossimo 2 luglio: ché, ormai, anch’io vivo aspettandolo.