L’ultimo tweet

Non posso lamentarmi.

Sono stato molto amato e molto odiato.

Il mio perdono a tutti meno tre.

Questo il tweet, postumo, che il figlio di Roberto Renga ha pubblicato ieri dal profilo del padre, il quale lo ha voluto e pensato un anno fa per quando ci avrebbe lasciato, purtroppo ieri.

Ne siamo stati colpiti, io per primo che Renga non l’ho, purtroppo, conosciuto di persona. Ne apprezzavo l’indubbia classe giornalistica e l’acume dei tweet, ai quali spesso rispondevo ottenendo sempre da lui un “like”, cosa per niente scontata.

Tre affermazioni secche: l’ultima criptica, che resterà giustamente tale per chi non conosce le tre persone a cui Renga non si è sentito di concedere il perdono. Tre affermazioni che sono un lascito per noi, ma anche l’ultimo suo colpo di classe.

Non sapevo che Renga fosse da tempo malato di cancro, nulla trapelava dai suoi commenti e ieri molte persone, tra le quali io, abbiamo letto quel tweet credendo fosse un brutto scherzo. Invece, no.

Nella forza di quelle ultime parole, pensate per essere pubblicate postume, c’è anche da parte di Renga l’aver deciso di affrontare l’ultimo messaggio su Twitter, il social che lui frequentava e molto bene, senza lasciare nulla al caso.

Il tema dei profili social che continuano a esistere dopo la scomparsa di chi li ha aperti è da tempo oggetto di discussione.

Una minima parte di casi sono quelli relativi a chi, morendo, affida a qualcun altro i propri profili, spesso per scopi nobili: uno su tutti, il profilo Twitter di Francesca Barbieri, alias @Fraintesa, che continua a esistere grazie alle iniziative in sua memoria e a sostegno della ricerca sul cancro, condotte dal suo compagno Andrea Riscassi con incredibile devozione e profondità.

Il resto, è un enorme rumore di vuoto e di infinita sospensione.

Roberto Renga ci aveva pensato e ha deciso a tempo debito l’ultimo tweet, a mo’ di sigillo.

E noi, e io?

Ciò che deve accadere, accade

Venticinque anni fa, il primo settembre del 1997, usciva Tabula rasa elettrificata (per tutti TRE), il terzo album dei CSI e, a parer mio e non soltanto, il miglior disco italiano degli anni ’90.

La storia di TRE è nota e non sarò certo io a ripercorrerla. Rimane però straordinario che un disco di certo non per tutti, nato durante un viaggio in Mongolia di Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni, dopo la prima settimana di uscita balzò al primo posto delle classifiche scalzando gli Oasis. Fu la “nostra” vittoria, quella di chi cercava nella musica qualcosa di non comune, proprio come i CSI e prima ancora i CCCP sono stati.

Con TRE la band raggiunge uno stato di grazia e dopo l’uscita dell’album i CSI diventano un fenomeno, sono anch’essi tra i protagonisti degli show che si tenevano in quel periodo, compiono un tour massacrante, ma anche ricco di significati simbolici come il concerto tenuto a Mostar, ancora distrutta dalle bombe. Già prima di TRE, i CSI sono stati sensibili alla questione della guerra nei Balcani: un pezzo su tutti, Cupe vampe, che racconta del rogo della Vjecnica, la biblioteca di Sarajevo.

Come spesso succede, però, TRE è stato l’apogeo prima del crollo: l’equilibrio di un incontro in stile “colpo di fulmine” tra Ferretti e Zamboni a Berlino, che li portò a formare i CCCP per poi proseguire come CSI, si ruppe. Capita, anche se tuttora chi era nel fiore degli anni come me si dispiace: ad esempio, riascoltando l’energia dirompente di Forma e sostanza con quel giro di basso di Gianni Maroccolo che spacca ancora oggi e quel ritornello “Voglio ciò che mi spetta / lo voglio perché è mio, m’aspetta” così strafottente verso la nostra società occidentale, venticinque anni fa come ora; o, all’opposto, riascoltando con attenzione il testo di Unità di produzione, critica feroce al socialismo reale; o ancora, abbandonandosi alla preghiera di Ferretti in Ongii, senza pensare a lui come al reazionario che negli anni è diventato. Di questo, però, a chi piacevano (e piacciono) i CSI importa poco: ciò che conta è stata l’alchimia tra due menti non comuni che si sono unite e che avevano bisogno l’una dell’altra, finché hanno avuto la forza e la pazienza di comprenderlo. Dopodiché, come canta Ferretti proprio in uno dei brani simbolo di TRE, “ciò che deve accadere, accade“.

Chiudo con una suggestione: pochi mesi prima dell’uscita di TRE, il 21 maggio 1997 i Radiohead lanciavano Ok computer. Mi piace pensare che ci sia un nesso, magari invisibile, tra la pietra miliare di Yorke e Greenwood e il gioiellino dei CSI. Spesso, i musicisti fiutano l’aria e percepiscono sensazioni che a noi sfuggono: pertanto, dubito che a Reggio Emilia fosse sfuggita la ventata di cambiamento in arrivo da Oxford.