Nodi impossibili

Stamattina sono andato a girare per le bancarelle del mercatino di Busto Arsizio, provincia di Varese, anima profonda della Lega degli albori che è nata in queste zone, ora retta da un sindaco di FdI, arrivato al secondo mandato.

Tutto tranquillo, poca gente essendo fine luglio. Più persone a far colazione nei dehors dei bar che in giro per il mercatino.

Busto ha un bel centro e passeggiavo tra piazza S.Giovanni e le vie pedonali.

Ho incontrato un ragazzo di colore con il cappello in mano a chiedere l’elemosina, che salutava chi passava nel solito modo: “Buongiorno capo, buongiorno signora, buona domenica” e così via.

Una signora anziana gli ha messo nel cappello una moneta.

Poteva andare diversamente. Poteva andare che qualcuno decidesse di buttarlo a terra. Come è successo a Civitanova Marche.

Ci ho pensato. Forse, ci penserò ogni volta che incontrerò una situazione del genere, finché campo. Finché l’apparente serenità della provincia, anche ricca come nel caso del Varesotto, nasconde una polveriera pronta ad accendersi alla minima occasione.

Non stiamo andando verso tempi sereni. E, ciò che è peggio, non siamo ancora attrezzati per migliorarli. Come se fossimo avviluppati in nodi impossibili da sciogliere, almeno per ora.

(Thom Yorke, Impossible knots)

Non era ciò che volevo

Sarà che luglio, per me, è un mese di morte da sei anni a questa parte, ma è da qualche giorno che riascolto quel capolavoro elettronico che è Bad kingdom dei Moderat, il progetto di Modeselektor e Apparat nato dieci anni fa a Berlino.

Bad kingdom è un riferimento alla morte o comunque alla fine del mondo, il nostro “regno cattivo” che tale è per causa nostra, anche se il ritornello dice This is not what you wanted, not what you had in mind, ossia “non era ciò che volevi, non era ciò che avevi in mente”.

Certamente non era ciò che volevo una guerra a causa di un tiranno.

O un disastro climatico, che ha iniziato a toccarci da molto vicino.

O un continuo giocare al ribasso sui diritti civili, cercando di difendere quelli che abbiamo senza, al momento, riuscire a incrementarli. Pur se, letteralmente, circondati da nazioni che ne hanno ben di più e che, direi, non siano fallite per questo, anzi.

O un odio sui social verso qualsiasi cosa, soprattutto da parte di persone della mia generazione, spesso con status sociale medio alto (come ho scritto qui quasi un anno fa).

O un ritorno dei fascismi, evidentemente mai morti e, soprattutto, colpevolmente ignorati.

O una lode delle mediocrità accompagnata all’invidia per chi emerge e alla sicumera del “non sono un esperto, ma…”.

O un dover ancora, nel 2022, fare a spallate per avere una (magari pure più d’una, eh) donna a un palco di relatori.

Tutto quanto sopra, e altro ancora, non era ciò che avevo in mente.

Ora, il momento difficile è esattamente quello che Apparat canta, sempre in Bad kingdom, ossia essere Too tough to fall, but not strong enough to turn.

In molte e molti resisteremo e non cadremo, ci siamo abituati. La sfida vera è proprio quella della seconda parte del verso: continuare, quindi, a provare a creare valore e a trasferirlo a chi seguirà a noi. Diversamente, rimarremo soltanto in equilibrio per non precipitare.