L’importanza di Fletch

Siamo rimasti in molti senza parole per la morte di Andy Fletcher, per tutti Fletch. Noi, figli degli anni’80 che i Depeche Mode li abbiamo sempre seguiti da allora. Quell’elettronica derivata, ovviamente, da quei geniacci dei Kraftwerk e che si è moltiplicata in mille rivoli, uno solo dei quali ha davvero sfondato ed è rimasto vivo ancora oggi: quello dei Depeche, che Fletch fondò insieme a Vince Clarke.

Fletch era il meno dotato e il meno carismatico della band, ma fino a un certo punto. Era quello che sembrava non esserci, ma che se non ci fosse stato se ne sarebbe sentita la mancanza. Era il collante tra tre giovani – e poi meno – talentuosi e per lungo tempo problematici. Era quello che smorzava le tensioni. Era quello con lo humour più acuto. Era quello che era rimasto a vivere a Londra, mentre Gahan e Gore si trasferivano uno a New York e l’altro in California. Era quello che ai concerti incitava il pubblico a modo suo, scatenando video ironici su YouTube. Era questo e molto di più, e se ne è andato a 60 anni appena.

Anche se è ovviamente prematuro parlarne, la domanda è scontata: cosa ne sarà di una band tra le più celebrate e tuttora in piena attività? Una band, infine, di tre amici che ne hanno superate molte, si sono scontrati per poi riappacificarsi, si sono divisi tra due continenti per poi ritrovarsi in studio quando era il momento e riapparire compatti nelle interviste e in tour. Difficile, anche se affascinante, l’ipotesi di un ritorno di Alan Wilder. Ma ne mancherebbe sempre uno.

Poche ore dopo l’annuncio, anch’esso scioccante, della morte di Fletch da parte del gruppo, Riccardo Marra ha twittato “Non sono pronto per la fine dei Depeche Mode”. Nessuno di noi lo è. Quantomeno nessuno di noi che ha superato i cinquanta e conosce i loro brani da quando ne aveva ben di meno. Per un semplice, a parer mio, motivo: la loro fine sarebbe l’inizio della nostra. Ecco perché l’importanza, per noi, di Fletch, che ora si è trasformata in dolore.

Pain, will you return it?
I’ll say it again, pain

(da Strangelove, Depeche Mode, 1987)

H 24

C’è molto, se non tutto, di sbagliato e di pericoloso nell’intervento di Elisabetta Franchi nel corso del convegno Donne e moda: dall’assumere donne solo “anta” perché già con famiglia allo scegliere uomini in ruoli chiave al dire, quasi rivendicandolo, che lei è tornata al lavoro due giorni dopo il suo cesareo programmato. Il tutto, peraltro, davanti a una platea con in prima fila la ministra Elena Bonetti, che in teoria dovrebbe occuparsi di pari opportunità, ma di cui non si hanno per ora dichiarazioni al riguardo.

La parte però ancora più grave delle parole di Franchi è l’affermazione: “Io le prendo che hanno fatto tutti e 4 i giri di boa. Quindi sono lì belle tranquille con me al mio fianco e lavorano h24. Questo è importante. Cosa che gli uomini non hanno”.

Nemmeno chi salva vite umane – quindi né Elisabetta Franchi né, per non andare lontano, il sottoscritto – può essere disponibile h 24. A parte la legge, lo dicono il nostro cervello, il nostro fisico, i nostri nervi. Non per nulla esiste un diritto alla disconnessione, che si può applicare.

Il punto, però, è un altro: l’h 24 non è certo nato ieri ed è sempre più frequente, soprattutto in mondi come quello che rappresenta Elisabetta Franchi, o come quello delle molte agenzie di comunicazione o pubblicità. Qui, Milano è ancora una volta maestra, ma cattiva, tra Negroni sbagliati, cocaina e burnout, in nome del “progetto-più-figo-del-mondo-da-realizzare-in-tre giorni-perché-il-cliente-non-aspetta-ma-noi-siamo-un’agenzia-creativa-e-non-abbiamo-paura-di-nulla-e-pazienza-se-stasera-avevi-un-impegno-importante-noi-lo-siamo-di-più”. Ripetuto per centinaia di volte in un anno.

Di solito queste agenzie sono piene di giovani che pensano (o sono spinti a pensare) che Milano valga bene l’essere spremuti. Ora però sappiamo che, se resistono e superano gli “anta”, possono andare a lavorare per Elisabetta Franchi. La quale ha, semplicemente, citato una realtà ben presente, non soltanto da lei. Con, a seguire, il consueto tentativo di dietro front guidato da “le mie parole sono state strumentalizzate”. Eh no, il video parla chiaro. Nell’era dei social dove tutto è in diretta, anche purtroppo una guerra, non è stato strumentalizzato un bel niente. La comunicazione insegna che le parole, una volta uscite, sono molto difficili da correggere. Ancor più se sei con l’interruttore acceso h 24.