Gli anni invisibili

C’è un brano di Cristina Donà (bentornata!), Invisibile, che mi è tornato in mente in questi giorni di fine anno. Tratta di un amore non corrisposto, un’attrazione verso chi non ti vede o finge di non vederti. E quella dell’invisibilità è una metafora che associo a molte persone in questi due ultimi anni, il 2020 e il 2021, flagellati dalla pandemia.

Gli (e le) invisibili sono quasi tutte le persone morte di Covid: di quasi tutte loro si sa poco o nulla e di alcune, purtroppo, si sono soltanto viste le immagini delle bare trasportate dall’esercito, come accadde a Bergamo.

Gli (e le) invisibili sono le molte persone che si vaccinano, per se stesse e per la comunità, senza postare aghi dentro braccia sui social né fare chiasso come chi è contro il vaccino e contro il green pass: una minoranza, certo, ma dannosa prima che inutile oltre che – invece – molto, troppo visibile.

Gli (e le) invisibili sono le persone che, al netto dei vari bonus ristrutturazione, mobili, terme e quant’altro, non avranno alcun risarcimento perché nessuno vuole o può calcolare quanto la pandemia ci abbia tolto in termini di salute mentale. Anche a chi in apparenza ritiene di star bene. Anche a me.

Gli (e le) invisibili sono, spesso, persone come me e come molte altre, che vanno avanti senza far troppo rumore, soltanto con più variabili rispetto a prima. A loro, in particolare, auguro un 2022 migliore degli ultimi due anni. Prima che si avveri ciò che canta Cristina Donà:

La luna è limpida
ed io rimango
invisibile come sempre
quando è tardi per dire
che non sopravvivo

Buon 2022.

(Nota a margine: la mia versione favorita di Invisibile è quella remixata da Boosta )

Avere vent’anni

Due cose, su tante, mi colpiscono della tragedia di Torino dove tre montatori hanno perso la vita cadendo dalla gru che ha ceduto, sfracellandosi al suolo.

La prima è che è accaduta a Torino, la mia città, anche se non ci abito più da tempo. Via Genova, luogo della tragedia, la conosco bene e l’ho percorsa spesso, anche negli ultimi anni, fermando la macchina di fronte all’ingresso laterale dell’ospedale Molinette. Ma, a parte gli amarcord, morire di lavoro soprattutto a Torino, dopo il disastro Thyssen, non doveva più accadere. E invece.

La seconda è che Filippo Falotico, una delle tre vittime, aveva vent’anni. E amava il suo lavoro. C’è chi a vent’anni pensa a lauree, master, impieghi dai nomi inglesi incomprensibili però così “trendy”. Filippo montava sulle gru: era un trapezista contemporaneo e si divertiva. Fino a ieri.

Purtroppo, in Italia di lavoro si continua a morire, troppo. Fa ancor più male quando si muore a vent’anni, come è successo a un ragazzo come Filippo, che postava immagini per raccontare il suo sentirsi bene a quelle altezze vertiginose. Il selfie con i suoi due compagni di squadra, morti anch’essi, è quasi insopportabile.

Chissà se questa ennesima tragedia ci farà discutere seriamente di morti sul lavoro, anziché litigare (e sfottersi) tra fazioni per la liceità o meno di uno sciopero generale.

Di Filippo Falotico ha scritto, con la sua consueta sensibilità, Niccolò Zancan nel ritratto pubblicato su La Stampa. Quotidiano di Torino, appunto.

L’ultima prima

Alla prima della Scala, palchi e platea hanno applaudito per cinque minuti il presidente della Repubblica Sergio Mattarella al suo ingresso nel palco reale, per quella che è stata l’ultima sua prima, nonostante in molti vogliano una sua rielezione, da lui – giustamente – esclusa.

Ho vissuto abbastanza per ricordare parecchi presidenti, alcuni ottimi altri meno. Di Sergio Mattarella ricordo ancora le sue prime, poche parole sette anni fa appena dopo essere stato eletto. Sorridente, ma asciutto: terminò con un “per ora, è sufficiente così”. L’esatto opposto dei molti parlamentari che passano il tempo sui social e che il tacere per pensare ignorano cosa sia.

Chi crede che in Italia il presidente della Repubblica abbia un ruolo puramente figurativo, tra il salutare i bambini nelle scuole e il presenziare a varie cerimonie, capisce poco di diritto costituzionale e ancora meno dei meccanismi del sistema politico italiano.

Sergio Mattarella ha parlato poco e compiuto molti gesti e molte azioni di grande significato. Non ha usato i social di persona, ma ha saputo ad esempio per mezzo dell’account Twitter del Quirinale comunicare benissimo. Si è speso molto, anche con le immagini, per chi soffre, per i disabili, per le minoranze, per chi non è ancora tutelato da una legge (sì, quella: anche se purtroppo non è bastato). Si è schierato apertamente a favore dei vaccini e a fianco del personale medico e sanitario. Ha portato anche fortuna all’Italia alla finale degli europei di calcio. E ha scherzato con il suo fido Giovanni in quel video messaggio famoso in cui diceva che anche lui non può andare dal barbiere per il lockdown.

L’Italia è una repubblica parlamentare, ma il Parlamento ha dimostrato in questi anni di essere molto, ma molto più indietro del Paese, a differenza del suo presidente. Che, alla sua ultima prima della Scala, ha salutato e ringraziato, con un sorriso che si intravedeva dalla mascherina e che rivelava una gratitudine forse anche superiore a quella nostra nei suoi confronti.