Il lavoro di vagabondare

Stamattina ero in auto lungo un viale della periferia di Saronno e all’improvviso mi sono trovato di fronte a una lunga fila di auto. Da cittadino abituato alla velocità e alla frenesia, la prima reazione è stata quella di imprecare. Ma come, in coda pure di sabato alle 10 e mezza.

Poi, ho capito. E ho sorriso.

Dalla corsia opposta è arrivato un fiume di pecore, guidato da un pastore con a fianco un cavallo. La transumanza. Gli animali che terminano la loro discesa a valle, dove passeranno l’inverno.

Le pecore, ordinatissime e guidate dagli immancabili cani, in fila per otto o dieci senza minimamente scalfire nessuna auto. Una marea di ovini candidi, chiusa da un secondo pastore. Giovani, entrambi: con visi sani, che emanavano la libertà di ragazzi che continuano questo mestiere e guardano quasi con compassione noi inscatolati nelle nostre vetture.

Mi era già capitato di transitare in mezzo a un gregge di pecore, ma in montagna, oppure in qualche paesino rurale. Mai in una città di 40 mila abitanti a metà tra Milano e Como.

Eppure, la transumanza in Lombardia è un rito che si perpetua esattamente come in Abruzzo o in Basilicata o in Sardegna. Ma a Milano, dove pare che tutto accada e che se non ci sei non sai quello che ti perdi, ecco: a Milano ti perdi questo spettacolo.

La transumanza è patrimonio immateriale dell’Unesco dal 2019; è un lavoro fondamentale per chi alleva bestiame; è lo spostarsi per necessità, come purtroppo sta accadendo ora per molti migranti, trattati in modo disumano rispetto alle pecore.

Un bel libro fotografico sul tema è Remènch, transumanza in Lombardia di Carlo Meazza, che ha trascorso quasi due anni con i pastori di una decina di greggi durante i loro spostamenti. Remènch è la forma dialettale di ramingo ed è usata dai pastori col significato di vagabondare. Mai, però, senza una meta e senza uno scopo: anzi.

Che lavoro faticoso quanto fantastico, quello di vagabondare con le greggi. E prezioso. Soprattutto per noi in città, che facciamo i lavori del futuro di cui spesso ci vantiamo, ma che non sappiamo guardare cosa c’è dietro a una porzione di formaggio acquistata all’Esselunga.