Mark Hollis, lo zimbello saggio

Il 16 settembre del 1991, trent’anni fa, i Talk Talk diedero alle stampe il loro ultimo album Laughing stock, che passò quasi inosservato al grande pubblico che li conobbe e li venerò per It’s my life, Such a shame e altri successi degli anni’80, ma che è una pietra miliare del post rock e, anche, il culmine di un loro chiaro percorso evolutivo. Da lì, Mark Hollis proseguì da solo e, dopo una lunga pausa di sette anni, pubblicò il suo primo e unico album solista: essenziale, profondo e riservato quanto lui.

The laughing stock è il termine inglese per definire lo zimbello, cosa che Mark Hollis, per certi versi, è sempre stata nel panorama dello show business anni’80. Antidivo per eccellenza, bruttino e goffo in mezzo a una miriade di frontmen sexy e carismatici, da Simon Le Bon a Sting a Dave Gahan, oppure che cavalcavano la provocazione e il travestitismo, come Boy George. I Talk Talk di Mark Hollis furono anch’essi protagonisti di quell’ondata pop, ma da “zimbelli” e non a proprio agio tra lustrini e jet privati.

Mark Hollis, però, era uno zimbello per molti, ma un musicista con una sensibilità superiore e una voglia di esplorare territori che si collocavano oltre il pop, iniziando a far progredire i suoi Talk Talk verso queste dimensioni, a cui arrivarono con il quarto album Spirit of Eden, che provocò la rottura con la EMI, delusa per la mancanza di singoli abbastanza commerciali (fu per questa ragione modificata I believe in you, all’insaputa della band).

Eccoci così a trent’anni fa (che impressione, a scriverlo) con Laughing stock, lo zimbello che è preso in giro dalla maggioranza, ma che se ne frega e risponde con – cito le parole di Andrea Silenzi – “uno dei dischi più coraggiosi degli anni Novanta, fatto di ritmiche non lineari, di rumori, di inserti classici e di una astratta malinconia”. Anche nei testi, scarni e con una forte dimensione spirituale, da After the flood, con quel riferimento Lest we forget who lay (Per non dimenticare chi giace) a New grass, un viaggio verso l’eden fatto di un riff di chitarra e un groove di batteria che si propagano lungo il brano, per poi pian piano dissolversi.

Lo zimbello Mark Hollis, purtroppo, se ne è andato il 25 febbraio del 2019 a poco più di sessant’anni, anche se da molto tempo non si avevano più sue notizie. Dopo il suo album solista, pochissime e centellinate collaborazioni, preferendo il silenzio. Un comportamento che a noi italiani può far subito venire in mente quello di Lucio Battisti, ma in realtà i due percorsi non sono così paragonabili. Battisti continuò finché in salute a realizzare album e ad avere la musica come sua principale ragione di vita, senza promozione né dichiarazioni e con l’ossessione della privacy. Mark Hollis semplicemente si ritirò, dedicandosi ad altro: ciò che ha realizzato come musicista è quanto di meglio abbia potuto fare ed è ciò che ci lascia, senza che ci fosse bisogno di aggiungere alcunché. La sua è, ai miei occhi, una lezione di saggezza.

Il togliere invece dell’aggiungere: una saggezza, e una pace, che Mark Hollis ci regalò in una sua intervista del 1998 – forse l’ultima? – a una tv danese. Con molta tranquillità e lucidità, Hollis disse “Non posso immaginare di non suonare, ma non sento alcun bisogno di eseguire o registrare musica. Sono davvero molto felice di suonare una nota e di propagarla a diversi livelli di volume”. Concetto che reitera, sempre in quest’intervista, con la più nota delle sue dichiarazioni, ossia:

Before you play two notes, learn how to play one note, y’know. And that, it’s as simple as that really. And don’t play one note unless you’ve got a reason to play it

(Prima di suonare due note, impara a suonarne una: è così semplice. E non suonare una nota a meno che tu non abbia una ragione per farlo)

In memoria dello “zimbello” Mark Hollis e dei trent’anni di Laughing stock.

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