Il muro di Mathias

Il 13 agosto 1961, sessant’anni fa, iniziò la costruzione del muro di Berlino, che cadde 28 anni dopo.

Nell’estate del 1990 andai in Irlanda facendo il mio primo e unico Interrail. Un pomeriggio, non ricordo dove, arrivammo in un nuovo ostello per stare una notte o un paio. Entrammo nella camerata per cercare i nostri letti e vedemmo un capannello di ragazzi come noi che ascoltava un racconto di qualcuno.

Ci avvicinammo.

Quel qualcuno si chiamava Mathias ed era un berlinese dell’est, al suo primo viaggio all’estero dopo la caduta del muro.

Mathias parlava, tanto, con quella voglia di comunicare al mondo cosa accadeva prima e cosa stava accadendo dopo. E il mondo lo ascoltava.

Eravamo lì, da tante nazioni – Italia, Spagna, Gran Bretagna, USA e chissà quante altre – ad ascoltare Mathias, convinti che nessun altro muro, visibile o invisibile, potesse continuare a proliferare, come invece è accaduto.

Eppure, non ci siamo estinti dopo quei giorni: ci siamo ancora, sebbene adulti e imborghesiti. E, soprattutto, quel momento che cambiò la geopolitica mondiale lo abbiamo vissuto nel pieno della nostra gioventù e nessuno potrà mai togliercelo.

Le olimpiadi Viola

Ieri mattina, prima di assistere alla cerimonia di chiusura delle olimpiadi di Tokyo, tornando da uno dei miei lunghi giri in bici fuori città, mi sono ricordato di non essere ancora passato dal giardino intitolato a Beppe Viola, nella sua via Sismondi, poco lontano da casa mia. L’ho fatto e ho pensato a quanto gli sarebbero piaciute queste olimpiadi e a come ce le avrebbe raccontate: probabilmente non più in televisione, magari in qualche rubrica che, forse, qualcuno di illuminato gli avrebbe offerto.

Beppe Viola avrebbe oggi poco più di ottant’anni, ma per noi è fermo alla sua risata ironica e al suo tono da cabarettista appena sveglio col quale ci lasciò, troppo presto, nel 1982. Il giornalismo, i libri, le canzoni scritte con Jannacci, le sceneggiature, le battute. Una Milano, che non esiste più, i cui personaggi sapeva raccontare meglio di chiunque altro. La Milano di oggi non la avrebbe granché apprezzata, ma avrebbe saputo, senza risultare “boomer”, contrapporle un antidoto composto da tanti pensieri tutti da leggere o da ascoltare. O almeno, ovviamente, è ciò che avrei voluto leggere e ascoltare io se fosse stato possibile.

Per chi, soprattutto giovane, vuole approfondire il personaggio, tre libri: Mio padre è stato anche Beppe Viola, scritto dalla figlia Marina; Quelli che… racconti di un grande umorista da non dimenticare; Sportivo sarà lei, raccolta di appunti sparsi con scritti di Giorgio Terruzzi, Marco Pastonesi e Marina Viola ancora.

Non ultimo, anche perché recente, questo passaggio in radio Quelli che la pandemia di Marina Viola con Paolo Maggioni, giornalista di Rai News, “beppeviolista” per antonomasia e autore del bel documentario su di lui andato in onda nel 2012: entrambi, nella trasmissione Forrest di Radio uno, si divertono ad adattare i “quelli che” inventati da lui e Jannacci alla pandemia. Perché Beppe Viola sarebbe stato graffiante anche su questo, soprattutto verso i no vax, verso i quali sarebbe stata perfetta una delle sue battute più celebri:

“A certa gente quello che la frega è la mancanza d’ignoranza”.

Il terzo mondo degli Steely Dan

Third world man è il brano che conclude Gaucho degli Steely Dan e che quindi chiude il loro primo, incredibile, ciclo. Walter Becker e Donald Fagen si separarono, per poi tornare insieme a inizio millennio con Two against nature, titolo più che azzeccato per due geniacci che crearono, tra le altre cose, l’accordo di mu maggiore.

Third world man è la conclusione di un album molto travagliato, uscito nel 1980 con due anni di ritardo, e che peraltro non avrebbe nemmeno dovuto includerla: la storia è nota, il pezzo fu inserito perché un tecnico sfortunato cancellò la registrazione di The second arrangement. Mai come in questo caso da un errore nasce un’opportunità. Se infatti l’inconveniente non ci fosse stato, non avremmo forse mai ascoltato un brano così commovente e con il migliore assolo di un chitarrista stellare come Larry Carlton.

Third world man pare fosse già stato escluso da Aja, l’album più perfetto dei Dan, che incuranti di tutto il caos che stava accadendo nel 1977 si rinchiusero come al solito in sala di registrazione, pretendendo il meglio da se stessi e da un gruppo di musicisti incredibili, dando alle stampe un gioiello in perfetta antitesi con il punk che esplose in quell’anno.

Third world man ha un testo che, come tutti quelli dei Dan, si presta a mille interpretazioni, delle quali loro stessi sono sempre stati i primi a goderne, soprattutto la buonanima di Walter Becker. Ma è giusto così.

Quella frase in italiano È l’era del terzo mondo – a cui perdono volentieri la pronuncia “mando” di Fagen – un po’ tocca, un po’ mi riporta alla frase di Tondelli sui poveri dei quali sarà la terra.

Ma chi è Johnny, il protagonista di Third world man la cui stanza dei giochi è in un bunker riempito di sabbia? Nessuno, infine, lo può sapere con esattezza. Erano anni di piena guerra fredda, questo è da tenere a mente.

E se il terzo mondo dei Dan fosse, semplicemente, una “terza via” tra l’allora Patto di Varsavia e il capitalismo reaganiano di un’America che, spesso, loro da americani hanno preso in giro? Chissà se ad esempio Becker e Fagen sapevano qualcosa sui paesi “non allineati”, magari sì.

Sopra a ogni cosa, però, rimane come sempre la musica. E, per me, Third world man è una ballata quasi funebre, un malinconico elogio a qualcosa che sta per terminare e un interrogativo verso ciò che ci attende e che, come al solito, ci fa paura perché ignoto. Infine, il loro brano che io più associo al ciclo di vita e di morte.