Il mio primo passo sul suolo di Trieste non fu certo banale: in stazione, alle 12.08, incontrando chi ora è qui con me.
Da allora, Trieste per me è stata, per molto tempo, la gioia di arrivare e la malinconia di ripartire. Che poi, a pensarci bene, sono due poli che convivono in una città così dicotomica, che si apre a te con una piazza di tre lati mitteleuropei e uno sul mare e dove ancora esiste un bagno con la spiaggia divisa tra donne e uomini (e che nessuno si sogna di cambiare).
A Trieste ho assaggiato per la prima volta la cucina balcanica e bevuto un “nero” o un “capo” nei suoi caffè storici; ho preso la bora dentro le ossa sul molo Audace e il sole in volto sul lungomare di Barcola; ho provato stupore per l’enorme sinagoga e orrore dentro la risiera di San Sabba.
Ma è salendo in quota, addentrandosi nel Carso verso il confine sloveno, che ho il ricordo più profondo.
Eravamo in auto sull’altipiano, terra di guerre e di tante battaglie, e ascoltavamo Baudelaire dei Baustelle. La situazione perfetta.
In Baudelaire, si ricordano personaggi morti per noi (Pasolini è morto per te, Luigi Tenco è morto per te, e così via). Morti di ideali, di valori, a volte di troppo amore o di troppa bellezza. Morti per qualcosa, perché vissuti per qualcosa.
Che significato hanno le nostre vite? Che significato ha la mia? Quanto abbiamo e quanto ho voglia di scavare per non affondare nell’ovvio, nell’anonimo, nel qualunquismo?
In quel momento, lungo quelle curve del Carso triestino, ascoltando Baudelaire, trovai un senso a queste domande. Oltre a vivere un momento che rimarrà indelebile.
È necessario vivere,
bisogna scrivere,
all’infinito tendere,
ricordati Baudelaire