Lode all’inviolato

Mi sembrava sciocco e pretenzioso da parte mia scrivere di Franco Battiato appena dopo la sua scomparsa. Ora, mi sento di farlo.

Battiato mi ha accompagnato per quarant’anni di vita: ne avevo undici quando uscì La voce del padrone, di cui consumai la cassetta, per poi scoprire col tempo che non fosse il suo disco migliore, ma “solo” il più venduto (oggi non sarebbe nemmeno nei primi dieci di Spotify, e questo dimostra quanto la musica – almeno quella italiana – sia peggiorata).

Battiato è stato tutto e ha scritto di tutto: dalla sperimentazione al pop alle opere liriche. Ha scritto per donne fantastiche e ha interpretato classici senza guerreggiare con loro, ma semplicemente rendendoli propri. Ci ha fatto volare in territori inesplorati e riflettere sull’esistenza. Penso, soltanto, a L’ombra della luce, che tante volte ho cantato insieme a un mio caro amico durante alcune estati fatte di pochi giorni di buen retiro in val d’Orcia.

Battiato, qualcuno lo rammenta, era anche spiritoso nonostante le apparenze. Ne ho una piccola prova anch’io, l’unica volta che lo vidi in concerto a Torino, fine anni’90. Era il tour de L’imboscata, quindi un contesto più rock, niente tappeti né gambe incrociate, ma balli ed energia. Dopo la fine di un brano, prima che stesse per cominciarne un altro, si levò un grido dalla platea: “Franco, sei bellissimo!” Tutto il palazzetto rise, compreso lui, che rispose: “Questo è sacrosanto e giusto”, mandandoci in orbita.

Sarebbe altrettanto sciocco e pretenzioso fare una classifica dei suoi brani: il suo repertorio è talmente vasto e talmente uno scrigno prezioso che si può soltanto andare a sensazione. Escludendo i più noti, per me ci sono ad esempio capolavori dell’epoca sperimentale come Sequenze e frequenze, che ogni tanto mi ritrovo a cantare; oppure, se penso a un album del livello di Come un cammello in una grondaia, direi che contenga tutto ciò che continuiamo a vivere trent’anni dopo la sua uscita.

Ripensando però a Battiato e a tutta la sua opera, c’è un fil rouge evidente: la Sicilia.

Battiato era fortemente siciliano, seppur emigrato a Milano da giovanissimo. La Sicilia non è soltanto nei suoi testi, da Giubbe rosse a Secondo imbrunire, ma è nel suo pensiero, nel suo stato d’animo, nella sua cultura. L’isola dove tutti arrivarono e lasciarono testimonianze che ancora oggi vediamo, in un crogiuolo di stili e di bellezza. Battiato era questo: un siciliano aperto al mondo, in un continuo dialogo tra culture e con una fortissima dimensione spirituale.

Tra i molti suoi testi che porterò sempre con me, mi piace ricordare un passaggio di Lode all’inviolato, uno dei brani dove è più forte il dualismo tra oscurità e illuminazione, due facce della stessa medaglia che convivono dentro di noi.

E quanti personaggi inutili ho indossato
Io e la mia persona quanti ne ha subiti
Arido è l’inferno

sterile la sua via
Quanti miracoli, disegni e ispirazioni
e poi la sofferenza che ti rende cieco
Nelle cadute c’è il perché della sua assenza
Le nuvole non possono annientare il sole

E allora, sia lode a Franco, l’inviolato.

Il treno di Gianluca

“Io con il cancro non ci sto facendo una battaglia perché non credo che sarei in grado di vincerla, è un avversario molto più forte di me.”

Lo ha detto, come sappiamo, Gianluca Vialli nella docuserie Sogno azzurro, aggiungendo che “il cancro è un compagno di viaggio indesiderato, però non posso farci niente. È salito sul treno con me e io devo andare avanti, viaggiare a testa bassa, senza mollare mai, sperando che un giorno questo ospite indesiderato si stanchi e mi lasci vivere serenamente ancora per tanti anni perché ci sono ancora molte cose che voglio fare”.

Vialli ha sconfitto un tumore al pancreas, forse il più rapido ad attecchire e a non lasciare scampo. È un’esperienza che lo ha cambiato, non solo fisicamente, come tutte le esperienze di chi affronta – e nel suo caso, supera – una grave malattia. Ma nelle sue parole non c’è alcun riferimento a un linguaggio bellico, da condottiero, da sterminatore di truppe nemiche, bensì un atteggiamento quasi di rispetto verso un avversario molto più forte di lui, che affronta senza arrendersi e senza mettersi sul suo piano.

Sono parole che scaldano, sia perché come logico provengono da un campione come Vialli, sia per il tono.

Non siamo per forza sempre disposti ad andare al fronte; non abbiamo sempre la “cazzimma” in ogni situazione; non riusciamo sempre a non guardare in faccia nessuno, o magari non vogliamo proprio farlo. Però, non essere la reincarnazione di Spartaco non significa essere delle persone perdenti, o non saper affrontare problemi che a volte appaiono insormontabili. Vale per la malattia come per il lavoro o gli affetti e così via.

Uno dei significati del Budda, scrive Nichiren Daishonin nel 1200, è quello di nonin, ossia “colui che sopporta perseverando”. Non si tratta quindi di una pazienza passiva, ma della determinazione di andare avanti, senza negare le nostre fragilità, i nostri momenti di buio, le nostre richieste di aiuto. È il concetto che esprime Vialli quando dice che il cancro è salito sul treno con lui e che bisogna continuare il viaggio senza mollare. C’è chi lo chiama resilienza, una parola ormai abusata e che quindi sta diventando irritante. Io lo chiamerei, semplicemente, lo spirito di una donna o un uomo di oggi per provare ad affrontare sfide anche con chi sai essere più forte.

La bellezza dei numeri due

Domenica 11 luglio, prima del successo dell’Italia a Euro 2020, Matteo Berrettini ha perso con onore la finale di Wimbledon. Poco dopo la sua sconfitta, Ester Viola ha twittato “La bellezza dei numeri due”. Non posso che essere d’accordo con lei.

Ognuno può trovare un significato per questa frase, tra cui anche quello di un gioco linguistico riferito alla bellezza, oggettiva, di Berrettini.

Ma a parte ciò, domenica abbiamo visto sfiorare un’impresa storica da un tennista di grande talento, che ha dato il massimo contro un fenomeno che, come logico, lo aspettava al varco per non perdonargli nessun errore compiuto.

Domenica, Matteo Berrettini è stato un bellissimo numero due, anche nelle sue dichiarazioni, consapevole di aver fatto un grande torneo e che quello di ieri sia un punto di partenza. Non è soltanto fair play, non è soltanto saper perdere: è essere consapevoli di aver fatto del proprio meglio. Questo è già vincere.

Matteo Berrettini ha vinto la sua sfida, con una bellezza da numero due. Tanti ragazzini da ieri vorranno diventare come lui. Un esempio che non hanno invece dato i calciatori dell’Inghilterra, che dopo la sconfitta si sono subito tolti la medaglia d’argento e hanno lasciato il campo durante la premiazione dell’Italia: forse sapranno giocare, ma devono ancora imparare a vivere.

Trieste e Baudelaire

Il mio primo passo sul suolo di Trieste non fu certo banale: in stazione, alle 12.08, incontrando chi ora è qui con me.

Da allora, Trieste per me è stata, per molto tempo, la gioia di arrivare e la malinconia di ripartire. Che poi, a pensarci bene, sono due poli che convivono in una città così dicotomica, che si apre a te con una piazza di tre lati mitteleuropei e uno sul mare e dove ancora esiste un bagno con la spiaggia divisa tra donne e uomini (e che nessuno si sogna di cambiare).

A Trieste ho assaggiato per la prima volta la cucina balcanica e bevuto un “nero” o un “capo” nei suoi caffè storici; ho preso la bora dentro le ossa sul molo Audace e il sole in volto sul lungomare di Barcola; ho provato stupore per l’enorme sinagoga e orrore dentro la risiera di San Sabba.

Ma è salendo in quota, addentrandosi nel Carso verso il confine sloveno, che ho il ricordo più profondo.

Eravamo in auto sull’altipiano, terra di guerre e di tante battaglie, e ascoltavamo Baudelaire dei Baustelle. La situazione perfetta.

In Baudelaire, si ricordano personaggi morti per noi (Pasolini è morto per te, Luigi Tenco è morto per te, e così via). Morti di ideali, di valori, a volte di troppo amore o di troppa bellezza. Morti per qualcosa, perché vissuti per qualcosa.

Che significato hanno le nostre vite? Che significato ha la mia? Quanto abbiamo e quanto ho voglia di scavare per non affondare nell’ovvio, nell’anonimo, nel qualunquismo?

In quel momento, lungo quelle curve del Carso triestino, ascoltando Baudelaire, trovai un senso a queste domande. Oltre a vivere un momento che rimarrà indelebile.

È necessario vivere,
bisogna scrivere,
all’infinito tendere,
ricordati Baudelaire