Gli otto venti

L’uomo saggio non si lascia sviare dagli otto venti: prosperità, declino, onore, disonore, lode, biasimo, sofferenza e piacere. Non si esalterà nella prosperità né si lamenterà nel declino.

Così scriveva Nichiren Daishonin, monaco buddista, al suo discepolo Shijo Kingo nel Giappone del XIII secolo, in un gosho (lettera) che a tutt’oggi leggiamo e approfondiamo.

Gli otto venti rappresentano otto forze a cui noi, come individui, rischiamo di piegarci.

A leggerne l’elenco, sembra che quattro di questi venti siano positivi e quattro no: non è così. La lode non è per forza il contrario in positivo del biasimo, come il piacere non lo è della sofferenza.

In realtà, gli otto venti sono “neutri”: tutto dipende da come li affrontiamo, con quale stato d’animo. Certamente, se il nostro atteggiamento è passivo, ci limiteremo a ondeggiare dalla disperazione al settimo cielo, rimanendo con nulla in mano.

A me non è mai interessato granché l’onore, tantomeno il disonore: forse i due venti più giapponesi degli otto, se pensiamo per esempio a Yukio Mishima e al rito dell’harakiri.

Fino a pochi anni fa – ma l’esperienza non si è certo conclusa – avrei detto che la coppia di venti che più mi toccava fosse quella lode – biasimo. Quante volte leggevo un qualcosa che scrivevo o che presentavo, che trovavo – non soltanto io – bello ed efficace, e lo miravo e rimiravo, sentendomene prigioniero. Allo stesso modo, quanto mi pesavano (e mi pesano ancora) le critiche, anche se oggi reagisco diversamente, o ci provo. Cercando anche di ricordarmi quanto mi sia invece facile il “piacere di stare insieme solo per criticare”, come cantava Battiato in Mal d’Africa.

Ora, complice anche l’età che avanza, la coppia di venti che più mi tocca è quella prosperità – declino. La prima l’ho ogni tanto vissuta e a volte mi manca; il secondo ho cominciato ad avvertirlo e mi fa male, anche se a giorni alterni. Ma a 51 anni oggi, credo sia inevitabile svegliarsi contando il tempo che mi rimane, pur ignorando quanto possa ancora essere. Il mio è un pensiero terreno quanto irrazionale, perché resto ingabbiato nel vento e non lo cavalco.

Gli otto venti, però, è anche un bel libro di Silvia Rosselli, figlia di Nello e nipote di Carlo, nata all’inizio della persecuzione politica che terminò con la fine tragica di papà e zio ai quali sono dedicate vie o piazze di ogni città italiana. Nel suo romanzo, ripercorre una fetta importante di storia, ma soprattutto ci apre i suoi ricordi di famiglia, toccando infine anche il buddismo, a cui arrivò in tarda età (ed ecco il perché del titolo). Nelle parole di Rosselli ho trovato una chiarezza e una saggezza che, ancora, sono lontano dal raggiungere. Cercando, ogni giorno che passa, di saper cavalcare gli otto venti.

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